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Diaconesse? Donne che diventano preti? Calma calma, ché a correre troppo si prendono certe cantonate…

Su diverse testate giornalistiche si sono rincorsi ultimamente titoli a dir poco sensazionali, intorno al motu proprio1 dello scorso 10 gennaio con cui papa Francesco ha stabilito che si possono conferire anche alle donne i due ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato.

Cogliamo l’occasione per spendere due parole sui ministeri di lettore e accolito, a volte poco noti persino ai cristiani più ferventi.

Una bella differenza: ministero ordinato e ministero istituito

Occorre anzitutto chiarire la differenza tra ministero ordinato e ministero istituito.

Facciamolo direttamente con le parole della lettera che papa Francesco ha inviato al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede:

«Lo Spirito Santo, relazione d’Amore tra il Padre e il Figlio, costruisce e innerva la comunione dell’intero popolo di Dio, suscitando in esso molteplici e diversi doni e carismi. […] Secondo la tradizione della Chiesa vengono chiamati ministeri le diverse forme che i carismi assumono quando sono pubblicamente riconosciuti e sono messi a disposizione della comunità e della sua missione in forma stabile. In alcuni casi il ministero ha la sua origine in uno specifico sacramento, l’Ordine sacro: si tratta dei ministeri “ordinati”, del vescovo, del presbitero, del diacono. In altri casi il ministero è affidato, con un atto liturgico del vescovo, a una persona che ha ricevuto il Battesimo e la Confermazione e nella quale vengono riconosciuti specifici carismi, dopo un adeguato cammino di preparazione: si parla allora di ministeri “istituiti”».

E, più avanti: «Se rispetto ai ministeri ordinati la Chiesa “non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale” (cfr. S. Giovanni Paolo II, lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis), per i ministeri non ordinati è possibile, e oggi appare opportuno, superare tale riserva».

Ministeri ordinati e ministeri non ordinati (istituiti) sono partecipazioni dell’unico sacerdozio di Cristo e stanno tra loro in reciproco rapporto, come leggiamo nella medesima lettera pontificia: «Nel corso della storia, con il mutare delle situazioni ecclesiali, sociali, culturali, l’esercizio dei ministeri nella Chiesa cattolica ha assunto forme diverse, rimanendo intatta la distinzione, non solo di grado, fra i ministeri “istituiti” (o “laicali”) e i ministeri “ordinati”. I primi sono espressioni particolari della condizione sacerdotale e regale propria di ogni battezzato (cf. 1 Pt 2, 9); i secondi sono propri di alcuni fra i membri del popolo di Dio che in quanto vescovi e presbiteri “ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo” o in quanto diaconi “vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità” (Benedetto XVI, Lettera apostolica in forma di Motu Proprio Omnium in mentem, 26 ottobre 2009). Per indicare tale distinzione si usano anche espressioni come sacerdozio battesimale e sacerdozio ordinato (o ministeriale). È bene in ogni caso ribadire, con la costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, che essi “sono ordinati l’uno all’altro; l’uno e l’altro infatti, ciascuno a suo modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo” (LG, n. 10). La vita ecclesiale si nutre di tale reciproco riferimento ed è alimentata dalla feconda tensione di questi due poli del sacerdozio, ministeriale e battesimale, che pur nella distinzione si radicano nell’unico sacerdozio di Cristo»2.

Ministeri istituiti: lettori e accoliti

Ma che cosa comportano nello specifico i due ministeri “istituiti” del lettorato e dell’accolitato?

Rispondo attingendo alle parole del rito di istituzione del lettore e dell’accolito, che consiste essenzialmente in una benedizione, mentre non vi è alcuna imposizione delle mani sul capo dei candidati, appunto perché non siamo in presenza di una ordinazione sacramentale.

Chi presiede il rito – vescovo o superiore religioso – esorta così i candidati al lettorato: «Voi diventando lettori, cioè annunziatori della parola di Dio, siete chiamati a collaborare a questo impegno primario della Chiesa e perciò siete investiti di un particolare ufficio, che vi mette a servizio della fede, la quale ha la sua radice e il suo fondamento nella parola di Dio. Proclamerete la parola di Dio nell’assemblea liturgica; educherete alla fede i fanciulli e gli adulti e li guiderete a ricevere degnamente i Sacramenti; porterete l’annunzio missionario del Vangelo di salvezza agli uomini che ancora non lo conoscono»3.

Coloro che invece stanno per essere istituiti accoliti vengono così esortati: «Voi parteciperete in modo particolare al ministero della Chiesa. Essa infatti ha il vertice e la fonte della sua vita nell’Eucaristia, mediante la quale si edifica e cresce il popolo di Dio. A voi è affidato il compito di aiutare i presbiteri e i diaconi nello svolgimento delle loro funzioni, e come ministri straordinari potrete distribuire l’Eucaristia a tutti i fedeli, anche infermi. Questo ministero vi impegni a vivere sempre più intensamente il sacrificio del Signore e a conformarvi sempre più con il vostro essere e il vostro operare. Cercate di comprenderne il profondo significato per offrirvi ogni giorno in Cristo come sacrificio spirituale gradito a Dio»4.

Una doverosa e affettuosa postilla

Quanti di noi hanno avuto la grazia di assimilare col latte materno i rudimenti della fede o imparare l’atto di dolore con la nonna, o le preghiere della sera? Quanti tra noi si ricordano di qualche catechista o anche, almeno in campagna, di qualche “perpetua” del parroco?

E che dire delle tante donne consacrate che si spendono nelle più svariate circostanze a servizio di Cristo e della Chiesa, specie nell’educazione dei giovani e nell’assistenza degli anziani? E delle nonne, zie, madri, sorelle che si prendono cura di un fratello prete o del parroco?

È davvero grande il ministero femminile nella Chiesa: è, diciamo, il prolungamento di quel preziosissimo servizio che Maria e le donne di Galilea5 prestarono a Gesù.

Un servizio che non risponde solo a esigenze di sostentamento, ma che è espressione di quella profonda vicinanza fatta di affetto e discrezione verso chi ha dedicato la sua vita alle cose di Dio. Beninteso: l’argomento è assai vasto e molto bello, e meriterebbe ben altra trattazione.

Per farla breve, mi affido alle magnifiche parole di san Giovanni Paolo II: «Se Cristo – con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale – ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere “icona” del suo volto di “pastore” e di “sposo” della Chiesa attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale, ciò nulla toglie al ruolo delle donne, come del resto a quello degli altri membri della Chiesa non investiti del sacro ministero, essendo peraltro tutti ugualmente dotati della dignità propria del “sacerdozio comune” radicato nel Battesimo. Tali distinzioni di ruolo, infatti, non vanno interpretate alla luce dei canoni di funzionalità propri delle società umane, ma con i criteri specifici dell’economia sacramentale, ossia di quella economia di “segni” liberamente scelti da Dio per rendersi presente in mezzo agli uomini. Del resto, proprio nella linea di questa economia di segni, anche se fuori dell’ambito sacramentale, non è di poco conto la “femminilità” vissuta sul modello sublime di Maria. C’è infatti nella “femminilità” della donna credente, e in specie di quella “consacrata”, una sorta di “profezia” immanente, un simbolismo fortemente evocativo, si direbbe una pregnante “iconicità”, che si realizza pienamente in Maria e ben esprime l’essere stesso della Chiesa in quanto comunità consacrata con l’assolutezza di un cuore “vergine”, per essere “sposa” del Cristo e “madre” dei credenti. In questa prospettiva di complementarietà “iconica” dei ruoli maschile e femminile vengono meglio poste in luce due dimensioni imprescindibili della Chiesa: il principio “mariano” e quello “apostolico – petrino»6.

Anche alla luce di queste ultime considerazioni, possiamo ben dire che la novità dell’ultimo motu proprio non intende indulgere in alcun modo a “rivendicazioni di genere”, ma si propone di mettere in risalto la grande dignità che ci viene dal Battesimo, e la grande responsabilità che ne deriva per l’edificazione della Chiesa, secondo la divina vocazione che ciascuno è chiamato a discernere.

E, in conclusione, mi sia permesso chiedere al buon lettore il dono di una preghiera per alcuni frati studenti domenicani che a breve riceveranno il ministero del lettorato e dell’accolitato.

Affinché tutti rammentiamo che vero “magister” è chi sa farsi “minister”: come Cristo divin Maestro che per redimerci «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo»7.

Egli, vero Dio e vero uomo, che disse: «Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e non per essere servito e dare la sua vita in riscatto per molti»8.


1 In parole povere, s’intende per motu proprio un documento ufficiale che promana direttamente dal papa.

2 Papa Francesco, Lettera al prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede del 10 gennaio 2021, reperibile al link: http://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2021/documents/papa-francesco_20210110_lettera-donne-lettorato-accolitato.html.

3 Cfr. Pontificale Romano, Istituzione dei lettori.

4 Cfr. Pontificale Romano, Istituzione degli accoliti.

5 Cfr. Mt 27,55; Mc 15,40; Lc 23,55.

6 S. Giovanni Paolo II, Lettera alle donne n. 11, 29 giugno 1995.

7 Fil 2,7.

8 Mc 10,45.

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fr. Stefano Pisetta
Nato tra le maestose giogaie trentine nel maggio 1996, cresciuto tra i boschi e campi di un grazioso paesino dell’alta Valsugana (sì, quella della canzone degli alpini…), dopo la maturità scientifica, indeciso se entrare in seminario diocesano, si orienta infine alla vita claustrale delle bianche lane. Ha emesso professione semplice nel settembre 2019 e attende ai filosofici studi.