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Ad quid venisti?

1. In questi primi due anni di conoscenza e pratica (seppur iniziale) della vita religiosa secondo il carisma di Domenico di Caleruega, molte volte ho trovato illuminante e consolante per il prosieguo dell’attuazione della scelta di vita, propostami dall’Altissimo e accettata da me peccatore, la frase che soleva ripetersi san Bernardo di Chiaravalle per eccitarsi al fervore: «Bernarde, ad quid venisti?», “Bernardo per che cosa sei venuto (qui)?”.

2. Immagino che la risposta a questa fondamentale domanda che ogni mattina, come raccomandava il padre maestro dei novizi, bisogna porsi appena svegli, sia la cartina al tornasole dello stato del nostro essere in religione. Perché la risposta a questa domanda è il fondamento della nostra vita religiosa e il punto, forse, più debole, su cui il nemico può agire per distruggere. «La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12).

Del fondamento

3. Evidentemente, il fondamento della nostra vita è Dio. È altrettanto chiaro che da un punto di vista sacramentale non possiamo essere scardinati (o sradicati) dall’amore di Dio, cioè da Dio stesso. Però, ed è qui il punto debole, potremmo riconoscere “intellettualmente” Dio come fondamento e radice, ma alla prova dei fatti potremmo voler porre in noi stessi il nostro fondamento e le nostre radici. È altresì chiaro, poi, che il mettere il fondamento della nostra vita religiosa in noi stessi equivale a distruggere non solo la nostra vocazione, ma anche la vita degli altri confratelli che hanno ricevuto la sventura (o la prova di santificazione) di vivere più o meno a lungo con noi.

4. Nel Libro della Sapienza è scritto: «Qui enim custodierint iusta iuste, iustificabuntur; et qui didicerint ista, inevenient defensionem»1. La traduzione CEI 2008, fedele al testo greco2, riporta: «Chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo, e quanti le avranno apprese vi troveranno una difesa».

5. Questo versetto può essere variamente interpretato a seconda dello stato e della condizione dell’interprete. Poiché chi scrive è un religioso, esso sarà letto sotto l’ottica della cosa più santa che egli possiede: la consacrazione religiosa.

6. Posto, allora, che la vocazione religiosa è una cosa santa, poiché viene da Dio, la Sacra Pagina ci esorta a custodire santamente questa cosa santa. Custodirla vuol dire proteggerla, sia dai pericoli esterni (come ci ricorda l’Apostolo), sia da quelli interni, derivanti dalla nostra volontà mal indirizzata, dalle nostre imperfezioni, dai nostri peccati.

Il fine e i mezzi

7. Dio è il fondamento della vocazione religiosa, che è chiaramente un dono su cui costruire la propria sequela Christi; la forma della costruzione è il carisma scelto che, nel caso dello scrivente, è quello domenicano. È un carisma che prevede una vita strutturata sui cosiddetti pilastri, mezzi funzionali al vero fine della vita religiosa declinata “domenicanamente”: la salvezza delle anime per mezzo della predicazione. Mezzi, dunque, non fini.

8. Quando i mezzi diventano fini? Quando, evidentemente, non rimandano ad alcuna istanza ultimativa superiore. Nel caso della vita religiosa tout court, tale termine ultimo è Dio. Il Codice di Diritto Canonico, a tal proposito, recita al canone 573 § 1: «La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici è una forma stabile di vita con la quale i fedeli, seguendo Cristo più da vicino per l’azione dello Spirito Santo, si danno totalmente a Dio amato sopra ogni cosa, in modo che, dedicandosi con nuovo e speciale titolo al suo onore, alla edificazione della Chiesa e alla salvezza del mondo, siano in grado di conseguire la perfezione della carità nel servizio del Regno di Dio e, divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannuncino la gloria celeste».

9. Nel canone riportato si menziona il modello del religioso, cioè Cristo, che in quanto Maestro ha istituito la vita consacrata; c’è il riferimento all’azione dello Spirito Santo, che spinge solamente alcuni christifideles, per disegno divino, a usufruire del dono dei consigli evangelici3 e che fornisce giorno per giorno le forze spirituali necessarie per permanere nello stato religioso; c’è il richiamo ai mezzi propri della vita religiosa, cioè i consigli evangelici, professati pubblicamente4; finalmente, viene espresso il fine della consacrazione religiosa e il profondo nesso che lega gli Istituti di vita consacrata alla Chiesa Universale e alla sua missione nel mondo.

10. I mezzi sono necessari, pertanto, per raggiungere il fine della vita religiosa, che è la perfezione della carità in Dio, ma se essi diventano un dio, non si chiameranno più mezzi, ma fini. Siccome, poi, è irragionevole pensare che un qualcosa basato su Dio non rimandi a Dio, evidentemente il basamento della costruzione non è Dio, ma altro da Dio: solitamente io. Le parole del Sapiente, allora, ci mettono in guardia da questa sostituzione; sostituire, infatti, non è custodire. Sostituire è, in questo caso, distruggere.

Ciò che è inviolabile

11. D’altronde, il termine santo deriva dal latino sanctus, che porta in sé il significato di inviolabile; allora potremmo “riscrivere” la prima parte del versetto su cui si sta meditando in questo modo: chi custodisce inviolabilmente le cose inviolabili, sarà (reso o riconosciuto) inviolabile.

12. L’Autore Sacro ci mette davanti a una grossa responsabilità. Ricevendo delle cose inviolabili, l’inviolabilità non passa dal custodito al custode, quasi fosse una qualità trasmissibile transitivamente; è necessario che il custode si applichi nella custodia con delle modalità per così dire inviolabili, per poi ricevere egli stesso la qualifica di inviolabile.

13. L’idealista vestito di bianco, fresco di professione religiosa, potrebbe a questo punto individuare nelle “modalità inviolabili” summenzionate i voti, le osservanze regolari, lo studio: insomma, tutti i pilastri della vita domenicana. Il fraticello ripieno di buone aspirazioni, però, conosce (perché ha visto, come direbbe Erodoto) che questi mezzi non sono inviolabili, a meno che l’inviolabilità non sia loro garantita da qualcos’altro che possegga per sé l’essere inviolabile.

14. L’altro inviolabile è la Presenza di Dio che il religioso sperimenta nella cella della sua anima. Questa Presenza è cosa santa che deve essere custodita. L’azione dello Spirito Santo fa sì che colui che vuole custodirla trovi, nel rivolgersi a Dio nella preghiera quotidiana, la ragione per continuare nella sua opera: l’amore per Dio sopra ogni cosa, il desiderio di unirsi a Lui, di contemplarlo faccia a faccia, il volersi sentir dire da Lui, nel momento decisivo della propria vita, il riconoscimento dell’avvenuta inviolabilità: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25, 33). Il fine, insomma, della vita consacrata si trova anche alle sue fondamenta, nel fondo dell’anima del religioso. Tutto parte da Dio, tutto passa attraverso Dio, tutto ritorna a Dio, come insegna, persino nella strutturazione delle sue opere, il glorioso san Tommaso d’Aquino.


1 Sap 6,10.

2 οἱ γὰρ φυλάξαντες ὁσίως τὰ ὅσια ὁσιωθήσονται, καὶ οἱ διδαχθέντες αὐτὰ εὑρήσουσιν ἀπολογίαν.

3 3 Cfr. CIC can. 574 §2.

4 4 Cfr. CIC can. 607 §2-3.

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fr. Tommaso Raimondo Magarelli
Nato e cresciuto tra la campagna ubertosa di ulivi e il mare del “tacco dello Stivale”, allevato mediante storie, esempi e tanta musica d’altri tempi, dopo aver cercato le ragioni ultime dell’esistenza nelle realtà mutevoli a tutti gli ordini di grandezza sperimenta la misericordia di Dio nella Passione del Verbo Incarnato; sedotto dal sì del Cristo, emette la professione semplice il 12 settembre dell’Anno del Signore 2020 nell’Ordine dei Predicatori, sotto la protezione particolare di San Tommaso d’Aquino e san Raimondo da Penyafort.