Condividi

Le tre unità

È una summa. L’opera La Croce di Gesù è a suo modo una summa, cioè una sintesi sistematica di tutta l’esperienza spirituale di un uomo. Questi era p. Louis Chardon op († 1651), un mistico e teologo francese nato a cavallo dell’epoca delle grandi riforme. E come tutte le summe che meritino questo nome, è una mappa: permette di orientarsi in Dio. Egli l’ha tracciata in diversi anni di esperienza spirituale, di vita intensa irrorata di studio, di densità teologica. Tutto il trattato è contenuto in poche parole: una sentenza che troviamo all’inizio della sua Prefazione e il suo titolo.

La sentenza è questa: «L’incontro tra la grazia e la nostra volontà è un grande miracolo tra tutti i miracoli soprannaturali»1. Qui c’è il fondamento: l’unione fra la nostra volontà e la Grazia. Di questo miracolo possiamo considerare due aspetti: come è avvenuto e cosa comporti. Come è avvenuto ce lo dice la prima parte dell’opera. Se si guarda alla sua impostazione, si potrà immediatamente notare che è tripartito in Discorsi. Ma il primo da solo costituisce quasi la metà del trattato. Concerne, infatti, i fondamenti e la realtà fondamentale di ogni mistica: l’unione con Dio.

Vi sono tre unità che stanno a fondamento di questa unione: una è l’unità delle Persone, che l’autore chiama essenziale2, ma che noi potremmo chiamare parimenti finale. Infatti, unirsi a Dio significa vivere la Sua Vita Trinitaria, l’infinito legame che vi è fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell’essere l’Unico Dio. Questo è lo scopo. La seconda è quella che la teologia ama chiamare ipostatica, secondo la tradizione della Chiesa. Essa indica l’unità che vi è fra la natura umana e la Natura Divina in Cristo e che noi potremmo chiamare esemplare. Perché è ad immagine dell’Incarnazione che anche noi diventiamo figli di Dio: del resto la prima lettera di San Pietro testimonia proprio questo, che Cristo sia l’esempio (cfr. 1Pt 2,21). Infine, vi è la terza unità, quella che Chardon chiama mistica3, e che costituisce la nostra associazione a Cristo e in Lui la nostra adozione, per cui diciamo di essere figli di Dio e lo siamo realmente (cfr. 1Gv 3,1). In forza di questa unione mistica con Cristo, noi siamo di fronte a Lui come di fronte allo specchio di ciò che, in un qual modo, già siamo e che nel contempo dovremmo essere.

Cosa comporta? Se di fronte a Lui siamo come allo specchio, così come è Cristo siamo anche noi e quelle cose che accadono a noi – fuorché il peccato – in un qual modo le troviamo riflesse in Cristo. Questo è un criterio per rileggere interamente la nostra vita e questo è il criterio per comprendere tutta la seconda parte del trattato che, di conseguenza, è un’opera di vita. Ora, l’opera sarebbe troppo corposa per prenderla in esame integralmente, ma in forza di questa specularità interna, ci basterà vedere uno dei due specchi, per vedere il Cristo infinito riflettersi o nell’unità mistica o nelle altre due, quella essenziale e quella ipostatica. Fisseremo queste ultime.

La grazia santificante

La grande intuizione del trattato di Chardon è tutta contenuta nel suo titolo: “La Croce di Gesù”, cioè il fatto che l’evento di Gesù Cristo sia impensabile nei Vangeli senza la sua Croce proprio perché qualsiasi Croce sarebbe impensabile, assurda, senza Gesù Cristo. Nel contempo, mettendo al centro del mistero di Cristo il mistero della Croce, porta la vita mistica al suo luogo naturale: la vita di tutti i giorni4. Non è, infatti, necessario avere visioni, compiere miracoli, per avere una vera vita mistica, è sufficiente caricarsi della propria croce e attraverso la sua grazia santificante unirsi a Cristo: «Louis Chardon, con la sua insistenza sulla grazia santificante, ci ricorda continuamente che essa è la principale verità della vita mistica»5.

Padre Giorgio Carbone op
Il curatore ed editore di “La Croce di Gesù”, Padre Giorgio Carbone op

Ora, noi troviamo al principio del Vangelo di Giovanni questa affermazione: «“Ecco l’uomo di cui io dissi: / Colui che viene dopo di me / mi è passato avanti, / perché era prima di me”. / Dalla sua pienezza / noi tutti abbiamo ricevuto / e grazia su grazia» (Gv 1,15b-16). Sappiamo che questa frase è riferita a Cristo e non semplicemente alla Persona del Verbo, né viene riferito soltanto alla Sua Umanità, perché viene detto ecco l’uomo. I due aspetti sono inseparabili, tanto che, di Gesù, dice il Battista che era insieme prima di me e, nel contempo, dopo: gli passa innanzi. È prima in quanto il Verbo è da sempre ed è dopo in quanto la nascita e la missione di Cristo sono posteriori a quelle di Giovanni Battista. Questa pienezza, dunque, è di Cristo in quanto Dio-uomo. Ora, vorrei soffermarmi su questa espressione: grazia su grazia. Essa implica due aspetti: che la pienezza di Cristo non significa semplicemente che Egli sia pieno di grazia, ma che la possegga tutta, di modo che qualsiasi Grazia o è da Lui o non è grazia.

Questo si può intendere dal fatto che l’espressione “grazia su grazia” ne indichi la totalità. Basta guardarne la struttura. Essa non significa solo l’abbondanza della grazia, in quanto il termine è detto due volte, cioè in modo abbondante: vi è una preposizione su, che le congiunge. Essa indica, piuttosto, che in Cristo vi è la sovrabbondanza della Grazia. La sovrabbondanza in quanto tale che cos’è? Se l’abbondanza dice il molto, la sovrabbondanza supera ciò che è molto. Ma, più del molto cosa vi è? Se dicessi un molto maggiore sarebbe ancora molto, sicché, più del molto, vi è solo il tutto. Insegna Chardon: «L’abbondanza di questa grazia ha una pienezza così perfetta che, poiché non può né traboccare né aumentare […] non può neanche estinguersi»6.

La grande Crocifissione

Ora, il fatto che Gesù Cristo abbia la pienezza della grazia, secondo la profonda intuizione di Chardon, implica che debba avere anche la gloria, perché non gli può mancare quella grazia che solo in Lui è accessibile, cioè la visione di Dio: «La pienezza di grazia nell’anima adorabile di Gesù Cristo, produce due effetti contrari. Per quanto riguarda il primo, la grazia, poiché non può crescere ed è proporzionata all’infinità della Persona a cui la natura umana è unita, rende l’uomo pieno di gloria, lo libera dalla condizione del pellegrinaggio terreno per elevarlo alla condizione beata dei comprensori»7. Il termine comprensore indica – secondo la classica teologia tommasiana – lo stato di coloro che vedono Dio così come egli è. Del resto, non troviamo forse nella prima lettera di Giovanni che: saremo simili a Lui perché lo vedremo come egli è? (cfr. 1Gv 3,2).

Ora, siccome non c’è nulla di più simile a Dio che Cristo certamente, Egli vede Dio come è. Ma questo ha una conseguenza: che non possa morire. Eppure, nonostante ciò, è morto. Ciò significa una sola cosa: che il Suo corpo non godeva di quella visione di cui godeva il Suo intelletto. In altri termini, gli effetti paradisiaci della visione di Dio, come l’immortalità e l’impassibilità, per cui non sarebbe potuto morire e non avrebbe potuto soffrire, erano sospesi. È nel mistero di questa tremenda sospensione, che Chardon getta il suo sguardo, perché mentre il Cristo sa di possedere ciò che soddisfa tutto il desiderio umano che ha assunto con la parte più elevata dell’anima, sa con la medesima anche l’esilio che prova il corpo non potendo ancora parteciparvi. Per questo dice che: «La pienezza della grazia produce due effetti contrari: ecco, perché, se da un lato, la grazia è in Gesù causa di espansione di gloria nella parte superiore della sua anima, dall’altro, e allo stesso tempo, è in lui causa di sospensione nella parte inferiore. Da un lato è in lui principio di comunicazione e dall’altro è in lui fonte di privazione. Mentre costituisce nel suo seno una sorgente inestinguibile di consolazioni, essa forma anche una fontana inesausta di tutti i generi di desolazioni, anche quando egli viveva visibilmente in mezzo agli uomini. La grazia in Gesù contemporaneamente è motivo d’estasi e occasione di abbassamento, di possesso gioioso della gloria e di rovina, di presenza e di assenza»8.

Santa Teresa di Lisieux, da bambina
Santa Teresa di Lisieux

È come se Gesù Cristo vivesse e una continua compagnia e, continuamente, la scacciata dal paradiso. Credo, allora, che si possa dire senza alcuna remora che una delle tesi principali di p. Chardon sia questa: Cristo non è crocifisso ad un certo punto della Sua Vita, ma è crocifisso fin dalla Sua Incarnazione. Cristo si è incarnato crocifisso. Sin da quando è stato cosciente, infatti, è stato parimenti consapevole di quello scarto: si dice di Santa Teresa di Lisieux che i suoi primi atti di coscienza risalgono a quando aveva due anni circa9, quando avrà avuto il primo proprio atto l’Umanità del Cristo? E prima di raggiungere lo stato di coscienza ha partecipato comunque alle fragili e precarie condizione della nostra nascita.

Il termine croce, infatti, come insegna il grande domenicano, si dice in molti modi. Non indica semplicemente un tormento fisico ma, egli dice: «Quando parlo di Croce intendo quella che, per la separazione che causa nell’anima […] la libera da tutto ciò che può consolarla sensibilmente in questa vita»10. Il mistero che stiamo noi per contemplare nel Venerdì Santo della Liturgia Cattolica non è l’inizio della Passione di Gesù Cristo, ma il Suo culmine, raggiunto a livello psicologico nel Getsemani e consumato a livello fisico sul Calvario.

Ed è alla luce di questo che bisogna interpretare certe affermazioni del nostro autore, come lo stile pregno di afflati: ad esempio i riferimenti alle inclinazioni che spingevano internamente il Cristo alla Croce. Non che la desiderasse per se stessa, come forse talvolta una certa retorica potrebbe lasciare fraintendere. Ma perché nella Croce si verifica quel passaggio che estingue la desolazione dell’esilio e ricongiunge tutta la Sua Umanità alla felicità della Visione e, con la Sua, anche la nostra. La Croce è dunque amata da Cristo, ma come mezzo, non come fine11.

Conclusione

Ora possiamo dire di avere inteso qualcosa del titolo, cioè del fatto che è incomprensibile la figura di Gesù Cristo se non è veduta dalla prospettiva della Croce sin dal suo inizio. Nello stesso tempo, però, il maestro spirituale domenicano svela in questo modo anche l’altra faccia di questo mistero: che la sofferenza non è incompatibile con la più intensa delle gioie. In fin dei conti tutto il trattato di Chardon dà soddisfazione alla frase di san Pietro: «Cristo patì per voi, / lasciandovi un esempio, / perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Se è vero questo – e lo è senz’altro – la sofferenza del cristiano convive già col suo Paradiso, se in essa gli è guadagnato quell’Amore Gratuito, che lo salva12.

La Croce di Gesù, Seconda edizione ampliata, Louis Chardon, a cura di Giorgio M. Carbone O. P., ESD, Bologna 2019, pagg. 784, 38 euro.


Per rimanere in tema pasquale, ecco il link al successivo articolo dell’Osservatore per questa Settimana Santa, in occasione della Domenica di Pasqua: Il male crocifisso.


1 P. Louis Chardon op, La Croce di Gesù, Prefazione, cur. p. Giorgio Maria Carbone op, ESD, Bologna 2019, p. 67.

2 Ivi, D. I, cap. I, n. 8, p. 76.

3 Ivi, D. I, cap. II, n. 17.29, p. 81.89-90.

4 P. Giorgio Carbone op, Introduzione in P. Louis Chardon op, La Croce di Gesù, cur. p. Giorgio Maria Carbone op, ESD, Bologna 2019, p. 63.

5 Ibidem.

6 P. Louis Chardon op, La Croce di Gesù, Prefazione, D. I, cap. V, n. 56, cur. p. Giorgio Maria Carbone op, ESD, Bologna 2019, p. 111.

7 Ivi, D. I, n. 61, p. 114.

8 Ivi, D. I, n. 61-62, p. 115.

9 Santa Teresa di Gesù Bambino, Scritto Autobiografico A, n. 13, in Id., Tutti gli scritti, cur. Giorgio Papasogli & Dante Giovannini & Carlo Bertocchi, ocd, Roma 2014, p. 74: «Dio mi ha favorita aprendomi l’intelligenza quando ero piccolissima, e imprimendomi nella memoria i particolari dell’infanzia così profondamente che mi paiono di ieri le cose che racconterò». Inoltre, cfr. Ivi, n. 21, p. 78: «Spesso udivo dire che Paolina certamente si sarebbe fatta religiosa: allora pensavo, senza sapere bene di che si trattaasse “Sarò religiosa anch’io”. Quello è uno dei miei primi ricordi e da allora non ho cambiato mai risoluzione» e la nota 20 al n. 23, p. 79: «Ricordo distintamente la sua prima comunione [di Leonia]», la nota dice che aveva solo 2 anni e mezzo.

10 P. Louis Chardon op, La Croce di Gesù, Prefazione, cur. p. Giorgio Maria Carbone op, ESD, Bologna 2019, p. 68.

11 Cfr. Ivi, D. I, cap. V-VIII, pp. 111-145.

12 [Nota di approfondimento sul testo]: Il testo La Croce di Gesù si colloca allo stato attuale ancora come una risorsa da scoprire. Non ha avuto, infatti, la meritata diffusione sin dal principio. Basti pensare che il celebre autore di ascetica, padre Adolphe Tanquerey, non lo menziona neppure fra gli autori delle varie tradizioni spirituali [cfr. Compendio di teologia ascetica e mistica, trad. it. Filippo Trucco & Luigi Giunta, Società di San Giovanni Evangelista Desclée e Ci, Roma 1928, pp. xxxi-lxiii]. Non stupisce, del resto: dopo un primo ed immediato successo, La Croce di Gesù subisce un oblio a causa di svariati fattori. In questo senso, principalmente vi è il cambio di stile che trasforma le dense meditazioni spirituali, sulla linea di San Francesco di Sales, nei più schematici volumi della trattatistica tipici del Settecento [p. Giorgio Carbone op, Introduzione in P. Louis Chardon op, La Croce di Gesù, cur. p. Giorgio Maria Carbone op, ESD, Bologna 2019, p. 29]. Si può comprendere perché la prima edizione critica del suo principale trattato risalga solo al 1937 [Ivi, p. 31], cioè nove anni dopo il manuale di Tanquerey. Al contrario lo conosce e lo nomina il grande padre Royo Marin op nella sua Teologia della perfezione cristiana con un sintetico riferimento nel suo prospetto storico-bibliografico [cfr. P. A. Rojo Marin op, Teologia della perfezione cristiana, cur. G. Pettinati & M. Pignotti & A. Girlanda, Roma 1965, p. 1148].

Non perderti nessun articolo!

Per restare sempre aggiornato sui nostri articoli, iscriviti alla nostra newsletter (la cadenza è bisettimanale).

fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).