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La paura di Moneta

Fra i tanti episodi bizzarri ed evocativi che Geraldo di Frachet raccolse nelle Vitae Fratrum1 uno mi ha colpito particolarmente, quello di Moneta da Cremona2. Costui era «celebre in tutta la Lombardia per il suo insegnamento alla Facoltà delle Arti»3 ma, nonostante il prestigio di cui godeva, temeva un uomo al punto da non volerne neppure sentire la voce. Costui altri non era che il beato Reginaldo d’Orléans, allora priore del convento di San Nicolò (l’attuale convento di San Domenico) in Bologna. Geraldo riporta che il docente aveva sentito di come molti suoi colleghi e studenti, ascoltando l’ardente padre Predicatore, avevano scelto di rinunciare alle vanità del secolo per dedicarsi all’austera vita dell’Ordine; egli quindi, timoroso d’incappare nel medesimo incanto del temibile religioso, mise in campo tutte gli artifizi del caso per evitare di ascoltarne le prediche.

Fatto sta che un giorno, dietro insistenza dei suoi studenti, e non dopo una certa resistenza, Moneta si recò nella cattedrale di San Pietro a Bologna dove, assieme ad una nutrita folla, assistette alla predica del carismatico frate. Era la festa di Santo Stefano e, varcata la soglia, il professore udì le seguenti parole: «[…]. Sì, oggi veramente i cieli sono aperti per potervi entrare. Chiunque lo voglia può entrarvi, perché le porte sono spalancate[…]»4 Inutile dirlo, era esattamente ciò che l’uomo aveva bisogno di sentire: quel giorno stesso fece la professione nelle mani del beato Reginaldo e trascorse tutto l’anno seguente, durante il quale sistemò alcune faccende in attesa di prendere l’abito domenicano, ad indirizzare studenti e colleghi dall’ormai celebre religioso.

Una conversione sottile

Il beato Reginaldo d’Orléans nacque nel 1186 a Saint-Gilles e, dal 1206 e per cinque anni, fu docente di Diritto all’Università di Parigi, allora una delle più prestigiose al mondo5. Quando nel 1218 incontrò san Domenico era già sacerdote, nonché canonico decano della collegiata di Saint-Aignan d’Orléans; si trovava in viaggio con il suo vescovo per un pellegrinaggio, probabilmente in Terrasanta, e fece sosta a Roma. Il prelato entrò in confidenza con il cardinale Ugolino, amico anche di san Domenico, e proprio attraverso lui conobbe il santo castigliano e l’udì predicare. Successivamente, caduto gravemente ammalato al punto da veder data quasi per certa la sua dipartita, chiamò san Domenico al suo capezzale e fece voto nelle sue mani di entrare nell’Ordine se il Signore gli avesse concesso la grazia della guarigione6.

Quella notte stessa la Vergine Maria apparve in sogno al malato e, dopo aver unto il suo corpo, gli donò l’abito dell’Ordine dei Predicatori comandandogli di rimanere fedele al suo voto7. Completato, su autorizzazione di san Domenico, il pellegrinaggio, il beato Reginaldo fece ritorno a Roma e vestì l’abito dell’Ordine abbracciandone la severa regola di vita. Il santo fondatore, conscio del peso che la conversione di un uomo simile alla povertà avrebbe avuto, decise di mandarlo a Bologna: la comunità già stanziata nella celebre città universitaria viveva ritirata e ridotta per dimensioni a Santa Maria della Mascarella, ben lontana dalla vivacità desiderata da san Domenico. Il beato Reginaldo, fatto priore, non solo diede inizio, nel 1219, alla costruzione del nuovo convento presso la chiesa di San Nicolò delle Vigne8, ma portò una tale vitalità che, poco più di un anno dopo, il santo castigliano poté ritrovare una comunità vivace, numerosa e pienamente inserita in città9.

La forza del beato Reginaldo non stava tanto nella sua proverbiale abilità oratoria, né nella notevolissima capacità diplomatica ed organizzatrice di cui diede prova, quanto nella testimonianza che offriva con la sua vita. La sua conversione non aveva avuto come cuore il volgersi a Cristo, che già serviva, quanto la scoperta della radicalità che questa donazione implicava. L’abbandono quindi di una vita fatta di agi ed onori accademici, addolciti da un ministero che lo poneva comunque in comunione con il Signore, in favore di un’esistenza fatta di fatiche, rinunce e povertà sia fisiche che spirituali costituiva, per i bolognesi come per tutti quelli che lo conobbero, una provocazione tale da non poter essere ignorata. L’immagine che ne danno testimoni a lui vicinissimi, come il beato Giordano di Sassonia, è quella di un uomo le cui parole traevano forza da una radicalità di vita che, nell’evidenza con cui era vissuta, costituiva per gli ascoltatori un’inevitabile e drammatico motivo di confronto.

Il bisogno di evidenza

Fra il 1219 ed il 1220 san Domenico, vedendo la prosperità della comunità di Bologna, decise di spedire il beato Reginaldo a Parigi, nella speranza che compisse il medesimo miracolo. Il frate ubbidì al suo superiore ma, poco dopo il suo arrivo nella capitale francese, cadde ammalato e morì10.

La vita da religioso del beato Reginaldo si consumò in poco più di due anni ma fu comunque sufficiente a garantirgli un posto fra i grandi del secolo XIII; ciò fu possibile perché si fece interprete eccellente di un’intuizione che noi forse abbiamo perduto: la santità della vita diventa testimonianza solo quando presentata con evidenza. La nostra sensibilità infatti ci spinge a credere che porre con chiarezza e senza veli il peso che determinate scelte hanno nel determinare la perfezione di un cammino costituisca una forma di violenza alla libertà dell’ascoltatore. Crediamo cioè che solo attendendo con pazienza un’esplorazione autonoma della radicalità della sequela di Cristo si possa salvaguardare la purezza della scelta da contaminazioni esterne. Personaggi come il beato Reginaldo c’insegnano invece che tutti, grandi e piccoli, hanno bisogno, prima di incamminarsi per attraversare la porta stretta, di toccare con mano una testimonianza che abbia non solo un volto ma il coraggio di mostrarlo, di esporlo all’ammirazione e ai fraintendimenti della gente.

L’audacia che questo tipo di esposizione al pubblico sguardo richiede non può che provenire dalla gratitudine per una gioia che si sa di non meritare. Il beato Reginaldo, attraverso la penna del beato Giordano di Sassonia, lascia di questo una splendida testimonianza con la quale voglio lasciarvi: «Mi viene in mente che, quando era ancora vivo, una volta fra Matteo, che lo aveva conosciuto fra gli onori e le comodità del mondo, gli domandò pieno di meraviglia: “Maestro, non vi è risultato pesante l’aver preso quest’abito?”. Lui abbassando la testa, rispose: “Anzi, io credo di non guadagnare alcun merito vivendo in quest’Ordine, perché ci ho sempre trovato troppa gioia”»11.


1 Cfr. Geraldo di Frachet, Vitae Fratrum in Lippini Pietro, Storie e leggende medievali, ESD, Bologna 1988.

2 Cfr. Vitae Fratrum, n. 219.

3 Cfr. ibidem.

4 Cfr. ibidem.

5 Cfr. Lippini Pietro, San Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1998, p. 129, nota 101.

6 Cfr. Vicaire Humbert, Storia di San Domenico, Edizioni Paoline, Roma 1983, pp. 448-450.

7 Cfr. Giordano di Sassonia, Libellus, in Lippini Pietro, San Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1998, n. 57.

8 Quest’anno infatti ricorrono gli ottocento anni dalla fondazione del convento, solennemente festeggiati dalla comunità di Bologna, indegna figlia del beato Reginaldo.

9 Cfr. Vicaire, Storia, pp. 482-483.

10 Cfr. ibidem, pp. 522-524.

11 Cfr. Libellus, n. 64.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio.