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Ognuno ha la sua vocazione, si dice. E ogni vocazione ha i suoi luoghi. Come la chiamata al matrimonio chiede di stare vicini all’altro, così la chiamata alla verginità per il regno chiede di avere come luogo fisico principale la vicinanza a Gesù. Dov’è Gesù? In molti luoghi. Nell’eucaristia, innanzitutto, ma non solo lì. Per questo i compagni dell’Agnello «seguono l’Agnello dovunque vada» (Ap 14,14). Dove vai? «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Non si può circoscrivere l’agire di Gesù Risorto, né vincolarlo a schemi nostri. Se veramente lo amiamo, dobbiamo rimanere nudi e vulnerabili di fronte ai sussurrati inviti dello Spirito Santo. Dobbiamo rifuggire più di ogni altra cosa l’indurimento del cuore, che ci renderebbe sordi alla sua voce e alla sua delicata attrattiva. Dobbiamo, senza capricci, obbedire a Dio.

È l’indefettibile amorosa attenzione di Dio su di te a dover essere il fondamentale luogo dell’appagamento. È questa la tua compagnia, questa la casa in cui eventualmente, col suo permesso, ospitare i comuni amici od allestire la medicazione dei feriti. Se procedi così, a volte, è vero, ti sentirai anche solo, perché, è vero, nessuno ha mai visto Dio. Avrai però il privilegio di essere vivo davanti a te vivo; nutrito dalla vita di Dio, esplorerai il tuo interno, e scoprirai che è più grande di quanto si creda. Anzi, vi ritroverai presenze amiche, magari un po’ burbere, intercalate agli angeli e ai santi che insistentemente si preoccupano della tua strada. Vi troverai molti volti di te stesso, ma tu davanti a loro sarai unico, sarai quell’identità irripetibile che Dio ti dona.

Un giorno, ad esempio, mentre ero nella mia cella, mi si presentò un uomo inflessibile con la sua inflessibilità. È proprio vero che l’anima è in qualche modo ogni cosa, come diceva Aristotele. Infatti, quell’anima mi apparve con la durezza del sasso. Lo sguardo introspettivo dentro di me mi portava a guardare quell’anima negli occhi, a farci i conti. Devo dire la verità che il primo impulso fu di repulsione, non perché quell’anima dura mi facesse male, ma perché non vi ritrovavo quella comodità di cui tutti siamo affamati. Ma, ad un tratto, mi resi conto della preziosità dell’uomo inflessibile: privo di deliri di grandezza, era però un uomo grande. Ma soprattutto mi resi conto di una cosa: era un uomo che sapeva ascoltare. Per questo, diventava ciò che ascoltava. E, dal momento che tutte le cose sono appoggiate a terra e lui ascoltava tutte le cose, la sua natura più durevole era quella del suolo con la sua stabilità. Questa era la grandezza dell’uomo inflessibile.

Dopo di lui, salì un altro uomo dalle profondità della mia anima: l’uomo condizionante, con tutto il suo condizionarmi. Non potevo stare davanti a lui senza che la sua presenza mi determinasse oltre il mio desiderio. Mi sembrava di non poter essere me stesso, o forse mi sentivo incatenato a dover essere per forza me stesso e non quell’infinito che sentivo di voler essere. Insomma, la sua presenza era un condizionamento che continuamente mi rendeva vincolato a una storia, a dei luoghi, a delle relazioni, a delle scelte, impedendomi di rimanere genericamente libero. Avrei voluto fare a meno di lui, quando mi accorsi che la sua presenza era un grande dono. Prima di tutto, ci volevamo bene: continuava a dirmi: “Una mano lava l’altra, e tutt’e due lavano il viso”. E poi, egli poteva fare una cosa che io non potevo fare: vedeva lontano. Allora cambiai idea, e non volli più fare a meno di lui. Mi condizionava, è vero, ma in bene.

Poi sparì. Al suo posto, ecco spuntare l’uomo sprovveduto, immerso nella sua sprovvedutezza. Questa volta facevo veramente fatica a rispecchiarmi: in lui non c’era il sospetto né il tentativo di difendersi dal successo degli altri. Anzi, il suo piacere era far del bene, consolare, sorridere, accogliere, per cancellare dagli altri la paura, la tristezza, la sfiducia in se stessi. Non volevo essere come lui: troppo pericoloso, fallimentare; piuttosto, mi sembrava che la cosa migliore fosse utilizzare questa sua apertura a mio vantaggio, fargli credere ciò che volevo. Mi sembrava che se non avessi colto questa occasione mi sarei dimostrato ancora più stupido di lui. Una cosa però mi disarmò: era felice. E questo perché era un fedele servitore dell’assoluto, e perciò la sua regola di vita era semplice ed infallibile: essere comprensivo sempre e con tutti. Ecco: forse è sbagliato chiamarlo sprovveduto: era un uomo fiducioso e sincero.

Fu così che accettai la presenza dell’uomo inflessibile, dell’uomo condizionante e dell’uomo sprovveduto. Ciascuno di loro è un capolavoro unico che sarebbe un peccato lasciar rovinare. Anzi, il loro valore è talmente grande che è meglio accollarsi i loro difetti che tollerare che giacciano inespressi. Prometto di prendermi cura di loro, sia dentro che fuori di me. Forse è questo il significato della parola “carità“.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, immagine modificata da un fotogramma del film “Dickens, l’uomo che inventò il Natale”, distribuito in Italia da Notorious Pictures.

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016, frequentato il triennio filosofico ed iniziato gli studi di Teologia. Per contattare l'autore: fr.stefano@osservatoredomenicano.it