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La Chiesa ci educa a meditare quotidianamente sui misteri della vita di Cristo per insegnarci a vivere in Lui, che, costituito con ogni autorità sulla casa del Padre, possiede un sacerdozio che non tramonta e che, essendo stato anch’egli messo alla prova, viene in aiuto a quelli che subiscono la tentazione (cfr. Eb 2,18). Ma la preghiera del Rosario, vivamente consigliata dal Magistero, ci invita a farlo in un preciso clima, dato dalla ripetizione della Salutazione angelica. Sacro furto di una bella serenata o precisa assunzione di una giusta prospettiva?

La prima cosa che salta all’occhio è proprio questa: la proposta di cominciare il nostro dialogo col paradiso rivestendo i panni dell’angelo mandato da Dio. Un invito, di conseguenza, ad assumere il punto di vista stesso di Dio. Come è possibile, dal momento che preghiamo proprio per essere guardati da Dio? Questo è possibile grazie al “mirabile scambio” dell’Incarnazione e al dono dello Spirito Santo: come dice san Paolo, “ecco ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

Apriamo la bocca in mezzo all’assemblea celeste dunque con una dignità già divinizzata, e che cosa diciamo, come cominciamo la nostra conversazione con lo Spirito? “Ave”, cioè “rallégrati”. Sembrerebbe che fossero i beati, con cui vogliamo entrare in comunione, a doverci rivolgere questo augurio e questa benedizione, e invece la Chiesa nostra madre ci imbocca a salutare per primi, a non essere secondi nell’essere portatori di gioia. E questo a nostro vantaggio, perché “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).

Poi la parola di Dio che facciamo nostra come il versetto di un salmo è: “Piena di grazia”. Il fatto che la Chiesa condisca la nostra ruminazione del vangelo con questa espressione vuol dire due cose. La prima è che non dobbiamo meditare gli eventi della vita di Cristo se non siamo disposti a vedere attraverso di essi la bellezza della grazia che opera nella vita nostra, della Chiesa e del mondo. Si tratta dell’obbligo morale a un sano ottimismo, che dia più peso al grano che alla zizzania e renda così il dovuto riconoscimento allo splendore dell’agire di Dio. Si legge negli Atti degli apostoli che, quando imperversava la disputa se i pagani potessero o no entrare nella Chiesa, Pietro mandò san Bàrnaba ad Antiochia, dove molti pagani erano già stati battezzati. Dice san Luca: “Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede” (At 11,23-24).

Il secondo significato del ripetere cinquanta volte “Piena di grazia” è che pregando dobbiamo imparare a selezionare l’oggetto del nostro sguardo sulla base di questa bellezza. Da quando nasciamo, siamo portati a mettere il fuoco della nostra attenzione su ciò che corrisponde maggiormente alla nostra idea di bellezza. Ma da Dio impariamo quale sia il vero metro di misura, impariamo ad adottare una sensibilità per il grazioso, mettendo da parte l’attrattiva di bellezze illusorie e parziali. “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Tess 5,21). Buono è stare a Nàzaret con il mandato di Dio, come messaggeri e rappresentanti di Dio nel mondo (cfr. Lc 1,26ss), buono è incrociare lo sguardo dei “santi, che sono sulla terra” (Sal 15,3) e contemplare le perle preziose plasmate da Dio, buono è disertare la città dei potenti per guardare l’umiltà (cfr. Lc 1,46ss).

Siamo angeli, anzi più che angeli: “Voi siete dèi” (Sal 81,6). L’amore del Padre ci abilita ad essere nel mondo “figli della luce” e “ci nutre con fiore di frumento” per vivere in noi: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,19-20). Nei nostri cuori c’è la parola affidataci da Dio, e la nostra bocca “parla per la sovrabbondanza del cuore” (Mt 12,34) e sulle nostre labbra appare l’espressione “Il Signore è con te”. Così si avvera in noi la promessa fatta ad Abramo: “Farò di te una grande nazione […] e possa tu essere una benedizione” (Gen 12,2). Da qui il dovere per noi, sancito dalla lex orandi, di vedere ogni cosa in relazione a Dio, beatitudine delle creature: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Per questo il nostro annuncio non può che essere “Il Signore è con te”.

Secondo alcuni manoscritti, l’angelo avrebbe anche aggiunto: “Tu sei benedetta fra le donne”. Un’espressione entusiasta che non può non completarsi – come fa Elisabetta “colmata di Spirito Santo” – con il riferimento esplicito al motivo di tale benedizione: Gesù, il “frutto benedetto del suo seno”. Questa amata espressione di autentico compiacimento di fede non è altro che un riverbero del doppio compiacimento per il Figlio, del Padre e della Madre: “Tu sei il Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mc 1,11), “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49). Siamo quindi addirittura chiamati a partecipare della gioia per il Figlio assumendo la prospettiva di chi lo genera. Siamo chiamati a far nostro quel sentimento di soddisfazione, di pienezza, di compimento che trova il genitore nell’esistenza stessa del figlio. Siamo chiamati a fare di Gesù, il Figlio, il centro e la meta del nostro desiderio.

Qui comprendiamo la saggezza della ripetizione dell’Ave Maria, non solo come nostro discorso a lei, ma più in profondità come presenza della Trinità in noi. In altre parole, la formula della preghiera è già un mistero da meditare, il mistero per cui siamo angeli, e più che angeli. Il mistero dello Spirito Santo che grida in noi “Abbà, Padre” e ci prova che siamo figli di Dio. Il mistero per cui siamo discendenza della Donna (cfr. Ap 12,17), un mistero che ci viene incontro dal futuro e ci rivela il nostro presente: “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). E con questa Donna cantiamo che “Dio non ha dimenticato la sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri” (cfr. Lc 1,54-55). Noi siamo quel figlio amato del quale la parabola dice che “quando era ancora lontano, suo padre lo vide” (Lc 15,20). E lo siamo al cospetto di un “segno grandioso”, il capolavoro della grazia, la Tuttasanta.

Questa è la nube rosa della meditazione cristiana, la nube di un amore dal quale nessuna creatura ci potrà mai separare.


Per il fotomontaggio sono state utilizzate inoltre: “Crazy storm clouds” di Ellie e “Cloud” di Mole_Farmer.

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.