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Problemi di debiti

Durante lo scorso Triduo Pasquale1, silenzioso e raccolto nella sua particolare coloritura, mi sono trovato a riflettere su di un fatto: per comprendere il vero senso di un sacrificio è necessario avere ben chiara la sua necessità. Se, ad esempio, dovessi valutare la carità e la bellezza del gesto di un uomo che fa suo il debito contratto da un amico, non potrei esimermi dal considerare anche la natura dello stesso, sia in termini quantitativi che qualitativi. Mi arrischio quindi a dire che non è possibile apprezzare a fondo un sacrificio se non si comprende il peso, oggettivo e soggettivo, della mancanza che va a colmare.

Nel caso della Passione, Morte e Risurrezione del Signore, la natura e la gravità di questo debito appare chiara, evidente persino a chi fatica ad affidare a Lui la propria vita: il male. Non quella sofferenza, grave ma non colpevole, che giunge dai difficili e dolorosi rapporti con il mondo circostante, bensì quel seme necrotico che alberga in fondo al nostro cuore e che si adopera a menomare il nostro essere lasciando che solo frammenti di noi vaghino per il mondo.

Mi arrischio ad un altro passo avanti: ammettiamo che sia d’unanime consenso che l’uomo si trovi, nel suo stato attuale, connaturalmente macchiato dal male e solo accidentalmente dominato da esso: appare chiaro allora che il dono che Cristo ci fa con la Santa Pasqua è di darci una possibilità, altrimenti assente, di essere dominati dal bene. Non da una bontà che provenga dal nostro io presente, bensì da qualcosa di estrinseco ai nostri limiti, che vada a colmare quella frammentazione che costituisce la nostra miseria.

Una metà intera

Proprio qui secondo me si pone il problema: se da un lato siamo anche disposti ad ammettere questa verità a livello concettuale, dall’altro fatichiamo a vederci concretamente come manchevoli. Anche le persone di più provata fede hanno infatti la tendenza a considerare i progressi nel bene o i regressi nel male a partire da un substrato antropologico che raramente viene messo in discussione. Detto in altri termini, tendiamo a valutare noi stessi in relazione a Dio dimenticandoci che la nostra stessa natura è corrotta. Si tende cioè a considerare il bene da desiderare ed il male da evitare a partire dai limiti che lo stato di peccato pone alla natura umana; ecco che quindi le aspettative saranno definite da quegli stessi confini non ancora messi in dubbio e tenderanno a porsi su di un piano di mediocrità.

Questa non si applicherà solamente ai fini, ma anche alla ricerca dei mezzi. Se infatti il margine di miglioramento nel bene non supererà quella natura corrotta mai seriamente discussa nella sua stabilità, allora l’aiuto di Dio sembrerà necessario solo a capire la direzione e correggere le sbandate. Il Signore quindi sarà per noi solo un papà paziente che insegna al figlio ad andare in bici e, nel farlo, gli mostra come fare a meno di lui.

In quest’ottica il sacrificio di Cristo ci appare, intimamente, esagerato e macchiato da un’insita imprudenza. Se infatti il perfezionamento umano può reggersi sulla sua attuale mediocrità, allora non ci serve uno che ci doni la sua vita, ma solo qualcuno che ci insegni come recuperare la nostra attraverso una dottrina ben più preziosa di ogni sacrificio.

Basta anche solo parlarne per rendersi conto di quanto sia intimamente diabolico questo ragionamento: non solo si presume un eccesso da parte di Dio nell’agire, ma si formula una sostanziale indipendenza dell’uomo dal Signore che fa dell’Onnipotente una sorta di consulente che ci aiuta a gestire un’impresa ormai in crisi. Ma perché molti di noi, perlomeno in alcuni momenti, tingono di questo pensiero la propria vita spirituale? Mi limito a formulare un’ipotesi e ad affermare che il più grande inganno del peccato è di averci fatto dimenticare ciò che siamo.

Nessuno sa chi è

Per spiegare questo concetto, proverò a fare un esempio: immaginiamo un’isola possibile nella quale tutti, per un bizzarro difetto genetico dei primi colonizzatori, nascono privi dell’uso della vista. Sono certo che queste persone troverebbero dei modi per vivere e prosperare estremamente interessanti e vari, tuttavia avrebbero certamente dei limiti e delle difficoltà ignote non solo a noi, ma anche ai ciechi reali, abituati a vivere in un mondo di vedenti. Queste persone probabilmente scorderebbero in fretta che la condizione naturale dell’uomo è quella di essere un vedente, tanto che penserebbero se stessi come creature in qualche modo maledette, condannate a vivere al buio prive dei doni che renderebbero amiche le tenebre. Ora, immaginiamo che un’equipe di medici giunga sull’isola e scopra che la cecità congenita può essere facilmente risolta con una semplice operazione chirurgica: è probabile che i nostri amici indigeni considererebbero la capacità di vedere così innaturale e distante da rifiutare questo aiuto proprio per non tradire quella concezione di sé alla quale, pur se falsa, sarebbero disperatamente legati.

La nostra situazione è simile a quella di questi indigeni: quella perfezione per la quale fummo creati, ed alla quale rinunciammo con il peccato originale, ora non solo non ci appartiene, ma ci risulta addirittura ignota. La percepiamo come un vago senso di disagio, ma tendiamo comunque a considerarci completi anche nella nostra menomazione. Per questo quel Divino Soccorso, che intende restituirci l’originale condizione, ci rimane o incomprensibile o, nel migliore dei casi, riconducibile ad altre esigenze, buone ma certamente più basse.

Seguendo invece l’esempio dei santi, dobbiamo iniziare a considerarci come connaturalmente manchevoli: proprio come un san Domenico o un san Francesco, che continuavano a sentirsi peccatori nonostante la loro santità, anche noi dobbiamo accettare il fatto che, prescindendo dalla perfezione del nostro agire, siamo comunque indegni del Signore e bisognosi della Sua Misericordia semplicemente perché menomati rispetto a ciò che Lui creò.

Cerchiamo quindi di vivere il Tempo Pasquale nella maniera più autentica, ossia come la restituzione di qualcosa che neppure sapevamo di avere, di una perfezione che, proprio perché giunta a noi dal supremo atto d’amore di Cristo Crocifisso, ci si presenta come l’unica cosa che davvero ci fa difetto: la capacità di amare in piena libertà, certi di aver ben riposto i nostri legittimi fini nelle mani di Colui che Dona Ogni Cosa.


1 La celebrazione in tre giorni della Passione, Morte e Risurrezione del Signore, dalla Messa in Coena Domini del Giovedì Santo alla Domenica di Pasqua.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, elaborazione della foto “Nosce Te Ipsum” di Philip Chapman-Bell.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it