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E così mi hanno detto che vorresti conoscere una vocazione domenicana. Mi sono confrontato a tavola con i confratelli e uno di questi, con un lampo d’occhi, mi ha lasciato una provocazione interessante: la vocazione è come una ferita che bisogna tenere aperta, una ferita della Misericordia di Dio, qualcosa su cui è necessario tornare costantemente nella propria vita. È così, la vocazione è una ferita che non si cicatrizza fino a quando non si saranno ricicatrizzati al suolo i nostri corpi: è una ferita, perché feritoia, affinché attraverso di essa possa intravedersi sempre l’Altissimo; è una ferita perché piaga: è il nostro modo di essere crocifissi, di dare la nostra vita per Lui. In definitiva è la via per la quale noi acquisiamo quella ferita da cui siamo stati guariti (Cfr 1 Pt 2, 24). Tutto ciò implica che la vocazione sia qualcosa che non ha ancora un senso compiuto, un fatto di oggi e non di ieri.

Ebbene cosa significa oggi per un giovane essere entrato a 19 anni in un ordine di 800? Ci si sente nani sulle spalle di giganti: spaesati e al proprio posto insieme. Ma come è possibile? Spaesato significa senza paese, senza una patria, proprio il contrario: un uomo che ha trovato un senso in ciò che ha scelto non si sente mai fuori posto. Vero e non vero… in altri termini, complesso. Anzi dirò di più, la prima cosa che ho imparato nell’Ordine è che non puoi trovarti al tuo posto se non ti lasci spaesare. Del resto siamo un Ordine di viatori. Avere il desiderio bruciante di portare Cristo, implica chiedersi dove Cristo voglia essere portato. Chi lo determina? Chi mi insegna la Volontà di Dio? Io? Nella mia esperienza è la comunità ad essere interprete della volontà di Dio attraverso le circostanze. Questo implica essere pronti a partire, a lasciare nuovamente tutto, implica vivere nei calzari di Abramo. Ma vi sono altri due modi in cui è necessario lasciarsi spaesare: uno dentro di sé e l’altro al di là di sé.

Spaesare la superbia del cuore

Non si può salire sulle spalle di un gigante finché ci si ritiene in un qual modo a nostra volta giganti: un aspetto su cui concentro la maggior parte del mio lavoro interiore. La cosa è più sottile di quello che sembra: la prima tentazione che seduce il cuore è quella di farsi una salvezza su misura. Questo avviene quando ridimensioniamo l’offerta di Cristo, dove ci risulta troppo ardua, ed esaltiamo smisuratamente quegli aspetti di Essa in cui ci riteniamo talentuosi. Mi è arduo pregare? Sarò immediatamente tentato di dire che in fin dei conti l’intimo colloquio con Dio mi sottrae a tanto bene che potrei compiere verso il prossimo. Ed il prossimo diviene schermo contro l’Altissimo. E vi sono un’infinità di altri esempi.

Ma questo è il male minore, nella misura in cui è seguito dall’autoesaltazione delle proprie qualità. Nell’agire, anche attraverso le cose più sacre, dobbiamo chiederci sempre se stiamo invertendo i ruoli, se stiamo gridando a Cristo: “Gesù, non temere, qui ti salvo io”. La sottigliezza consiste nel vedere al di là delle proprie (e mai altrui) intenzioni apparenti, che spesso son ben motivate. Il punto è passare da motivazioni vedute a motivazioni vissute e possiamo solo renderci conto dove non le stiamo vivendo, Come? Attraverso alcuni sintomi connessi alle passioni: quando compio un atto per Dio, una funzione sacra, un esame, un apostolato, un servizio, ma questo non riesce come l’ho progettato, come reagisco? Ira, nevrosi, sconforto, rabbia, sfogo contro un confratello od un amico sono tutti segni di un cuore che crede di sorreggere Cristo e non si lascia più portare da Cristo. “Il Figlio dell’Uomo (…) non è venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10, 45). Dove e quando mi sono sentito veramente servire da Cristo?

Spaesarsi è meraviglia

La seconda esperienza che sto compiendo dell’ordine è quella del trascendimento: riconosciuta la mia infimità – arte quotidiana che dura l’intera esistenza – ho scoperto l’energia che consente di superarla. Appena entrato nell’Ordine un frate non porta nulla, rinuncia a tutto, mendica solo una cosa: alla domanda: “Cosa chiedi?” abbiamo tutti risposto: “La Misericordia di Dio e la Vostra”. Questa è l’energia che mi ha sollevato sulle spalle di otto secoli di storia: la vertigine che uno prova nel lasciarsi sollevare, misura tutta la profondità della nostra pochezza.

Ma, giunti in cima, si comprende il detto del profeta Osea: “ero per loro /come chi solleva un bimbo alla sua guancia” (Os 11, 4 c-d). Lasciarsi trascinare a quell’altitudine umilia e letteralmente esalta, perché è il dono di una prospettiva, di uno sguardo sulla storia: l’Ordine “fin dalle sue origini è (…) stato istituito in modo specifico per la predicazione e la salvezza delle anime” (Cfr LCO 1, § II).  Si è spaesati dalla meraviglia: da lì si comprende autenticamente la propria vocazione e si scopre il fine della propria esistenza. Tutto, compreso se stessi, è fatto per concorrere al bene di coloro che amano Dio. Credo che in questo senso il carisma di un Ordine sia irriducibile agl’altri, come irriducibile è un oggetto formale: un carisma è un modo di vedere il mondo. Ora, da questa concorrenza al bene, nasce la spinta a gareggiare nello stimarsi a vicenda che forse è ciò che sta alla vita comune, come il respiro sta alla vita biologica. Questa non è una visione idillica delle cose, ma è l’attestazione di un fondamento che è al di là della nostra portata, nel bene e nel male. Certamente nessuno riesce totalmente a vivere all’altezza del Gigante e questo fa parte della logica della Grazia: è un dono perché non lo abbiamo meritato. Ecco il metro per discernere quali parti di noi non siano radicate nel fondamento, ma solamente giustapposte.

La grandezza del bambino

Giunto alla guancia di chi mi solleva come un bimbo, non sono voluto più scendere. Ma chi non vuole più abbandonare un luogo, ha trovato il suo luogo. È la mia esperienza: sono al mio posto proprio perché spaesato. Essere al proprio posto, implica, però, avere un ruolo inderogabile. Non solo il bambino trae beneficio e sicurezza dal Gigante, ma anche il Gigante dall’alto dei suoi otto secoli di storia beneficia del bambino: ogni cosa nel corso degl’anni matura, ma il prezzo della sua maturazione è il suo invecchiamento, l’irrigidirsi dei muscoli, il tremore del corpo, la miopia appannata dallo sguardo.

Più il tempo scorre, più si diventa saggi, meno si può usare di questa saggezza, solo la si può comunicare. Le scelte, infatti, sono state già compiute e le ore non tornano sui propri passi. Il valore di quelle scelte si mostrerà nelle scelte di coloro che hanno imparato da esse. Qui subentra il bambino, ossia le nuove generazioni, le quali sono il volto del Gigante che si affaccia al futuro, ciò che gli permette di guardare più in là. Ma dall’altro sono il richiamo autentico al passato: non ci si ricorda veramente di quando si era bambini sino a che non si incontra un bambino. Guardarlo risveglia nell’antico il richiamo non più ingenuo delle sue origini: è da ciò che cerca nell’Ordine, che il Gigante ricorda cosa dovrebbe avere. Mi sovviene un insegnamento di Seneca: “Necesse est initia inter se et exitus congruant[1]. È necessario che l’inizio e la fine sia congruenti, che il bambino divenga gigante e il gigante torni bambino.

[1] Seneca, Lettere a Lucilio IX, 8

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).