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Pubblichiamo qui la quinta parte della serie di meditazioni proposta da fra Pietro Zauli sulla preghiera; qui di seguito è possibile risalire al quarto articolo.

La Grande Missione

1. A questo punto del nostro piccolo percorso sul rosario abbiamo acquisito alcune consapevolezze fondamentali: il rosario è una preghiera potente, mariana e contemplativa. Il carattere di potenza è dovuto proprio alla sua natura profondamente mariana: il primo aspetto è questo, sappiamo che nel momento stesso in cui ci è stato conferito il nostro battesimo, ci è stata conferita una missione di preghiera. La preghiera è di fatto l’onnipotenza di Dio partecipata a ciascun cristiano – io la definirei così.

2. Sappiamo per fede che il luogo e i contesti in cui viviamo non ci sono semplicemente capitati, le coincidenze sono i guanti della mano di Dio: Dio ci tratta coi guanti, non ci ordina imperiosamente di andare in un luogo, fa accadere il nostro essere in quel luogo, in quel contesto e dove ci ritroviamo sappiamo per fede che siamo mandati e la prima cosa che di noi viene mandata è la nostra preghiera, per la quale siamo efficaci ovunque: in ogni luogo, realtà o situazione.

3. I primi per cui dobbiamo pregare sono le persone che relazionalmente ci sono più intime (prossimità spirituale) e fisicamente ci sono poste accanto (prossimità corporale), secondo tutte e due le dimensioni dell’uomo. Se, infatti, la carità è quell’amore che attraversa tutta la vita dell’uomo e l’uomo è anima e corpo, il prossimo che ameremo come noi stessi sarà secondo l’una e l’altra dimensione della nostra vita. Sappiamo, infatti, che Dio ha vincolato alcuni beni alla nostra preghiera e senza di essa, quei beni non avverranno: se dunque Dio mi ha fatto prossimo a qualcuno (attraverso la parentela, l’amicizia, l’affettività, la concittadinanza, l’appartenenza religiosa, la collaborazione lavorativa), so già che il compito di impetrare per lui quei beni che senza preghiera non avverranno spetta a me.

4. Certo, maggiore è la comunione con Dio, più intensa diviene la nostra intercessione. E anche se nessuno sa a che punto è della sua vita con Dio, ci è donata una figura di cui conosciamo l’esatta prossimità a Cristo: la massima possibile. Scrive Tommaso: «Non era conveniente che un angelo prestasse un atto d’ossequio o riverenza all’uomo finché non si fosse trovato nelle umane generazioni qualcuno che lo superasse – per spiritualità, familiarità con Dio e nel pieno splendore della grazia. Così fu l’angelo che rese omaggio a Maria, salutandola: “Piena di grazia”»1.

L’oro e il capolavoro

5. Tuttavia, l’intercessione di Maria non ci dispensa in nessun modo dalla nostra crescita spirituale: il suo intervento perfeziona la nostra preghiera, ma non la sostituisce. Un artista può avere le mani “d’oro”, sicché qualsiasi statua che scolpirà apparirà un capolavoro.

6. Il valore della statua, per quanto sia meravigliosa la scultura, non è uguale se il materiale è tratto dall’oro o è tratto dal gesso. Le “mani d’oro” dell’intercessione mariana non renderanno d’oro il gesso della nostra scarsa preghiera: il suo valore materiale rimane un fattore che dipende dalla qualità del nostro rapporto con l’Altissimo, qualità il cui incremento costituisce lo scopo di tutta la vita interiore. Lo scopo è questo: «Ospitare nei vostri cuori Cristo tramite la fede, e di avere nell’amore le vostre radici e il vostro fondamento, […] affinché possiate assumere l’intera pienezza di Dio»2.

7. Anche se non sappiamo quanto siamo pieni di Dio, non siamo del tutto privi di indizi: vediamo la nostra costanza, le cose che ci strattonano lontano da Dio, capiamo dalla loro gravità effettiva e dall’intensità delle risposte di Cristo nella nostra storia quanto Dio sia in noi3. Ora, come si ama Dio può insegnarcelo solo Dio stesso. Per questo il rosario è anzitutto contemplazione della vita Christi, affinché divenga ispirazione per agire secondo la volontà di Dio nel proprio quotidiano. La prima regola è molto semplice: astenersi da tutto ciò che offende Dio in qualunque modo. Come possiamo chiedergli, se nemmeno gli portiamo rispetto? Se vuoi essere esaudito, esaudiscilo!

8. Esaudirlo è anzitutto compiere ciò che lui ha compiuto: certo non fare il male è importante, ma tendenzialmente chi si occupa seriamente di fare il bene, ha poco tempo per fare altro. Più importanti sono le cose che Cristo ha fatto in vita, egli non ha smesso di volerle per il fatto che è entrato nella vita eterna, anzi proprio per questo sappiamo che le vuole con una volontà immutabile. Meditare, contemplare con gratitudine le scelte eterne del Signore è un modo per connettersi a questa volontà immutabile, volontà di salvarci.

9. Ci siamo accorti, però, di un fatto lampante: Cristo può rimanere inattingibile a chi non ha il giusto sguardo. Egli era sotto gli occhi di tutti, di sua madre non meno che dei suoi aguzzini, quando moriva. Sono le sole paia d’occhi che rimangono di fronte a Cristo fino alla fine. Questo schieramento di occhi non ci dice, però, semplicemente quali siano le posizioni che rimangono fino all’ultimo dinnanzi al Signore, quasi che le altre abbandonino prima, ma come tutte le posizioni coincideranno in ultimo o con l’uno o con l’altro sguardo: il fatto che Maria sia, con Giovanni, una contro i molti ci dice quanto non sia scontato appartenere al Figlio e a maggior ragione deve affezionarci con urgenza alla sua materna mediazione. Diceva un santo francese con una felicissima sintesi teologica: «Per andare a Gesù, bisogna andare a Maria, nostra mediatrice d’intercessione; per andare al Padre, bisogna andare a Gesù, nostro mediatore di Redenzione»4.

L’immaginazione

10. È vero che abbiamo l’esempio di ciò che dobbiamo guardare, è vero anche che abbiamo l’esempio di come dobbiamo guardare. Ma qui vi potrebbe essere un cortocircuito non da poco: un esempio, per essere tale, deve essere oggettivo. Se posso ancora guardare con una certa oggettività la vita di Cristo, perché posso apprenderne il contenuto nei Vangeli, non è molto chiaro come possa imitare lo sguardo di Maria: nella contemplazione sono io che guardo, io che immagino, tanto quello che accade, quanto il modo con cui dovrebbe essere guardato.

11. Se, infatti, ho bisogno di guardare a Maria come a un esempio, questo è perché non conosco come si guarda: l’esempio mi rende edotto di cose che da solo non capirei. Se il punto di vista di Maria nel rosario è guadagnato con uno sforzo della mia immaginazione, siamo da capo. Credere di vedere le cose dal punto di vista di Maria perché abbiamo immaginato il suo punto di vista, è come credere di essere dei geni della musica perché, mentre suonavamo la pianola, ci siamo immaginati di essere Beethoven. Non funziona.

12. Questo vuol dire una cosa soltanto: se il rosario è una preghiera profondamente mariana, la prospettiva di Maria sui misteri non può essere il frutto di uno sforzo della nostra immaginazione.

13. Noi, mettendoci davanti ai misteri di Cristo dal punto di vista di Maria, non stiamo semplicemente facendo un atto di immedesimazione, stiamo chiedendo il suo punto di vista di fronte a quei misteri: «Quando recita il rosario, la comunità cristiana si sintonizza col ricordo e con lo sguardo di Maria» (Rosarium virginis Mariae, n. 11). Questa sintonizzazione o è un’iniziativa di Maria stessa o rimane una suggestiva fantasia.


1 San Tommaso d’Aquino op, Commento all’Ave Maria, in Id., Opuscoli teologico-spirituali, cur. R. Sorgia op, Paoline, Roma 1976, pp. 264-265.

2 San Gregorio di Nissa, Il fine cristiano, in Id., Fine, professione e perfezione del cristiano, cur. S. Lilla, Città Nuova, Roma 1979, p. 39.

3 Cfr. San Tommaso d’Aquino op, Summa Theologiae, I-II, q. 112, art. 5, resp.

4 San Luigi Maria Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 86, in Id., Opere. Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990, p. 410.

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 25 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza). Per contattare l'autore: fr.pietro@osservatoredomenicano.it