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Pubblichiamo qui la seconda parte della serie di meditazioni proposta da fra Pietro Zauli sulla preghiera; qui di seguito è possibile risalire al primo articolo.

Insoliti successi

1. Se già la preghiera può apparire alla frenesia contemporanea qualcosa di assurdamente lontano dalle sue prospettive, dalla sua giornaliera pianificazione, certe formule godono di un’indifferenza di riguardo da parte del mondo.

2. Tendenzialmente, l’uomo tramanda le cose che hanno avuto ‘successo’ nel proprio tempo. Nel nostro un’opera merita attenzione se riesce a fare mirabile compendio di tre ingredienti essenziali: (a) brevità; (b) facilità; (c) varietà.

3. La cosa che invece non può lasciarmi indifferente è che non solo il Santo Rosario è una preghiera che riesce a contravvenire ‘miracolosamente’ a tutti questi ingredienti, ma lo fa con una puntualità persino dispettosa. (a) Non è una preghiera breve. Al contrario, richiede tempo, bene quindici/trenta minuti di contemplativa inattività, un lusso che sembra nessun uomo d’oggi possa prendersi. Nell’infarcimento delle giornate a cui molti si impegnano, il tempo risulta essere una risorsa più rara dell’oro. (b) Inoltre, ha l’ardire di richiedere concentrazione. Non solo, la chiede ma si ostina a non catturarla: l’attenzione è l’unico bene che è bene rubare, non è cosa che si possa spontaneamente prendere o dare. Il Rosario non solo sembra non essere pensato per catturare l’attenzione di chi lo recita, sembra quasi che al contrario si ostini a perderla. (c) È ripetitiva: diciamo che nessuno vive brividi di suspense fra un’ave Maria e un’altra…

4. Eppure, è mezzo millennio che i cristiani lo pregano con fiducia, con sincero fervore e io ne ho visti di cristiani che pregavano davvero ogni ave che dicevano. Perché? Come ha fatto a sopravvivere all’urto del tempo, al cambiamento dei secoli? Un uomo pragmatico forse userebbe un’espressione non elegantissima per descrivere questa preghiera, eppure tutt’altro che inesatta: Funziona. In termini un po’ più teologici e un po’ meno pragmatici noi diremmo: è una preghiera potente. Perché? Da dove desume la sua efficacia? Francamente, non si può cogliere perché la preghiera del Rosario funziona, se non si coglie come funziona una preghiera.

Il frutto

5. Ora, potremmo dire che la preghiera è come un frutto. Quando un cristiano prega, la prima cosa che fa è mettersi dinnanzi all’Infinita Presenza, per la quale tutto è pieno del Signore. E, se è vero che il cuore dell’uomo è come Eden interiore, potremmo dire di essere davanti a Lui come un albero nel Suo giardino. Così, nell’atto in cui preghiamo, anche se compiamo qualcosa di spirituale, non per questo non compiamo qualcosa di concreto, anzi produciamo un bene fattivamente, omogeneo alla natura della preghiera stessa, quindi a sua volta spirituale. Ma l’assenza di una determinazione fisica del frutto della preghiera è proprio il suo vantaggio su tutto il mondo fisico, il motivo per cui il frapporsi di un muro, di un mare, di un continente possono separare materialmente le persone, ma non la loro preghiera. Così, dalle ramificazioni della nostra vita sorge un frutto, un bene concreto e oggettivo, un frutto a tre spicchi.

Spicchi Arancia
Foto di Emma Santunione

6. Uno spicchio è sempre per Dio: è evidente che quando chiediamo aiuto a qualcuno celebriamo la sua abilità nell’aiutarci. D’altro canto, uno dei frutti dello scambio dei favori è la crescita della confidenza, perché nel chiedere aiuto si compie sempre un atto di fiducia che parte dalla manifestazione del proprio bisogno e del proprio limite – perché sia accolto benevolmente – alla sua soddisfazione, dove ci rimettiamo all’intelligenza e alla capacità di chi ci aiuta.

7. Uno spicchio è sempre per noi: pregare procura anzitutto del bene a colui che prega e non mi riferisco necessariamente solo al bene che ha chiesto, ma ad un bene proprio che accade indipendentemente dal chiedere qualcosa di specifico. Questo bene consiste in quel tesoro che Cristo ha promesso nei Cieli, tesoro il cui ammontare dipende dall’intensità del bene che avremo vissuto e compiuto qui: «Accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,20-21). Ogni preghiera che compiamo lo intensifica, ne aumenta l’ammontare, garantendoci un ‘panorama’ infinitamente migliore sulla visione di Dio, quando lo vedremo a faccia a faccia (cfr. 1Cor 13,12).

8. Uno spicchio è sempre lasciato alla nostra libertà. Ci sono cose nel bene – e questo è fondamentale – che Dio farà solo se Gliele domandiamo. Non che non le possa compiere comunque, semplicemente ha scelto che non accadranno nella storia senza che siano state richieste dai cristiani. A tal punto considera seriamente la nostra preghiera che ne fa un mandato specifico.

9. Col Battesimo Cristo ti dice: «Ho vincolato alla vostra preghiera l’accadere di molti beni, se diserterete dalla vostra preghiera non avverranno». Non sarà uguale la storia senza la nostra preghiera. Di questo siamo certi: grande è la responsabilità di un cristiano nel mondo, egli è come una sentinella sulle mura. Deve vegliare con la propria preghiera il bene del mondo1.

La qualità e il dono

10. Noi sappiamo, però, che la qualità dei tre spicchi dipende dal primo. È ragionevole pensarlo: le persone che amiamo possono chiederci cose che nessuno si sognerebbe di chiedere. Ora, la carità è ciò che rende cari a Dio: più intensa è la nostra carità, più potente diviene la nostra preghiera.

11. Ma chi può dire quanto siamo intimi a Dio? A ben guardare, il nostro frutto è spesso ammaccato: la sua qualità non è certo eccezionale quanto le cose che domandiamo con esso. Ma non dobbiamo scoraggiarci. A ben pensare, un dono è fatto di due cose: di ciò che si dona e dell’affetto con cui si dona. Più si va avanti negli anni, più l’aspetto preponderante del donare è l’affetto con cui si dona. Pensiamo al disegno di un figlio o di un nipote: per sé è uno scarabocchio, uno scarabocchio con scritto Babbo o Mamma, Fratello o Sorella. Eppure, chi non si commuoverebbe dal riceverlo? È il disegno di una persona a cui vogliamo bene. È quel bene il punto, per cui qualcosa che di per sé non è bella, diviene comunque altamente significativa e diventiamo disposti a trattarla con molta più cura di cose che magari, su un piano oggettivo, varrebbero di più.

12. Esiste una creatura che abbia una simile familiarità con Cristo? La Rivelazione ci attesta di sì: Maria è Colei che, unendosi alla nostra preghiera, trasfigura il nostro offrire con la sua intercessione, al punto che, diceva il Poeta, «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ali» (Par., c. XXXIII, vv. 13-15).

13. Nel donarti Maria è come se il Figlio di Dio, radioso, ti dicesse: «Cosa attendi? Non indugiare nel chiederMi! Il tuo frutto è ossidato, annerito? Temi di non essere esaudito? Non temere! Io ti dono una persona così intima a me, così cara al mio cuore, che non vi sarà preghiera che farai che, presentata attraverso di lei, non risulti irresistibile ai Cieli!».

14. Questa persona è Maria. Del resto, il Dio che ha dato tutto Se Stesso per noi, non si accontenterà di darci poco o cose piccole.


1 Si deve fugare un errore tipico del cristiano, se inesperto: la nostra preghiera non causa una scelta di Dio, quasi che l’Onnipotenza del Creatore ‘fosse mossa’ ad agire in un modo piuttosto che in un altro dalla nostra implorazione. Dio dalla Sua Eternità ha scelto che a certe preghiere sarebbero seguite certe grazie e senza quelle stesse, non si sarebbero potute conseguire. La nostra preghiera, quindi, è efficace in conseguenza di un decreto eterno di Dio. Ma proprio per questo non possiamo astenerci dal farlo e grande è la responsabilità che riposa in una simile disposizione divina.

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 25 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza). Per contattare l'autore: fr.pietro@osservatoredomenicano.it