Condividi

Due amici

Il romanzo Il cacciatore di aquiloni, pubblicato nel 2003, è opera di uno scrittore afghano emigrato negli Stati Uniti d’America, Khaled Hosseini. La storia è ambientata in Afghanistan, alla fine degli anni Settanta. Il racconto tratta tematiche molto interessanti: amicizia, lealtà, tradimento, abuso di minori, perdono e redenzione. Vi è un rapporto di profonda amicizia tra i due protagonisti Amir (appartenente all’etnia afghana pashtun, considerata superiore) e Hassan (appartenente all’etnia hazara, considerata invece inferiore) ma il gesto di indifferenza e codardia di Amir, che non difende l’amico quando viene violentato da una banda di prepotenti capeggiata da Assef, cambierà tutta la sua vita1.

Un evento inaspettato

Forse non è giusto, ma ciò che succede in pochi giorni, a volte in un solo giorno, può cambiare un’intera vita: questo è ciò che sperimenta Amir stesso in prima persona. Amir viene assalito dal rimorso e dal suo senso di colpa e si sente responsabile delle disgrazie capitate ad Hassan, che gli è rimasto sempre fedele. All’interno di Amir avviene una sorta di battaglia che lo porta al desiderio di voler rimediare al male commesso, in modo da mettere a tacere il suo senso di colpa: l’espiazione del colpevole è a servizio della pace di tutti, dell’annientamento del conflitto. La presenza del male, di qualunque tipo esso sia, richiama istintivamente la responsabilità di qualcuno2.

Sarà una telefonata inaspettata a risvegliare i fantasmi della coscienza di Amir e a riportarlo in un Afghanistan martoriato dalla violenza e dai conflitti per riprendere la strada verso la sua dolorosa redenzione3. Amir ha l’occasione di tornare ad essere uomo e a redimersi dalla sua colpa.

«Esiste un modo per tornare a essere buoni4», gli aveva detto l’amico Rahim Khan, e questo è ciò che vuole sperare Amir, che intende assolutamente redimersi dal suo peccato.

Perdono e fedeltà

Quando Amir torna nella sua terra natale, si accorge che il suo Paese è molto cambiato da quando lo ha abbandonato trasferendosi in America, molti anni prima. Si accorge della miseria in cui è costretto a vivere il popolo afghano sottoposto al regime politico violento dei talebani.

I due protagonisti del romanzo, Amir ed Hassan, hanno caratteri estremamente diversi: il primo non sa difendersi (questo è ciò che gli viene rimproverato dal padre); il secondo è fedele e sempre pronto a combattere per proteggere Amir. Hassan sa di essere stato tradito da Amir ma lo perdona e non gli fa mai pesare la sua colpa. Colui che perdona protegge anche il colpevole. Il perdono, poi, oltre a smascherare la violenza, ne costituisce la reale soluzione5.

La lunga lotta di Amir per perdonare se stesso

Amir vuole espiare la sua colpa, adottando Sohrab, il figlio dell’amico Hassan e di sua moglie Farzana, ma tra i due si instaura un difficile rapporto, almeno all’inizio. Sohrab ha assistito all’uccisione dei suoi genitori ed è stato fisicamente e psicologicamente abusato a Kabul.

È significativa la frase che Amir pronuncia a Sohrab, andando a recuperare il suo aquilone, «Per te questo e altro6 », e questo dimostra il rapporto che inconsciamente lega Amir all’amico scomparso Hassan (il quale gli aveva pronunciato la stessa frase, prima di andare a prendere il suo aquilone ed essere violentemente abusato da una banda di ragazzi esaltati). Questa affermazione è segno di profonda fedeltà verso una persona cara: significa essere disposto a dare tutto se stesso per l’altro e per la sua felicità. Amir ha vinto fondamentalmente il suo egoismo ed è diventato generoso. Perché Amir è entrato nel suo cuore e ha capito quanto voleva bene ad Hassan. Vedere e accettare la propria miseria aiuta anche a vedere e ad accettare la propria bontà.

Il romanzo è molto diretto, di lettura semplice e rapida, arriva dritto al cuore e sa emozionare. Il popolo afghano viene descritto come gente con un carattere forte, orgoglioso e ricco di tradizioni, solare e cordiale. Viene messo in particolare rilievo il contrasto tra l’Afghanistan degli anni Settanta e quello di oggi: prima c’era la pace e le persone avevano fiducia le une delle altre; dopo, in seguito all’invasione comunista sovietica ed al regime oppressivo instaurato dai talebani, regna un’atmosfera di paura e terrore che porta gli abitanti di quel Paese ad essere diffidenti gli uni verso gli altri. In passato, in Afghanistan i ragazzini si divertivano a giocare con gli aquiloni, ora anche questa forma di svago viene loro proibita. Tutto è cambiato. Anche Amir è cambiato e di questo ne è consapevole lui stesso.

Amir dirà: «Il mio sogno è che mio figlio sia un uomo libero, che un giorno possa tornare a Kabul e che gli aquiloni riempiano di nuovo il cielo!».

Il cacciatore di aquiloni è quello che si definisce solitamente un “romanzo di formazione”. Solo che in questo caso, il personaggio principale deve combattere contro se stesso per poter essere veramente un uomo libero. Non vi è qui nessun nemico esterno da sconfiggere ma il protagonista deve innanzi tutto affrontare se stesso, le proprie paure e il proprio senso di colpa.

Sembra che Amir abbia paura, in un primo momento, di affrontare la realtà nella sua drammaticità per timore di trovarsi di fronte alle proprie colpe, alle proprie mancanze, ai propri egoismi. Non è facile combattere contro se stessi: questa è la battaglia più difficile, ma se la si riesce a fronteggiare e a superare, si potrà dare un senso alla propria vita. Tutto acquisterà un significato nuovo ed ogni cosa sarà vista sotto una nuova prospettiva. Si avrà così una visione di speranza per il domani, anche se il presente sembra solo preannunciare un futuro triste o a dir poco incerto.

Il percorso di Amir è tutt’altro che facile ma alla fine riesce a compierlo e ne proverà grande soddisfazione. Amir deve innanzitutto perdonare se stesso ed accettare che quanto ha fatto di male non lo si può cancellare ma è possibile fare qualcosa di buono in futuro. Il perdono diventa un modo di fermare la spirale violenta e neutralizzare i conflitti sostituendosi all’ingiusto meccanismo vittimario. Il perdono è disarmante perché elimina gli appigli per un ulteriore accanimento; colui che è perdonato vuole restituire gratitudine e non violenza7 . Amir si rende conto, poco per volta, di essere stato perdonato da Hassan e capisce l’importanza dei suoi gesti d’amore per proteggerlo. Chi ama, infatti, cerca di proteggere l’altro e non esita a pagare di persona in sua vece.

La forza del perdono

Chi perdona accetta che l’altro possa aver agito per debolezza e lo ritiene ancora degno di ricevere un beneficio nonostante il male commesso 8. Hassan, infatti, non serba rancore nei confronti di Amir, che lo tratta ingiustamente, e questa sua passività non fa altro che accrescere la rabbia dell’amico che si vede trattato in una maniera di cui lui non si sente assolutamente degno. Questo permette all’offensore di sentirsi accolto nel suo limite, di riuscire a vedere la fragilità prima non accettata e a provare gratitudine per colui che lo perdona. E così la violenza si allontana definitivamente9.

L’atteggiamento di Hassan smaschera l’ingiustizia della violenza mettendone in evidenza le cause principali: il sentimento di rivalità che Amir nutre nei suoi confronti e la fragilità e debolezza umane di quest’ultimo. Amir credeva di aver sepolto per sempre il suo passato, ma dopo parecchi anni, quando meno se lo sarebbe aspettato, il suo vissuto viene riportato in luce. Questo ci insegna che la vita ci presenta sempre il conto, anche quando noi non lo vogliamo o ci fa male dover fare i conti con le nostre azioni passate. Inoltre, questo significa che nella vita c’è sempre un’opportunità di redenzione; a tutti viene data questa possibilità, basta saperla cogliere ed accogliere.

L’amico Rahim Khan costituisce per Amir una sorta di mediatore, perché lo riavvicina al suo passato e lo fa riconciliare prima di tutto con se stesso. Per amare gli altri, coloro che ci stanno intorno, dobbiamo innanzi tutto amare noi stessi, riscoprirci deboli e fragili ed accettarci così come siamo, cercando di migliorare il nostro atteggiamento. E riusciamo ad amare noi stessi quando ci sentiamo amati da qualcun altro.

Amir crede di aver fallito interamente la sua esistenza ma non è così. Egli si rende conto di aver sconfitto definitivamente la sua pusillanimità. Questo è evidente quando tenta in tutti i modi di adottare Sohrab e lo difende da coloro che intendono fargli del male. Amir, perdonando se stesso, ha ritrovato la propria serenità interiore e ha dato un senso alla propria vita che era macchiata dal peccato e dal rimorso per quanto aveva fatto.

L’atto di perdono è invero il risultato di un processo complesso frutto della libertà umana; non è un meccanismo necessario e non appartiene di per sé alla struttura della persona umana; non è qualcosa che si può dimostrare ma solo rivelare raccontandolo e vivendolo10.

Questo libro permette al lettore, che si identifica con i personaggi della storia narrata, di fare un’esperienza di perdono e di comprendere cosa esso sia veramente e cosa esso provochi nelle persone coinvolte. Il dolore della colpa scompare solo quando Amir si sa perdonato da Dio. Il perdono di sé è sempre il dono di un Altro.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, ed. Piemme Numeri Primi, Milano 2014, pp. 368, Euro 11,90.


1 Riferimento alla violenza compiuta ai danni di Hassan, in Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, ed. Piemme Numeri Primi, Milano 2013, pp.75-83.

2 Un’utile guida alla lettura del romanzo è proposta in Federica Bergamino (a cura di), Alice dietro lo specchio. Letteratura e conoscenza della realtà, ed. Sabinæ, Roma 2013, p. 140.

3 Riferimento alla telefonata che Amir riceve dal Pakistan da parte di Rahim Khan nell’estate del 2001, in Hosseini, op. cit., p. 184 e seg.

4 Cfr Hosseini, op. cit., p. 12.

5 Cfr Bergamino, op. cit., p. 145.

6 Cfr Hosseini, op. cit., pp. 72 e 352.

7 Cfr Bergamino, op. cit., p. 146.

8 Cfr Ibidem.

9 Cfr Ibidem.

10 Cfr Hosseini, op. cit., pp. 157-158.

Non perderti nessun articolo!

Per restare sempre aggiornato sui nostri articoli, iscriviti alla nostra newsletter (la cadenza è bisettimanale).

fr. Stefano Burdese
Sono fra Stefano Tommaso Maria Burdese, piemontese, nato il 18 gennaio 1985 a Bra, ridente località del cuneese. Cresciuto sotto la protezione della Madonna dei Fiori, patrona della mia città, ho conseguito il diploma di maturità liceale. Mi piace leggere buoni libri, imparare le lingue straniere e viaggiare, seguo con passione il calcio (sono juventino dalla nascita) e sono un appassionato di numismatica. Professo semplice nell’Ordine dei Frati Predicatori dal febbraio 2019, mi impegno a seguire con gioia le orme di san Domenico. Sono iscritto come studente ordinario presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna. Per contattare l'autore: fr.stefanoburdese@osservatoredomenicano.it