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Gentile come l’acqua

Un bimbo in parte vero un giorno udì la storia di una principessa. In verità forse le storie erano molte, e tante le fanciulle coinvolte, ma la mente dei piccoli tende alla semplicità e quei differenti volti divennero presto uno solo. La ragazza in qualche maniera assomigliava ad un lago di montagna, un gioiello la cui purezza appariva nutrita della vicinanza al Cielo e nel quale ogni bellezza sembrava specchiarsi.

Mentre l’immaginazione, come un goffo artista, cercava di dare corpo a queste suggestioni, il bimbo non poté che meravigliarsi della forza promanata da un essere così delicato. Quel piccolo uomo, presente in lui seppur non ancora sbocciato, lo spingeva a guardare con palpitante ammirazione a quei prodi cavalieri la cui forza gli appariva un’alta garanzia di libertà. Eppure questi eroi, tanto liberi e potenti, finivano sempre per cercare la principessa, anche solo per bearsi della sua presenza. Evidentemente lei possedeva un vigore di un tipo diverso, capace non tanto di superare il male quanto di rendere fecondi al bene coloro che vi si bagnavano.

Probabilmente il bimbo quasi vero non giunse ancora a chiamare la purezza con il suo nome, tuttavia riuscì a comprenderne la natura in quel modo strano che hanno i bambini di conoscere senza pensare.

La purezza della Stella Polare

C’era tuttavia qualcosa che non gli tornava del tutto. Da bambino accorto, conscio del fatto che ogni premio implica una ricerca, non faticava ad accettare che il cavaliere si sottoponesse volentieri a perigliose asperità per giungere dalla principessa. Le cose belle infatti vanno desiderate, non solo ricevute, altrimenti si finisce per credere che il merito non stia nel dare ma nel ricevere. Questa constatazione spiegava bene il motivo per cui la principessa fosse disposta a chiudersi nel castello pur di mettere alla prova il cavaliere. Ella infatti, bene incontaminato, si faceva causa e fine di una cerca che proprio nei suoi ostacoli si rendeva capace di purificare una forza virile altrimenti distruttiva, rendendola generativa di merito.

Queste conclusioni portarono il bimbo a pensare che l’origine della purezza fosse il genere femminile in se stesso. Forte della sua ingenuità, il piccolo possibile considerò davvero l’ipotesi che ogni donna avesse questo potere e che quindi potesse, a piacimento, farsi madre d’eroi condividendo tale suo dono. Tuttavia il racconto parlava di una principessa, cioè di una ragazza unica, speciale come la memoria di un’alba. Anche senza comprendere razionalmente il concetto di simbolo, il bambino si rendeva conto che la principessa era irripetibile e che tale unicità non poteva trovarsi in quella femminilità che condivideva con tante altre.

Giunto a questo punto del ragionamento il piccolo cominciò ad indispettirsi: se il luogo, ossia il castello sperduto, era scelto per il cavaliere ed il genere non rendeva giustizia alla rarità di una tale perla, quale poteva essere la fonte di quella purezza che tanto il mondo bramava? L’unico elemento rimasto era la personale virtù della principessa ma questa, di per sé, era una ben magra risposta se non condita con quel pizzico di realtà che solo un elemento interno al racconto può dare.

La giovane possibilità diede un secondo sguardo, più attento, alla ragazza e si accorse che fra i pochi elementi che ne componevano l’immagine, solo uno sembrava causa e non effetto della sua purezza: la distanza dal mondo.

Il disumano sguardo della dama

Come in un grande puzzle, in quel momento il bimbo seppe di aver trovato un pezzo chiave, attorno al quale ogni altro assumeva senso. La bontà cristallina della principessa era proposta come possibile solo a condizione che il mondo le fosse estraneo. Certo vi era il cavaliere, tuttavia lui si purificava prima di avvicinarsi e, qualora portasse via la ragazza, il racconto mai diceva se la di lei purezza fosse in grado di sopravvivere alla mondanità. Se davvero ogni storia è un mondo chiuso, allora l’immagine del bene che questa fornisce è quella di un fiocco di neve, puro e perfetto finché non tocca terra.

Simili problemi non angustiano più di tanto la mente dei bambini, troppo libera per farsi trattenere a lungo a terra; tendono tuttavia a tornare nei cuori degli uomini che saranno o, come in questo caso, che potrebbero essere. Proprio quest’adulto ipotetico si chiede se storie simili non contengano in verità un sotteso pessimismo: se cioè il bene, come carattere morale dell’uomo, può davvero sussistere solo a condizione di non avere alcun contatto con il male, allora, posto che la presenza di quest’ultimo è condizione propria della vita terrena di tutti, questo bene, questa purezza diventa qualcosa di artificiale ed alieno.

Malinconicamente, quel fu bambino giunge alla conclusione che per coloro che scrissero quelle storie la purezza della principessa forse non era altro che il sogno del cavaliere che, alla disperata ricerca di un bene incontaminato, lo immaginò in un luogo tanto remoto da essere impervio anche per la realtà. Agli occhi di quel coraggioso allora tutto il bene del mondo iniziò ad apparire solo come una diversa coloritura di male, uno sbiadito riflesso di quell’ideale il cui sguardo era tanto cristallino quanto disumano.

Non è difficile per l’uomo quasi vero immaginare l’audace cavaliere morire nella disperazione, sempre vicino e sempre lontano dalle porte di quel castello. Quante mani hanno stretto quella triste lama e quanti prodi hanno calcato le stesse vie di questo paladino! L’alternativa all’illusione è ben misera cosa poiché porta tali prodi ad abbandonare la cerca, a rifuggire la purezza cercando di farsi piacere l’amarezza che inquina il mondo.

Fortunatamente questa è solo una storia e l’uomo possibile lo sa bene; lontana per lui è quell’inquietante fanciullezza nella quale le arate pagine dei libri sembrano lastricare città e paesaggi. Egli sa chiudere questo racconto e, guardando il cielo, scorgere quella Luce la cui perfetta purezza non lava l’amarezza del mondo ma rende quelle ombre ancelle di bellezza. Quando esce di casa non cerca quindi la perfezione nel creato, ma la gode nei fulgidi riflessi che questo ne dà.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it