Condividi

Che bello sarebbe possedere in noi la radice della gioia. La gusteremmo come una radice di liquirizia, perché anch’essa è una dolce radice. Avremmo però in noi anche la radice di una vita perenne, la radice di un ascolto costante, di una fede attenta e sempre fresca. La linfa che scorre da lei è sempre in guizzante movimento, scorre rapida e rinnova tutto in uno sguardo di giovane ed eterna speranza. I tralci più verdi, ancora morbidi della vite, la foglia ancora in germe del fico, sotto a cui siamo visti da Dio e cresciamo nella sua somiglianza per conoscerlo come siamo da lui conosciuti, sono il cordone ombelicale che ci trasmette l’acqua viva che non è necessario andare ad attingere dal pozzo. La vita zampillante in noi, la sorgente dello Spirito che il Signore ha promesso, ristorerebbe la nostra sete e darebbe riposo alle nostre anime spesso spossate e come cariche di un poco amichevole giogo.

Tutto il vangelo trae da lì il suo inizio, e grazie a questa radice si conserva per l’eternità. Può passare attraverso il crogiuolo del fuoco e del sangue, della luce e del dolore, e continuare la sua corsa verso una sempre più nuova freschezza. È un comandamento nuovo, anzi antico. È la freschezza di un amore libero, di una relazionalità originaria che viene svelata e scoperta, di un mondo cristallino e vitale che ritorna alla luce. Di un fare verità che, come è suo istinto, viene verso la luce e si rivela di nuovo al mondo, dopo un silenzio di vari millenni, che non ha minimamente invecchiato quell’interno del bicchiere. Come una città o un santuario che svetta sulla collina con tutte le sue calde luci notturne. Come un braciere in cui viene arsa la morte e da cui escono le scintille che purificano i cuori, i labbri, le vite. Come un altare iperuranico su cui si consuma il sacrificio gioioso del generare la vita.

Colui che sarà trasfigurato è stato prima, ed è ancora, un rampollo verde, che anche di fronte alla salita della croce si può confessare legno verde e umido di rugiada. Un pollone cullato dalle braccia di Maria, avvolto di bianchi teli di semitica fattura, un tralcio che ha parlato ai morti fili di fieno su cui riposava e alle bianche spighe che solcavano la soglia della maturità, perdendo la loro primitiva verdezza per imitare le auree scurezze dell’anno passato e nutrire premute fra i due graniti le bocche aperte dell’uomo il cui vigore non sa sostenersi da sé. Colui che innesterà la sua spina sul maturo morto albero della vita, era stato un futuro albero, un gentile emissario della terra, una verità, l’unica, germogliante dal luogo in cui la morte si tramuta in compagnia per il seme a cui nessuno toglie la vita.

Infine, anche colui che non sarà trovato nel ventre del pesce che per tre giorni era stato la porta di una discesa radicale, era stato una radice ben più vera delle radici che possono essere viste dal basso. Una radice che tutto regge, una radice che nessun sasso può soffocare, una radice eterna, che non subisce la pendolarità dei giorni. L’amore, l’amore che connette e avvicina a sé, il mediatore di grazia, quel ramo abbracciando il quale si abbraccia l’amore che lo ha mandato. L’autostrada di quell’ascolto così profondo che lo sfrecciare delle vetture non può che sempre più compattare sulla superficie della coscienza. L’ascolto sotterraneo che, non scandalizzato dalle persecuzioni che spargono sangue in superficie, né dai solchi che vengono scavati dai re sul suo dorso, teatralmente drammatizzando l’interno del suo anfiteatrico carapace, diviene catacomba grondante di mistero e di pasqualità.

È uno il mistero della gioia, il mistero che è una radice, il mistero di colui che noi dobbiamo nascere, il nostro parto di noi stessi nel grembo di Dio e nel grembo della sua celebre città. Il mistero del re eterno e padre dei padri, del santo figlio dell’Altissimo, capace di innestarsi nelle profondità del tessuto umano come ordito irrecidibile. Il mistero del rampollo perduto e ritrovato, perché scavante curiosamente al di sopra e al di sotto di ogni terreno. Il mistero dell’emergere e dell’essere colto, come un frutto di luce che ormai si può guardare. Il mistero dell’essere luogo di grandi meraviglie onnipotenti. Questo è il mistero più necessario di tutti, la radice della gioia, che va imparata a memoria, perché niente più di lei è bello e istruttivo.

fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.