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Una delle dimensioni fondamentali della nostra vita in Studentato è la liturgia. Essa ci ammaestra con i suoi colori: dopo il tricolore di Natale, santo Stefano e tempo ordinario, incontriamo un’altra (ed è l’ultima) tonalità: il viola della Quaresima. Prima di immergerci in questo periodo penitenziale, liberiamoci una buona volta dell’eterno tarlo del chierichetto: «perché il giallo no?».

Il giallo non è un colore liturgico. Qualcuno attribuisce questo fatto alla eccessiva somiglianza con l’oro, di cui sarebbe equivalente. L’azzurro lo si vede talvolta, a completamento del bianco, come identificatore delle celebrazioni mariane. Bianco, rosso, verde, viola hanno ciascuno la loro funzione. Ma il giallo no.

Guinizzelli, uno dei padri dell’idioma toscano, lo definisce come un colore «tra l’aranciato e il verde», altri suoi contemporanei lo identificano con il «pallido». Si sa che viene, anche se indirettamente, dal tardo latino «galbus», che pare condividere con «albus» (bianco) una particolare tendenza alla diluizione, alla smortaggine. Insomma, sembra una tonalità non pienamente degna del titolo di «colore», tanto più che gli ottici moderni gli negano lo status di «primario» e lo danno per colore derivato dalla miscela di onde rosse e onde verdi, ricongiungendosi così all’intuizione del Guinizzelli. Niente a che vedere con il balenante contrasto rosso-verde, ignoto ai daltonici, e ai tirolesi, che li accostano con disinvoltura. Niente a che vedere con le profondità del blu, del quale può essere definito quasi il contrario: il blu così preciso, così grave; il giallo così ambiguo, così impalpabile. L’oceano e… la pula. Per quanto si intensifichi, rimane sempre “un colore poco colorato”: su un fondo bianco non lo si vede neppure, e su uno nero lo si scambia per bianco. Non che sia brutto. Ma, se peculiare del colore è intridere e dare profondità – come una sorta di linfa metafisica capace di rendere più densa la realtà delle cose –, il giallo, come colore, fa un po’ cilecca.

La questione è che il giallo non è riducibile all’idea di colore. È qualcosa a sé. È un’altra cosa, ma cosa? Certamente se dobbiamo indicare la presenza di scorie radioattive, il giallo ci può essere molto utile. E anche se andiamo in bicicletta di notte. Persino le vespe hanno la buona creanza di segnalare la loro pericolosità con delle apposite strisce. Ma, soprattutto, è per eccellenza il segnalatore della vita, dell’energia, della luce. «Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». La luce, lo sappiamo tutti, è bianca, ed è la madre di tutti i colori, li «illumina tutti» e nessuno di essi esiste senza la luce. Ma il giallo è quasi quella inflessione che ce la fa notare, la luce, impedendoci di darla per scontata. Come un diesis o un bemolle che attira la nostra attenzione. Come un cugino strambo che rende in piazza la famiglia oggetto di conversazione. Come quel trattino ondulato che le maestre insegnavano a piazzare in mezzo alla zeta, per renderla ancora più visibile. Come un naso protuberante che toglie una faccia dall’anonimato. Come una voce particolarmente nasale che, anche alla radio, ti fa riconoscere tua zia.

Ora vi faccio una proposta. È vero che lo Spirito Santo è fuoco, amore e calore, per cui è da sempre associato al colore rosso. Ma pensiamo bene: non fu forse lui il segnalatore che indicò Gesù scendendo in forma di colomba? E non è stato lui a contrassegnarci con il suo sigillo nel giorno della nostra cresima, dandosi a noi come colui che rende testimonianza della nostra generazione divina? Allora perché non pensare proprio a lui ogni volta che vediamo del giallo? Prenderemmo coscienza che tutto il nostro colore, tutti i nostri talenti, la nostra vitalità e bellezza vengono da altrove, dalla cima del cielo, dalla fonte della Luce, dal Padre.

«Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature» (Gc 1,16-18).

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.