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«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta. Ecco, il Signore Dio […] come un pastore fa pascolare il suo gregge […] porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».(Is 40,1-2. 11)

Essere avvolti in un abbraccio che avvicina al cuore di chi ci ama è il forte gesto di consolazione che per noi non invecchia mai, in nessuna età della vita. Dal primo istante in cui le tenere braccia materne, infiacchite dalla fatica del parto, ci hanno accolto portandoci al petto per placare il nostro pianto, è stato racchiuso in quel gesto il balsamo capace di ristorare autenticamente il nostro cuore.

Il profeta Isaia ha luminosamente dipinto con le sue parole questo bisogno concreto di ogni uomo, tratteggiando il Signore, attraverso un’immagine cara a tutto l’Antico Testamento, come il pastore premuroso che tiene stretti al suo petto gli agnellini, i membri più fragili del gregge, senza però mai distogliere il suo sguardo di tenerezza dalle loro madri. Perciò, è in questo clima di tranquillità che Lui, il buon pastore, conduce le sue pecorelle ai pascoli e non ci si può sentire turbati, se si è vegliati dal suo sguardo e stretti al suo petto dalle sue braccia! Non possiamo che sentirci avvolti anche noi oggi dalla medesima serenità nell’accogliere queste parole che provvidenzialmente ci vengono consegnate dalla Liturgia della Chiesa che pone sollecita, davanti agli occhi attenti di Dio, tutte le fatiche di un anno trascorso in balìa degli affanni.

Il contesto storico in cui il Profeta aveva rivolto queste parole ad Israele non è del tutto incongruo agli eventi che stanno segnando la nostra quotidianità da diversi mesi. Il popolo eletto era stato condotto in schiavitù a Babilonia ed esule, lontano dalla sua patria, tornava costantemente col cuore a Gerusalemme, devastata e rasa al suolo dagli incursori. Oltre all’amarezza per tale condizione, si aggiungeva lo sconforto generato dal pensiero di non poter forse più ricomporre lo splendore della Città Santa per goderne ancora, come prima dei catastrofici eventi. Ma proprio quando tutto sembra paralizzato in un irrimediabile dramma senza fine, ecco prorompere un grido che trapassa letteralmente le dense nubi del cielo: «consolate, consolate il mio popolo […] parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta!».

Nell’esperienza descritta da Isaia queste parole scaturiscono dall’alto, dal vertice dell’Assemblea celeste: quella che si ode è la voce stessa di Dio che ha stabilito di muoversi in soccorso di Israele, di porre fine alla sua schiavitù e ricondurlo nella Terra promessa. Parlando dal suo trono, Egli stesso chiede per il suo popolo anzitutto la consolazione. Non lascia però alla fantasia del Profeta la libertà di determinare il mezzo attraverso cui tale consolazione dovrà giungere a Israele: infatti l’unica possibilità di realizzazione passa attraverso il «parlare al cuore di Gerusalemme», rovinata, distrutta, svilita nelle sue mura e nei suoi figli esuli. Possiamo quasi immaginarlo: la coltre di polvere adagiata sul cuore viene rimossa teneramente da Dio che può finalmente di nuovo sussurrare nell’intimo la sua presenza. Dall’intimità della sua maestà Dio desidera raggiungere l’intimità così smarrita dei nostri cuori per manifestarsi, per farsi guardare in volto, per farci accorgere di essere come agnelli adagiati sul petto del pastore.

Le “rovine” che pesano sui nostri cuori, soprattutto in questo momento, ci appaiono imponenti, pesanti, massicce. Ci perseguitano le innumerevoli fatiche personali, disagi che a diversi livelli coinvolgono ciascuno di noi e ci attanaglia un forte senso di precarietà sociale e di incertezza per il futuro. Quale consolazione, ci verrebbe da domandarci? Quale gioia per il Natale ormai prossimo? Quale speranza per il nuovo anno ormai alle porte? Eppure il cielo rabbuiato dalle nubi della nostra vicenda umana è sempre squarciato dalla Parola della consolazione inviata da Dio: il Bambino che duemila anni fa è nato a Betlemme e che si ferma continuamente alle porte del nostro cuore, stanco e impolverato. Lui stesso ce lo ha detto «io sto alla porta e busso» (Ap 30,20): è sufficiente accorgersi che il trono di Dio, da cui scaturisce la consolazione, è l’uscio della porta del nostro cuore, per essere visitati dall’abbraccio consolatore capace di far risorgere la desolazione di tutte le nostre rovine.

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fr. Giuseppe Fracci
Sono nato in un piccolo paese della Provincia di Cagliari nel 1992 e i miei tratti fortemente mediterranei mi caratterizzano e annoverano nel numero del popolo sardo inconfondibilmente, anche se qualcuno ogni tanto mi scambia per sudamericano! Ho lasciato nel 2011 i bei lidi color smeraldo della mia terra, trasferendomi a Milano per studiare Lettere classiche all’Università Cattolica. Potreste portami in qualunque città del mondo ma in ogni caso, sappiate che vi direi ostinatamente: “Milàn l’è semper Milàn”. Tra i Navigli e Brera ho trovato la Vita ma non nei locali di Parco Sempione bensì all’ombra delle magnolie bianche del Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Lì, Qualcuno mi ha sussurrato ripetutamente: “va’, e annuncia ai miei fratelli che sono risorto!”. Alla fine ho ceduto e sono diventato bianco anche io… solo nell’abito, la carnagione è sempre la stessa.