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Vista la condizione in cui moltissimi italiani saranno costretti a passare il Natale, staccati dagli affetti più cari per la sola colpa di abitare a poche centinaia di metri da loro, ma appena oltre il confine comunale, provo a suggerire di invitare un ospite speciale (immaginandomi la scena) per tentare di sentirsi meno soli.

Scorrendo la mia rubrica di noviziato, farcita di appunti e riflessioni, scorgo un nome tratto dalle conferenze di Don Luca Mazzinghi1, noto esegeta, che potrebbe fare al caso mio, non fosse altro perché sotto Natale potrebbe essere libero non avendo profetizzato come Isaia o raccontato come Luca. Questo nome è Qohelet, sì proprio lui, quello del «Vanitas Vanitatum, ait Qohelet, omnia vanitas»2 (Vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità), ripreso anche nell’incipit dell’Imitazione di Cristo. Ovviamente non gli chiederei di parlarmi della morte che cancella ogni cosa, non è proprio periodo, oppure del temere Dio che a Natale si fa più prossimo alla nostra fallace natura umana, per non dare proprio l’immagine di un Dio vendicatore e da temere. Gli chiederei piuttosto di farmi intravedere il messaggio di speranza che porta tra le sue righe e il mistero di gioia che affiora in una lettura attenta.

Partirebbe col dirmi che non è entusiasta della traduzione “vanitas”, poiché la radice dell’originale ebraico significa “soffio”, e rende tutto meno pesante dando un senso di leggerezza, ma positiva. Mi farebbe notare che la radice “Hevel”, soffio appunto, è la stessa, guarda un po’, di Abele, vissuto come un soffio brutalmente ucciso da suo fratello. Ma questo Abele era il prediletto del Signore3, dunque il Signore sta con gli ultimi, i deboli, i retti di cuore. Subito mi salterebbe davanti agli occhi la classica immagine della mangiatoia o della grotta, di una creaturina che nasce al freddo e al gelo: non solo sta con gli ultimi, si fa ultimo tra gli ultimi. Mi piace questo Qohelet, sarà che siamo solo all’aperitivo e ho preparato mille cose, ma ho voglia di continuare a sentire che ha da dire.

Vuole contestualizzarsi e mi cita il capitolo quinto, dove emerge benissimo che il denaro governa il mondo già alla sua epoca; penso «nihil sub sole novum»4 (niente di nuovo sotto il sole), ma non lo dico perché penso lo sappia già. Mi dice che indossa una maschera5, che assomiglia tanto a quella del re Salomone, che ha sperimentato che la ricchezza è solo un soffio, quindi anche il potere del denaro è un soffio. Incuriosito mi metto a cercare di capire chi è veramente, ma cercare noto e ignoto con la saggezza è un compito gravoso che Dio ha dato agli uomini6.

Gli dico che ho sentito parlare di un settenario della gioia7, capisco dalla sua espressione che ho colto nel segno. Se tutto il mondo è un soffio, quindi una realtà effimera, assurda per certi versi, c’è una sola certezza: la gioia. Essendo uomo molto pratico, Qohelet, mi confida che tratta della gioia in maniera concreta e apparentemente limitata, chiamando gioia il “mangiare e il bere”, ma in realtà mi fa notare che nella Bibbia mangiare e bere è una delle metafore più ovvie per parlare della vita umana e, anche se lui non intende gioie spirituali, il confronto con la “semplicità” di Gesù a Cana8 o coi discepoli di Emmaus9 mi balena nel cervello, sperando di non fare voli pindarici troppo arditi. La gioia in questi versetti viene sempre abbinata alla fatica del lavoro, non nasce dal nulla, è sempre frutto di un duro sforzo, del quale si possono gustare però i frutti.

Altro termine abbinato alla gioia, oltre alla fatica, è la parola “parte”. A qualche confratello subito uscirebbe dalle labbra il Salmo 16: «il Signore è mia parte di eredità e mio calice» (e non sarebbe lontano dalla verità) infatti la “parte” indicava proprio la porzione di terra promessa che spettava ad ogni tribù, in maniera spirituale indicava anche Dio stesso. Qui torna la praticità di Qohelet che mi dice di volare di basso, di non ricercare una gioia troppo elevata oppure irraggiungibile, ma di godere delle gioie e fatiche della vita quotidiana che Dio ci dona; infatti a Suo Figlio, Re dei Re, ha riservato di nascere come un bambino normale, anzi povero tra i poveri.

Alla parola “dona” si illumina e mi spiega che questo è un punto cruciale: la gioia è un dono di Dio, chi la vive come un guadagno la perde, il soffio scivola tra le mani, ma chi la concepisce come “parte” che viene donata gratuitamente da Dio (“mattat ‘elohim”), ne avrà capito il vero significato. Si evince dunque un legame con Dio («ma ho visto che anche questo dipende da lui»10 ) che dona la gioia a chi vuole con i criteri che vuole, la logica di Dio non è la nostra, il metro di giudizio di Dio non è il nostro, ci basti pensare allo stravolgimento della visione del mondo nel Magnificat.

Siamo così presi che siamo arrivati al dolce senza accorgercene. E giungiamo anche alla fine della nostra riflessione, le ultime strofe parlano della morte, io non vorrei trovare indigesto il pranzo ma Qohelet mi rasserena, affermando che il soffio torna nelle braccia del suo Creatore, una ricapitolazione di paolina memoria, che chiude il cerchio della nostra chiacchierata.

Gli indico il presepe dove il bambinello ha le braccia aperte, lui mi sorride, forse per dirmi: ti basta andare tra quelle braccia per essere felice e trovare gioia.
Gli dico che sono libero anche a Capodanno, ma lui declina e mi indica Giobbe, dicendo che quello ha più pazienza…


1 Cfr L. Mazzinghi, “Ho cercato e ho esplorato”, studi sul Qohelet, EDB, Bologna, 2009.

2 Qohelet 1,1.

3 Cfr Gen 4,4.

4 Qohelet 1,9.

5 Cfr ibid 1,12.

6 Cfr ibid.

7 Cfr Qohelet 2,24; 3,12-14; 3,22; 5,17-19; 8,15; 9,7-9; 11,7-12,8.

8 Gv 2,1-11.

9 Lc 24,35.

10 Qohelet 2,25.

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Nato il 18/09/1988 tra le risaie della Lomellina nella Diocesi di Vigevano ma in provincia di Pavia (ci tengo a dirlo). Cresciuto sotto il campanile del paese e in oratorio tirando calci al pallone. Dopo aver completato il liceo a Vigevano, ho frequentato l'università di Pavia, in particolare in orario aperitivo. Ho speso gli ultimi dieci anni della mia vita come educatore per la Diocesi di Vigevano e la mia parrocchia, tra centinaia di ragazzini che ormai guidano tutti la macchina. Ma la felicità vera è arrivata solo abbracciando l'abito domenicano, divenendo professo semplice il 12 settembre 2020.