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L’esempio della Madre di Dio

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome»1. Credo che questo piccolo brano non abbia bisogno di particolari presentazioni. La Vergine Maria, giovanissima e fresca del concepimento di Nostro Signore, sembra quasi sfogare la sua gioia su santa Elisabetta, la cui miracolosa gravidanza la rende, perlomeno in parte, capace di comprendere i sentimenti della ragazza. Ecco il contesto dove nasce il Magnificat, una delle più belle preghiere del Nuovo Testamento, nonché unica orazione a noi nota proveniente dalle stesse labbra della Madonna.

La traduzione corrente del Vangelo di Luca propone l’utilizzo della preposizione “per”, quando invece la Bibbia CEI del 1974 utilizzava il più familiare “in”. La stessa scelta viene fatta da Matteo Grimella, curatore della traduzione del Vangelo lucano per la collana “Nuova versione della Bibbia dai testi antichi”2. Al di là di un’analisi linguistica, che non ho le competenze né per fare né per valutare, ritengo che dire “in me” veicoli in modo più espressivo il senso profondo della lode di Maria. Difatti, l’azione divina evocata e magnificata dalla Vergine non ha in lei la sua beneficiaria diretta, bensì il suo termine, quel mezzo attraverso il quale la Grazia si dipana. L’agire onnipotente di Dio quindi non ha come fine immediato un guadagno per Maria, bensì il rendere la ragazza, umile serva del Signore3, strumento di salvezza, mirabile pennello dell’affresco della Redenzione.

La maestosità di tutto ciò non può sfuggire al credente, così come non deve passare in sordina la grandezza della Vergine che, a fronte del grande onore concessole, si qualifica come strumento indegno, seppur gioioso, di un prodigio che è solamente divino. Tuttavia può essere lecito chiedersi quale sia il legame fra questa riflessione e la festa della mamma. Anche se si tratta di una celebrazione civile, l’elemento celebrato tuttavia, ossia la maternità, non è uno squallido e caduco prodotto della storia umana, bensì una delle più grandi benedizioni che il Signore ha lasciato alle sue figlie; per questo, gioendo del fatto che la società abbia percepito la bellezza di questo beneficio, non posso fare a meno, facendone memoria, di ricondurlo a Dio e di ripensare alle parole pronunziate dalla Madre che ha scelto per il suo Figlio.

Si ama nel silenzio dell’io

Tornando a noi, la situazione della Vergine, nonostante le apparenze, non è tanto differente da quella che vive ogni madre. Anche se l’azione del Signore, sia nel concepimento che nei frutti della gravidanza, è ordinariamente meno evidente, ogni generazione è comunque una piccola creazione che, in quanto tale, promana dall’Onnipotenza di Dio. Anche se il corpo del nascituro viene generato con un processo biologico che ha in Dio solo il suo Principio, l’anima immortale, quella che ogni madre ama dal primo istante e dalla quale viene ricambiata, è infusa dal Signore direttamente, come fu per Adamo all’inizio della creazione4. Quell’anima, quella vita, è un miracolo, un segno della potenza e dell’amore di Dio, poiché nulla nell’universo sarebbe in grado di generare qualcosa di simile, di concepire qualcosa che, nei suoi desideri, trascenda tanto la mera materia. Ma quello spirito immortale non viene dal Signore creato autonomo, indipendente, come se il corpo fosse un semplice guscio da prendere e buttare. Per questo, nel coinvolgere anche la corporeità nella vita eterna cui lo spirito è chiamato, Dio benedice la donna, radice di quella materia, rendendola cooperatrice di un prodigio che trascende ogni stella.

Se quindi è vero che ogni madre può condividere l’esultanza di Maria, anche nella specificità del delicato prodigio depostole in grembo, allora anche per comprendere la propria grandezza la donna deve volgersi all’altissimo esempio della Vergine. Ella, nel lodare il Signore per aver operato in lei nonostante la sua piccolezza, non esalta la grandezza propria, bensì quella del bambino che da lei ha tratto la sua umana radice. Quale grande amore è questo, e quanto sorprende l’uomo, ieri come oggi! È naturale per noi pensare che la giovane Maria avrebbe potuto, in qualche modo, vivere il riflesso della gloria del Figlio, bearsi in quella luce e farsi sin da subito chiamare regina. Ma per lei quel bambino non era strumento o mezzo d’esaltazione, bensì un’opera grandiosa per la quale gioire in disparte, al di là di ogni coinvolgimento futuro.

In fondo l’amore è proprio questo, e le mamme ne sono maestre: si tratta di silenziare l’io e di gioire con il creato per la semplice esistenza di un’altra anima, un’altra creatura dotata di quel dono che anche le galassie c’invidiano, cioè il poter amare Dio. Proprio come Maria esultò nell’essere parte del grande miracolo che è il Cristo, così ogni madre, anche solo per un istante, esulta con il Signore per il prodigio che è la semplice esistenza di un uomo.

L’umiltà della serva

La maternità tuttavia non è solo un gioire per una bellezza che non ci appartiene, e che proprio per questo ci è più intima di ogni altra cosa, ma anche un esempio stupendo di come amare sia servire; ma se solo l’amore resterà5 alla fine di tutto, allora il servizio è via d’immortalità. Non il solo essere madre consente di donarsi all’altro, di porsi in comunione così intima con lui da divenire fibra del suo cuore desiderante; tuttavia ogni mamma sa che, laddove il peccato non corrompe il capolavoro di Dio, nel concepire un figlio questo altissimo traguardo diviene naturale come la nudità per i progenitori. Proprio come per Adamo ed Eva la totale fiducia in Dio era immediata e semplice come la forma del corpo, così una mamma comprende immediatamente, forse nell’istante stesso in cui si rende conto di quanto profondo possa essere il legame fra gli uomini, cosa significhi vivere per un altro. Capisce cioè che non si tratta di sparire, di eclissarsi dietro la vita di un estraneo, come qualcuno crede, ma di rendere fertile la calda luce della propria esistenza scaldando nel silenzio l’anima d’un figlio.

Nel momento in cui comprende questo, una madre diventa la creatura più preziosa del mondo. Anche se i suoi atti possono essere piccoli e scaldare senza frutto la sterile superficie della memoria umana, ella sarà il più fulgido ed intimo esempio di cosa davvero intese Cristo quando ci disse: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri»6. Ogni volta quindi che ci sentiamo soverchiati dall’immensità di queste parole del Signore, che sentiamo quasi il bisogno di ridurle all’umano silenzio, ripensiamo a quel cuore materno che certamente abbiamo intuito, nella vita, in un abbraccio o in uno sguardo; tratteniamo quel calore e lodiamo Dio con Maria, perché ha celato un esempio così grande in una normalità così piccola.

E voi care sorelle, quando sentite il mondo ed il suo principe screditare la maternità, descrivendola come l’eclissi che offusca la vostra luce, ricordate questo: ogni volta che un uomo o una donna raggiunge le più alte vette dell’amore, la più intima unione con la persona amata, ha nella madre che ebbe, o che avrebbe dovuto avere, il più alto modello. Con questo in mente, non vi chiedo d’essere tutte madri, ma di attingere allo splendido fuoco che il Signore ha posto in voi, scaldando con esso il mondo intero.


1 Lc 1, 49.

2 Cf Vangelo secondo Luca (a cura di Matteo Grimella), San Paolo, Milano 2015.

3 Cf Lc 1, 48.

4 Cf Gen 2, 7.

5 Cf 1Cor 13, 8.

6 Gv 13, 34.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it