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Un grandioso inno alla vita si eleva dalla piccola Margherita. Può apparire paradossale, secondo i canoni odierni, che una donna semplice, malformata, debole, dolce, umilissima e purissima si presenti oggi come un vero e proprio simbolo della vita. Quella di Margherita è una figura che ha attraversato i secoli fino ad ora, intatta. Annuncia un messaggio perenne: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Il culto di Margherita è ormai diffusissimo nel mondo, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Italia sino alle Filippine.

Alcuni cenni biografici. Margherita nacque nel 1287 – il giorno non è ben precisato nelle fonti – nel fortilizio della Metola, una rocca a difesa della valle del Metauro (PU). Il padre, Parisio, nobile condottiero, ricevette la fortezza come dono a seguito dell’assedio da lui guidato che giunse a sottrarre il possedimento alla giurisdizione di Gubbio. Qui dunque si insediò con la moglie, Emilia. Di lì a poco nacque Margherita. Sin dalla nascita evidenziò gravi malformazioni fisiche e poco dopo si scoprì anche la sua cecità. Fu un colpo durissimo per i due genitori; per evitare che la piccola Margerita potesse essere vista e scoperta in quelle condizioni, poco dopo il battesimo celebrato segretamente, venne isolata. Nello specifico, il padre fece costruire una piccola cella, nascosta nel bosco, adiacente alla chiesa della fortezza. Margherita aveva poco più di sei anni. Qui visse da reclusa per ben nove anni, visitata sovente dal cappellano della rocca e solo raramente dai suoi genitori. Grazie all’istruzione impartitale dal cappellano, Margherita iniziò a conoscere i testi sacri e apprese i rudimenti della fede. Nel frattempo, Massa Trabaria – sul cui territorio era collocata la fortezza della Metola – venne attaccata dalle truppe del duca di Urbino, così i genitori di Margherita – probabilmente preoccupati per l’avvicinamento al presidio dei nemici – decisero di far uscire la piccola dalla reclusione. Venne tuttavia collocata transitoriamente in uno scantinato, in un palazzo nei pressi della roccaforte. Su consiglio del cappellano, i genitori portarono la figlia a Città di Castello perché l’intercessione di un frate francescano morto in fama di santità, un certo fra Giacomo, potesse miracolosamente guarire la piccola Margherita dalla cecità e dalle numerose malformazioni. Purtroppo non avvenne alcun miracolo. I genitori decisero allora di abbandonarla e, dopo un lungo peregrinare, sola, Margherita venne ospitata da alcune donne del popolo, impietosite dalle condizioni della giovane, ormai quindicenne. Margherita non incontrò più i suoi genitori: con buone probabilità morirono nell’ambito delle diverse offensive alla fortezza della Metola che si verificarono in quegli anni. All’età di vent’anni circa venne accolta nel monastero (forse benedettino) della città. Subito si dimostrò osservante e piena di fervore, amante della preghiera e della penitenza assidue, tutti aspetti che indisposero non poco le altre monache, le quali, ormai, avevano assunto uno stile di vita rilassato, tiepido e distante dalle prescrizioni della regola monastica. Dopo non molto tempo venne dunque espulsa dal monastero: fu di nuovo raminga per le vie della città, alla ricerca di una collocazione. Fu un tempo durissimo, solcato da continue derisioni e maltrattamenti, finché la sua vita giunse ad un punto di svolta, questa volta definitivo, quando incontrò il terz’ordine di san Domenico. In tale contesto conobbe donna Grigia, già mantellata, e suo marito Venturino, commerciante, che la accudirono come una figlia. Fino alla morte Margherita si mostrò fedelissima alla sua vocazione, nella penitenza, nell’orazione continua, nel nascondimento silenzioso e nell’incessante assistenza ai poveri, ai malati e ai moribondi, compiendo diversi miracoli. Nonostante le incessanti sofferenze fisiche continuò a spendersi sino alla fine per la salvezza delle anime di tutti coloro che, senza interruzione, si rivolgevano a lei. Così visse sino alla sua nascita al cielo il 13 aprile 1320. Il suo corpo incorrotto è oggi collocato sotto l’altare maggiore della chiesa di San Domenico a Città di Castello. Forse come segno della sua profondissima devozione verso la Sacra Famiglia, nel cuore di Margherita furono rinvenute tre piccole perle recanti le immagini di Gesù, di Giuseppe e di Maria. Il culto della beata Margherita venne autorizzato nel 1609 da papa Paolo V e il 19 ottobre dello stesso anno, dopo un rigoroso processo, venne ufficialmente proclamata beata1.

Nel 1988 la Congregazione delle Cause dei Santi proclamò la beata Margherita patrona dei non-vedenti e portatori di handicap delle diocesi di Urbino e Città di Castello.

[Con decreto del 24 aprile 2021 Papa Francesco ha iscritto Margherita nel catalogo dei Santi (canonizzazione per equipollenza), estendendo il suo culto alla Chiesa universale. Dunque, dalla data odierna si parlerà di santa Margherita da Città di Castello] – aggiornamento del 24 aprile 2021.

Non nascondo che un modello di santità come quello della beata Margherita presti facilmente il fianco a campagne intransigenti, superficiali e non comprensive. Esse sono condotte, in particolare, da chi sentenzia banalizzando la difficoltà, la fatica e il dolore di chi quotidianamente convive con situazioni di disabilità di ogni tipo. Un simile frettoloso approccio semplificherebbe drammaticamente delle situazioni che spesso non sono affatto semplici, bisogna dirlo, né da parte di chi le vive né da parte di chi assiste chi le vive. Non basta una vuota commiserazione che una prospettiva simile, semplicistica, comporterebbe.

La delicatezza e la discrezione offrono al contrario una prospettiva mitigata, che consente di incamminarsi in punta di piedi, con grande rispetto. Guardiamo proprio alla beata Margherita: come si avvicinava ai poveri, ai derelitti, agli storpi? Direi così: con un realismo compassionevole. Mi spiego meglio, ma con un’altra domanda, riprendendo delle parole di Papa Francesco, semplicemente profondissime: «Sono capace di guardare negli occhi la persona che mi sta chiedendo aiuto?» 2. Quel “guardare” è veramente sconfinato… e spiazzante! Cosa vuol dire guardare negli occhi? Lo possiamo apprendere dalla beata Margherita. Sì, era cieca, ma sapeva guardare negli occhi dell’altro cui si accostava, poiché lo coinvolgeva nello sguardo di Dio, nella cui “tenebra” si è avvolti come ciechi consolati in una luce incomprensibile, impenetrabile. Essa intesseva con i bisognosi di consolazione una relazione muta, fisica direi. Immaginiamo la scena: un povero che incontra un povero per aiutarlo, uno storpio che incontra uno storpio per sostenerlo, un emarginato che incontra un emarginato per farlo sentire importante, centrale… qui non c’è spazio per le parole, la sola vista diviene condivisione profondissima, insondabile, in cui parlano i gesti, gli occhi parlano, dicendo in un silenzio strabordante: «Sono qui, sono come te, cioè tutto per me». Ecco quel “guardare negli occhi”… potrebbe essere espresso anche con questa domanda: «Io vivo l’altro?». In tale alveo si colloca la misericordia vissuta e portata da Margherita; nel silenzio di quello sguardo compassionevole che dice tutto, quel povero, quel diseredato comprendeva di essere guardato con uno sguardo nuovo, trasfigurato, con lo sguardo di Cristo, che fa sentire amati in modo incommensurabile. Quel povero sapeva poi che anche quando Margherita non sarebbe stata con lui, poteva essere certo, finalmente, di essere coinvolto, nella sua totalità insostituibile, nella vita di lei; di essere portato come un tesoro preziosissimo dinanzi a Dio. Margherita, certo come conseguenza del suo intimissimo e radicale rapporto con Dio, riusciva a tuffarsi nel dolore dell’altro e a farlo suo. Lo portava con sé in un silenzio operoso, che conosceva il dolore e il sapore amaro dell’emarginazione, che aveva provato il freddo della strada e i graffi invisibili della derisione: li aveva vissuti. Non aveva uno sguardo, per così dire, “facilone” sull’altro, come chi dice semplicemente: «Prendi questa moneta e rallegrati…!». Si parlava di Margherita come di una donna “cristiforme”, proprio a sottolineare la singolare compassione di chi si rallegra con chi è nella gioia, di chi piange con chi è nel pianto, di chi sa vivere l’altro. Di chi, in altri termini, ha in sé stesso gli stessi sentimenti di Cristo. E cos’era se non la preghiera incessante che conduceva Margherita a conoscersi, a specchiarsi, in Dio e ad assumere uno sguardo “divino” sull’altro? Così agiva e amava come Lui, in Lui e per Lui, Cristo.

In questa prospettiva può essere ben compresa la perenne attualità di Margherita. Ci insegna ad entrare nell’altro in punta di piedi e prima di amarlo, farlo sentire amato. Questo credo sia lo sforzo più duro per noi oggi: scoprirci amati, conoscendoci veramente, in un’identità nuova. Margherita ci guida anche in questo, mostrandoci che per amare l’altro è prima necessaria, indispensabile, una comprensione profonda di sé ed un’intima accettazione della nostra ragione di esistere. Essere amati da Dio in quanto nostro creatore e redentore così da amarlo a nostra volta, amando noi stessi e l’altro in Lui. In un certo senso, si potrebbe dire che Margherita ci insegna ad essere ciechi, nella misura in cui ci invita a vivere nella cecità di immagini e preoccupazioni che ci illudono di conoscere Dio, prima di noi stessi. Così siamo riorientati a noi stessi, nella consapevolezza di una dipendenza totale da Lui. È tale relazione di dipendenza assimilata che ci svela veramente la nostra identità, nuova, in quanto completamente dipendenti dalla sua conoscenza salvifica e misericordiosa di noi. Con questa consapevolezza Margherita ci insegna a vivere il dolore, la frustrazione, l’emarginazione e la sconsolazione.

Non stupisce allora che proprio oggi, in un contesto così dimentico dell’identità e della dignità di ognuno, dove è così difficile anzitutto trovare la verità in sé stessi prima che altrove, lo “sguardo” penetrante e la vita infiammata di Margherita consoli e risollevi, ora come un tempo. Allora non stupisce che molte donne in gravidanza, molte famiglie in difficoltà, molti portatori di handicap, molti afflitti e abbattuti, smarriti, si sentano ancora coinvolti nel cuore di Margherita. Essa che non cessa di portare davanti a Dio il lamento irresistibile di madri sconsolate, di uomini smarriti, di figli abbattuti, di bambini ammalati. Margherita ottiene la grazia di riversare nei loro cuori tutta la potenza della compassione di Dio che scende fino a terra, e risolleva, consola, rende consapevoli, risana, facendo miracoli e rendendo ciascuno una “meraviglia stupenda”, insostituibile.


1 Cf. Niccolò Del Re, Margherita da Città di Castello, beata. In: Bibliotheca Sanctorum, vol. VIII. Ed. Roma: Città Nuova, 1967, pagg. 755-759 e Supplemento alla Liturgia delle Ore secondo il calendario proprio dei frati predicatori e delle province italiane, 1999. Si precisa che nel primo dei testi menzionati è possibile approfondire ulteriormente alcuni aspetti della vita di Margherita, qui, per ragioni di brevità, non riportati.

2 Cit. Udienza giubilare (Giubileo straordinario della misericordia), 9 aprile 2016.

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fr. Simone Garavaglia
Fra Simone Maria Garavaglia, nato a Cuggiono (MI), tra le campagne del parco naturale della valle del Ticino, nel luglio 1993. Ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza nel luglio 2018, durante l’anno di pre-noviziato. Ho emesso la professione semplice nell’Ordine dei frati Predicatori nel mese di febbraio 2020. Al momento studio filosofia allo Studio Filosofico Domenicano. Per contattare l’autore: fr.simone@osservatoredomenicano.it