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L’altro pezzo di legno

— C’era una volta…

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura[1].

Non sarà difficile riconoscere in queste prime righe il celebre incipit delle collodiane “Avventure di Pinocchio”. Tutti conoscono la vicenda del burattino, capace di affascinare grandi e piccini, dando anche origine a frizzanti riflessioni pedagogiche, letterarie e, nientemeno, teologiche. Eppure, pochi sanno che nella bottega di maestro Ciliegia c’era anche un altro pezzo di legno. Neppure questo era un legno di lusso. Appariva, però, piuttosto robusto e di grandi dimensioni, al punto da poter essere di una qualche utilità per molti.

Ad accaparrarselo per primo fu il vecchio curato della parrocchia poco distante dalla bottega. Egli commissionò a maestro ciliegia la realizzazione di un nuovo banco per la sua chiesa. Quello dell’ultima fila con il passare degli anni, dopo essere stato tanto utilizzato (sì, un tempo si riempivano anche quelli) necessitava di essere sostituito.

L’anziano sacerdote apparve da subito molto esigente e dimostrò di avere le idee ben chiare. Desiderava che l’opera fosse realizzata con la massima cura. Non era questione di semplice estetica. Piuttosto la convinzione che tutto all’interno della chiesa è in relazione con “l’infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell’uomo[2].

Anzitutto il nuovo banco doveva poter contenere un certo numero di persone. Il più possibile. Meglio se tra loro sconosciute. Il saggio pastore d’anime sapeva bene che “il primo segno della celebrazione eucaristica è l’assemblea che si riunisce per celebrare il mistero della morte e risurrezione di Cristo. Essa è il simbolo dell’umanità dispersa che, rispondendo alla chiamata del Signore risorto, si raduna in un sol luogo, divenendo dell’unico popolo riunito dal Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo[3]. E desiderava che il banco potesse rendere questa sua convinzione qualcosa di più che una semplice teoria, come troppo spesso doveva constatare.

I tre gesti sacri

Tra tutte le istruzioni ricevute dal prevosto una in particolare colpì l’attenzione di mastro Ciliegia: il banco doveva favorire la preghiera del popolo di Dio anche sostenendolo ad assumere le opportune posizioni corporali. “Da quando in qua si prega con il corpo?” si chiedeva confuso il falegname. “Nella preghiera non è sufficiente il cuore e, se proprio bisogna aggiungere qualcosa, la mente?”. Ascoltava incuriosito le parole del prete che cercavano di spiegare tanta stranezza. Gli diceva che anche Gesù aveva valorizzato il suo corpo, ricorrendo a gesti per compiere miracoli che una sola sua parola avrebbe potuto realizzare, lasciando che le sue membra venissero trafitte per la salvezza dell’uomo. Gli parlava poi di un antico vescovo, un certo Giovanni Crisostomo, che un giorno, rivolgendosi ai suoi fedeli, forse tormentati dai suoi stessi dubbi disse: “Se tu non avessi avuto un corpo Dio ti avrebbe accordato dei doni invisibili e nudi; ma perché la tua anima è unita al corpo, è attraverso le cose sensibili che egli ti elargisce le cose spirituali[4].

Ora la questione era, almeno un poco, più chiara. Così maestro Ciliegia non si stupì più davanti alle richieste puntuali del suo religioso cliente. Il quale anzitutto si preoccupava del primo elemento che avrebbe composto il banco: la panca su cui i fedeli si sarebbero seduti. Diceva che il modello da seguire non doveva essere quello di un divano. Piuttosto un seggio scolastico. Quello del sedersi non è un atteggiamento di rilassatezza; neppure di indifferenza o irriverenza. Si tratta infatti della postura propria non solo di chi insegna, ma anche di coloro che ascoltano e si sforzano di imparare. Questa era la parte migliore, scelta da Maria a Betania, quando secondo la narrazione dell’evangelista Luca, si sedette ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola (Cfr. Lc 10, 42). Quanto bisognerebbe imitare in ogni celebrazione liturgica la fede semplice e profonda di questa giovane donna ogni volta che ci siede per ascoltare le Letture e l’omelia durante la Liturgia della Parola.

Il banco poi doveva essere formato da un inginocchiatoio. Anche maestro Ciliegia era stato in ginocchio qualche volta. Gli sembrava, però, un gesto strano, retaggio di tempi lontani in cui ci si genufletteva davanti agli imperatori o a qualche altro monarca dispotico. In fondo, anche se faticava ad ammetterlo, si sentiva privato della sua dignità di persona. “Niente di tutto questo” esclamò il saggio sacerdote. Stare in ginocchio è un gesto di profonda verità. Esprime lo stupore dell’uomo davanti al “grande Iddio che riempie questa stanza e l’intera città e il vasto mondo e l’incommensurabile cielo stellato, dinanzi cui tutto è come un granello di sabbia! Al Dio santo, puro, giusto, infinitamente sublime… come è grande Lui… e come sono piccolo io![5]. È un gesto di adorazione gioiosa, capace di esprimere la speranza di coloro che, consapevoli di essere stati gettati a terra dal proprio peccato, tornano, magari dopo un lungo viaggio almeno interiore, a prostrarsi davanti a Colui che guarda dall’alto verso il basso solo quelli che, nel frattempo, aiuta a rialzarsi.

Per questo il banco fatto solo da panca e inginocchiatoio non è completo. Il povero maestro Ciliegia credeva fossero finite le ingenti pretese del suo cliente, invece stava trascurando l’atteggiamento più importante di tutti, quello che forse era capace di sintetizzare da solo il senso di tutte le sacre azioni della Chiesa e che proprio per questo sarebbe stato sempre più valorizzato dalle successive riforme liturgiche: lo stare in piedi. In questa posizione Abramo aveva accolto la visita di Dio (Gen 19,27) e Anna aveva, nel tempio, rivolto la sua accorata preghiera al Signore (1Sam, 1). L’anziano pastore, dalle larghe vedute, sembrava tenerci particolarmente a questo spazio Si raccomandava che il banco potesse favorire uno “stare in piedi per davvero! Su ambedue i piedi, senza appoggiarsi, a ginocchia tese, senza alcuna pigra rilassatezza. Ritti e composti[6]. Solo così avrebbe potuto essere vissuto quale atteggiamento pasquale proprio dell’uomo che Cristo, con la sua morte e resurrezione ha risollevato rendendolo libero dal peccato e dalla tirannia del male. Il sacerdote spiegava poi, usando le parole di un tale Isidoro, vescovo di Siviglia (come quel barbiere che tanto allietava le orecchie del falegname) che “come lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Salvatore nostro, il terzo giorno è risuscitato dai morti, così anche noi speriamo di risuscitare negli ultimi tempi. Questa è la ragione per cui nel giorno del Signore preghiamo stando in piedi, posizione che è segno della futura risurrezione”.[7] Un ultimo particolare colpì l’attenzione di maestro Ciliegia che mai come ora si era occupato di questioni ecclesiastiche: il sacerdote citava le parole che Gesù aveva rivolto ai suoi dicepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Raccontava di come “essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc 16,20). Diceva che ancora oggi Gesù chiedeva questo alla sua Chiesa. Ancora oggi poneva agli uomini quella domanda che un tempo il profeta Isaia si era sentito rivolgere “Chi manderò e chi andrà per noi?” (Is 6,8). Con la loro posizione eretta i fedeli di ogni tempo intendevano accogliere la missione loro affidata rispondendo: “Eccomi, manda me”! (Is 6,8) Il falegname era stupito: davvero bisognava alzarsi per accettare un incarico? In effetti sì, i grandi momenti della vita avvengono tutti in posizione eretta. E poi, non aveva forse anche lui ascoltato in piedi, con attenzione e rispetto, le puntuali istruzioni del suo religioso committente che sembravano (finalmente) essere complete?

Il destino del pezzo di legno

Maestro Ciliegia si mise subito al lavoro e in breve tempo il nuovo banco prese il posto di quello vecchio nell’ultima fila della chiesa. Dalla sua nuova collocazione qualche volta tornava con il pensiero a quel legno da catasta con cui aveva trascorso qualche tempo nella bottega del falegname. Un giorno, forse durante una predica un po’ troppo lunga, aveva udito due vecchiette parlare di lui. Sembrava che fosse diventato un burattino, addirittura un bambino in carne ed ossa.

Il nostro banco non ambiva a tanta fortuna. In fondo era contento di essere quello che era. Piuttosto sperava che lo stesso destino dell’antico compagno, anche mediante il suo piccolo contributo, potesse compiersi per tutti coloro che lo utilizzavano durante le sacre funzioni. Una volta infatti, probabilmente una domenica, aveva sentito l’anziano curato pronunciare un’insolita esortazione: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt, 18,3).


[1] Carlo Collodi, Pinocchio, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2004, p. 25.
[2] Concilio ecumenico, Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Conciluim, 122.
[3] Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo, Milano 2017, p. 33.
[4] Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, 82,4, Città Nuova, Roma 2003.
[5] Romano Guardini, Lo spirito della Liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia 2007, p. 131.
[6] Romano Guardini, Lo spirito della Liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia 2007, p. 134
[7] Isidoro di Siviglia, I doveri ecclesiastici, 1,24 in Alessandro Amapani, Segni e gesti. Nell’umanità della liturgia tutta l’umanità di Dio, San Paolo, Milano 2017, p. 48

fr. Alessandro Amprino
Fr. Alessandro Amprino, secondo i documenti proviene da Torino, città dove è nato l’8 aprile 1991. Tuttavia, coloro che lo conoscono meglio sanno che preferisce definirsi originario di Cumiana, piccolo paese del Piemonte apprezzato nel corso dei secoli dai tanti forestieri che soggiornandovi vi hanno trovato “buon’aria, buon vino e gente umana”. Nell’ottobre 2012 inizia il suo cammino di formazione alla vita religiosa e sacerdotale sulle orme di san Domenico. Studente di teologia, si interessa in modo particolare di Liturgia. Il 20 ottobre prossimo sarà ordinato Diacono dovendosi quindi occupare del tradizionale servizio delle mense. Consapevole che la Sapienza è un lauto banchetto imbandito da Dio per il suo popolo ha incominciato a servire tra i banchi della scuola media Sant'Alberto Magno di Bologna come docente di Religione.