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Nel mondo dei cattolici troviamo due generi di credente: quelli che non conoscono i libri di Tolkien e quelli che leggono, rileggono, studiano, approfondiscono, interpellano e richiamano il viaggio mitologico del professore di filologia di Oxford.

In queste prossime lettere mi sono proposto di presentarvi, in maniera incompleta, non accademica, inusuale e sgrammaticata, alcuni spunti sull’estetica che si possono trarre da alcune opere dell’autore.

L’habitat del pensiero estetico tolkeniano è quello del mito pagano. Lasciando sullo sfondo quello che potremmo identificare come estetica cattolica e muovendoci per un momento nei confini della mia isola, il cardinale John Henry Newman affermava che possiamo ritrovare barlumi di cristianesimo nelle culture pagane anche se pre-cristiane. Prendiamo, ad esempio, l’evento di San Paolo all’Areopago1. Altro inglese di taglio e taglia diversa – il cardinale era magro come uno spiedino, quest’altro gli spiedini se li mangiava con tutto il bastoncino – è G. K. Chesterton, il quale scriveva come i pagani cercassero il divino, la bontà e la verità, affidandosi esclusivamente all’immaginazione umana per mezzo della bellezza. Lo scopo creativo di Tolkien è quello di scavare in questa bellezza per scoprirne i tesori e diserbare le sue follie. Così ha ripensato il mito pagano come bellezza unita alla bontà e alla verità.

Ronald Hutton trova una forte influenza pagana negli scritti di Tolkien, al punto di credere che non sia mai stato cristiano o quantomeno ortodosso, per non dirlo addirittura mascheratamente eretico. Ma, come nell’eclissi solare, il sole non viene eliminato, ma nascosto e bene, tanto che ne trapela solamente la corona, così possiamo ammettere che Ilúvatar sia molto simile al Creatore cristiano, che i Valar siano simili sia agli dei pagani che ai santi cristiani. [suggerisco: del resto, non dice il salmista: “Dio si alza nell’assemblea divina, / giudica in mezzo agli dei” (Sal 82, 1) intendendo con questo nome gli angeli?].

Elizabeth Whittingham mette in risalto come i temi dell’oscurità e della disperazione, tipici delle leggende della Prima Era del mondo tolkieniano, lasciano sempre più spazio alla speranza Cristiana e alla vittoria finale. La bellezza delle storie tolkeniane è associata alla metafisica della verità amalgamata nella narrativa.

In piena decadenza del genere umano, dove si è perso il senso della trascendenza, Tolkien scrive in una sua lettera, tra le trincee della Grande Guerra, il desiderio di testimoniare Dio e la Verità tramite la sua letteratura. Si denota l’intenso spirito di speranza, nel potere del bello come arma contro il male. In un’altra lettera del 14 Maggio 1944 scrive che in tutte le abitazioni dell’uomo vi è la bellezza della santità seppur nascosta dall’evidenza della malvagità. Possiamo sempre trovare qualcosa di buono nelle parole, nelle azioni e nei volti, anche se spesso è nascosto, difficilmente discernibile, raramente evidente e riconoscibile. Lo stesso pensiero è deducibile in Agostino. Per il vescovo di Tagaste il male è un nulla, è diminuzione del bene, del bello e del buono:

«Mi si rivelò chiaramente che tu hai fatto tutte le cose buone e non esiste nessuna sostanza che non sia stata fatta da te»2.

San Tommaso d’Aquino riprende la stessa idea specificando, però, che il male morale è quello più grave. Per Tolkien, come per l’Aquinate, bontà e bellezza sono legate e sono assurte alla santità, la santità è la bellezza della bontà. Questa, sebbene paia nascosta, è molto più grande e diffusa del male ed è ancora capace di penetrare il mondo materiale tramite la bellezza. Il suo nascondimento, però, non è la mera passività al soverchio fragore del male, ma è anche segno della potenza che si manifesta nel trascendente: nascosta, ma sempre presente.

Bontà, bellezza e verità sono definite strutture della santità che è per natura trascendente. Il male, così concepito, non è da sé, né è qualcosa che esiste in sé, ma è un parassita del bene. Mentre il bene può esistere senza il male, il male ha bisogno del bene per mostrarsi. Così come l’ombra è mancanza di luce, il male è mancanza di bene.

La grande intuizione di Tolkien consiste proprio in questo: la battaglia ingaggiata dal male è contro il bello (infatti se il male è diminuzione del bello allora è antitetico al bello). Per Tolkien vale la pena difendere solamente qualcosa di bello ed egli desidera trovare una bellezza senza tempo. Senza alcun dubbio nel suo mondo la ricerca del bello è ampia, eppure questo rimane un argomento periferico negli studi di Tolkien:

«Lei parla di una integrità e di una santità ne Il Signore degli Anelli che sono un potere in sé. Ero profondamente commosso. Prima non mi era stato detto nulla del genere. Ma per una strana occasione, proprio come stavo iniziando questa lettera, ne ho avuta una da un uomo, che si classificò come un miscredente, o nel migliore dei casi un uomo dal sentimento religioso tardivo e oscuro… ma tu», ha detto, «[hai creato] un mondo in cui una sorta di fede sembra essere ovunque senza una sorgente visibile, come la luce da una lampada invisibile». Posso solo rispondere: «Della sua stessa integrità mentale nessuno può giudicare in modo sicuro. Se la santità abita nel suo lavoro o come luce pervasiva lo illumina, allora non viene da lui, ma attraverso di lui. E nessuno di voi la percepirebbe in questi termini se questa non fosse anche con voi. Altrimenti non vedreste e non sentireste nulla, o (se fosse presente qualche altro spirito) sareste pieni di disprezzo, nausea, odio»3.

Trovo interessante il modo con cui il mittente della lettera a cui Tolkien si riferisce parla di sentimento religioso tardivo e oscuro e afferma che il mondo creato dallo scrittore inglese è pervaso da una fede che sembra essere ovunque senza una sorgente visibile, come la luce da una lampada invisibile.

Questi due termini, oscurità e luce, li affronteremo in un altro discorso.

Vorrei però concludere specificando che, quando Tolkien parla di un male, quale che sia, morale o riguardante il creato, parla sempre di corruzione. Come per Tommaso e Agostino, prima di lui, il male è corruzione del bello.


1 Cfr. At 17,22-34.

2 Agostino d’Ippona, Le Confessioni, VII, 12, 18.

3 « You speak of ‘a sanity and sanctity’ in the L.R. ‘which is a power in itself. I was deeply moved. Nothing of the kind had been said to me before. But by a strange chance, just as I was beginning this letter, I had one from a man, who classified himself as ‘an unbeliever, or at best a man of belatedly and dimly dawning religious feeling … but you’, he said, ‘create a world in which some sort of faith seems to be everywhere without a visible source, like light from an invisible lamp’. I can only answer: ‘Of his own sanity no man can securely judge. If sanctity inhabits his work or as a pervading light illumines it then it does not come from him but through him. And neither of you would perceive it in these terms unless it was with you also. Otherwise you would see and feel nothing, or (if some other spirit was present) you would be filled with contempt, nausea, hatred ».
J.R.R. Tolkien, C. Tolkien, H. Carpenter, The Letters of J.R.R. Tolkien, 328 To Carole Batten-Phelps (draft) [19 Lakeside Road].

fr. Moneta Da Palermo
Dalle poche testimonianze storiche pervenuteci (non è che poi lui dica molto del suo passato) possiamo ricostruire alcuni tratti essenziali della difficile biografia di frate Moneta da Palermo op. Sappiamo da un autore anonimo che è nato nel più buio dello spentoevo (come lo disse un poeta), precisamente alla fine del XX secolo. Palermitano di nascita, si trasferì nelle nebbiose lande londinesi, dove apprese le arti virtuali, entrando nella potente corporazione dei ‘Micromorbidi’ che gli garantirono agiatezza e una discreta autonomia morale. A questo periodo risalgono le celeberrime trattazioni di nicchia sul galateo, ovvero le 'Meditazioni sulle Galatine' e il 'De furca et digito levato', cui si affiancano gli scritti sulla pronunzia dei dittonghi inglesi che gli valsero il nome di ‘Sterlina’ o ‘Moneta’ (Pound). Certo è questo: sopravvissuto agl’anni mortali dell’ebola (c’è sempre qualche peste in Inghilterra) si convertì a Cristo, entrando nell’ordine dei 'Black friars' (i frati predicatori). Tornato in Italia per dedicarsi interamente alle lettere e alla filosofia popolare, scrisse libelli di pedagogia spirituale come il 'De puella monenda' e il delizioso 'De cella riposanda'. Grande critico del sistema copernicano, rispose al 'e pur si move' di Galileo, col celebre motto: 'Se move? A li universa ciela gli giron!'. Ma celebre fu la sua rivoluzione filosofica del 'cogito ergo sum cartesiano' che sviluppò nel trattato 'Sum Figus' per il quale è ancora ricordato come esempio di metafisica modestia.