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La Pozza

Se da un lato è vero che non solo ciò che risulta esperibile con i sensi esiste, dall’altro è altrettanto innegabile che quello che non ha un seppur minimo rapporto con essi possiede ai nostri occhi un’esistenza mutila. Intendiamoci, non voglio dire che la verità di qualcosa dipenda dalla nostra capacità di esperirla, ma solo che la verità che noi “concediamo” alle cose è spesso legata alla distanza fra di esse e la nostra percezione; e cosa c’è di più distante di qualcosa di puramente astratto?

Che ne siamo consapevoli o meno, abbiamo elaborato molteplici sistemi per “dare un corpo” a pensieri, idee e visioni del mondo, affinché la gravità che percepiamo come loro propria non si perda in questa insidiosa forma d’evanescenza. Uno dei più antichi ed efficaci è la narrativa. Di qualunque genere o forma sia, questa ha il potere d’incarnare ciò che è pensiero o emozione in una situazione che, per quanto fittizia, possegga quella “corporeità” che m’impedisce d’ignorare ciò che incarna.

Caricatura di Stephen King
Stephen King, caricatura di Mark Rain (https://flic.kr/p/9HCUYu)

Una delle tecniche preferite da narratori di talento, e non legati dai vincoli della realtà, consiste nell’ipotizzare che le metafore, con le quali cerchiamo di dare una prima compattezza ai concetti, siano reali simpliciter. Stephen King è maestro di questa tecnica e, a mio modesto parere, è anche il suo frequente utilizzo a permettergli di creare delle situazioni tanto spaventosamente originali quanto ricche di chiavi di lettura.

La metafora su cui si basa il romanzo “La storia di Lisey1 è quella che paragona la Verità ad uno specchio d’acqua fresca e dissetante che non solo lenisce le nostre ferite ma ci attira insindacabilmente alla sua contemplazione. Egli immagina che poco oltre le barriere della coscienza vi sia effettivamente un “luogo” ove questa splendida immagine poetica acquisisce realtà, e nel testo lo chiama semplicemente “La Pozza”.

Boo’ya Moon

Se la Pozza è la Verità, dalla quale ognuno attinge e contempla ciò che ha la forza di guardare, allora come definire il luogo che la circonda? Quando ci accostiamo alla Verità lo facciamo sempre passando attraverso noi stessi, poiché nessuno, per quanto santo e pio sia, può sperare di liberarsi da quel bagaglio, splendido ed inquietante al contempo, che la sua vita gli ha lasciato.

Ciò che bambini e folli compiono con naturalezza, ossia tradurre in immagini e simboli ogni aspetto della loro esperienza, King lo compie magistralmente, nascosto dietro la premessa di cui sopra, creando Boo’ya Moon. Il personaggio centrale della sua storia, uno scrittore con un passato terribile di violenze e pazzia, ha circondato la Pozza con un bosco fatato ed inquietante che riflette bene la duplice natura della sua infanzia, in bilico fra una folle violenza ed un’immaginazione incontrollabile. Questo “luogo” di perenne crepuscolo, sempre in attesa degli orrori della notte, non solo ben rappresenta il bilico pericoloso nel quale il protagonista ha vissuto la sua esistenza, ma trova nella Pozza, ossia nella Verità, il solo porto franco.

Quando quindi Scott Landon, tale è il nome del personaggio, si reca a Boo’ya Moon, lo fa per avere in qualche modo esperienza della Pozza e delle sue doti lenitive; tuttavia per farlo non solo non può mai evitare di confrontarsi con i pericoli del bosco, ma deve ricordarsi che le acque in cui si bagna e dalle quali attinge impongono un ritorno, una loro applicazione.

Ma Boo’ya Moon non è solo pericolo ed orrore, ma anche bellezza ed intimità; riflette cioè, al di là del personaggio, la duplice natura del nostro bagaglio esperienziale, sempre composto da elementi ostacolanti ed altri talmente stupendi da dominare ogni altro ricordo.

Lisey

Forse il vero pericolo di questo “mondo” non è costituito dai ghignanti orrori del bosco notturno, ma dai riflessi della Pozza. Proprio come dopo un viaggio faticoso si esita a tornare indietro, così anche a Boo’ya Moon, una volta giunti alle splendide acque, il vero pericolo è non trovare più alcuna ragione per distaccarsene.
Se quindi ciò che di terribile ci portiamo dietro non può intaccare la perfezione della Verità, può tuttavia distorcere la nostra risposta ad essa. Invece di portare la sua dolcezza laddove ci sembrava mancante, ossia nella nostra vita, il terrore che i nostri orrori l’infrangano come cristallo prezioso ci blocca in una sterile contemplazione che presto ha l’odore della morte.

Lo Scott del romanzo ci rappresenta in questa comune forma di viltà, poiché tutti sperimentiamo la paura che ciò che di bello abbiamo contemplato nel nostro cuore, quella Verità che Dio in modo differente ci dona, non regga il confronto con la brutalità del mondo. È l’antica paura della croce, che spinge i discepoli di Cristo a ritenere che lo splendido sogno vissuto con Lui s’infrangesse sotto il ruvido peso del legno.

La risposta che King, senza pretendere di esaurire la questione, propone è racchiusa nel nome di Lisey, la moglie di Scott. Questa donna, apparentemente insignificante, condivide sia la selva interiore del marito sia il da lui distorto fascino della Pozza e, nel farlo, svela la migliore arma contro la paura che la Divina Sapienza ci ha dato, dopo la Sua Grazia: l’amore. Il terrore, come un’ombra su di un muro, giganteggia nei nostri cuori finché qualcuno non ci aiuta a dargli dei confini semplicemente accogliendolo in sé.

Ciò che io ho ricevuto da questo splendido romanzo2, forse uno dei più spaventosi ed intimi dell’autore, è una consapevolezza cui dare corpo attingendo al mio passato: solo nella solitudine del cuore la Verità, ossia Dio stesso, può apparire splendida ma impotente contro la brutalità del mondo; quando due cuori si accostano e condividono nell’amore tutto il proprio mondo interiore, quelle ombre che sembravano invincibili svaniscono riflesse negli occhi dell’altro.


1 Cfr. Stephen King, La storia di Lisey, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006.

2 La lettura che vi ho proposto è solo una delle tante: leggete con attenzione il libro e scoprirete che le molteplici sfaccettature inserite dall’autore si prestano ad altrettante interpretazioni. Come ogni buon mito quindi, anche questo romanzo non ha un’unica prospettiva possibile.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, foto di Trevor Dobson, “Milky Way over Island Point, Western Australia – 35mm Panorama” e della caricatura di Stephen King di Mark Rain.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it