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La paura del tiranno

Ci sono alcuni film o racconti che hanno la capacità di spaventarci senza un apparente motivo. Per quanto infatti il fruitore possa immedesimarsi nella vicenda, egli la vive sempre a partire dalla consapevolezza della sicurezza della propria posizione. Ecco che quindi le tecniche più comunemente usate per stimolare una reazione di paura o di tensione si risolvono nel proporre immagini o situazioni in qualche modo scioccanti, capaci di far vacillare per qualche istante questa saldezza.

Tuttavia a fianco di espedienti simili, comunque di gran valore se utilizzati con arte, si trovano delle opere che riescono a suscitare la medesima sensazione di pericolo senza far leva su adrenaliniche sorprese. Sto parlando di film come “Gli uccelli”1 di Alfred Hitchcock e “E venne il giorno”2 di M. Night Shyamalan o, per citare la letteratura, di “Cujo”3 di Stephen King. Ciò che accomuna questi tre racconti, apparentemente così diversi, è la capacità di proporre elementi altrimenti noti del mondo naturale come inaspettatamente minacciosi. Questi inoltre non vengono tratti dal mondo dell’esotico, il cui mistero facilmente sconfina con la paura, ma dalla quotidianità del fruitore. La pellicola di Hitchcock, per esempio, utilizza volatili fra i più comuni per dar vita alla situazione di pericolo, mentre il film del regista indiano riesce addirittura a far apparire minacciosi alberi e prati; il libro di King infine dà vita ad una situazione la cui genesi è di una tragica banalità.

Al di là delle specifiche tecniche che i diversi artisti usano per ottenere questo risultato, l’elemento sul quale fanno leva è l’umana paura di scorgere la fragilità del proprio dominio sul mondo. Se solitamente ci sentiamo signori del nostro ambiente, la natura inaspettatamente ribelle di questi elementi noti ci rivela per quello che siamo realmente: dei tiranni il cui trono è tanto fragile quanto distante dalla legittimità della signoria.

Terrore

Non dobbiamo farci ingannare dalla natura spesso fantastica degli avvenimenti di queste storie: il loro scopo è di rivelare come anche elementi del nostro ambiente che crediamo saldamente sotto il nostro scettro mantengano, in realtà, un’incolmabile grado di mistero. Ad una riflessione più attenta, ci accorgiamo che questa incapacità di comprendere fino in fondo il mondo, espressa inconsciamente in opere simili, deriva dal tipo di controllo che esercitiamo su di esso. Lungi dall’essere fondato su di una sapienziale comprensione, l’abbiamo invece costruito sulle spalle di una potenza distruttiva soverchiante che ci fa apparire più come occupanti che signori.

L’opera che, a mio parere, esprime più chiaramente questo concetto, nonché forse l’unica ad averne proposto una soluzione, è il romanzo “The Terror”4 di Dan Simmons, liberamente ispirato alle vicende delle navi rompighiaccio HMS Terror e HMS Erebus, intrappolate nel ghiaccio nel 1846 mentre erano alla ricerca del “passaggio a nord – ovest”. Sulla base di attente ricerche storiche, l’autore da un lato racconta la vicenda nota, dall’altro completa gli inevitabili buchi della ricostruzione documentaria inserendo un elemento sovrannaturale ed orrorifico di grande efficacia. Mentre infatti le mostruose conseguenze del freddo e della denutrizione vengono descritte senza sconti al lettore, l’azione di un misterioso ed enorme animale, simile ad un orso polare, fa da sfondo al tutto dando un corpo ed un volto a quell’ambiente così ostile e restio alla conquista umana.

Al di là della narrazione, il romanzo costruisce su di una vicenda solo parzialmente reale un efficace quadro simbolico: da un lato pone l’arroganza di una cultura occidentale convinta di poter schiacciare tutta la terra sotto il peso della sua scienza, dall’altro presenta un ambiente artico che oppone non solo le proprie naturali forze, ma anche quel quid misterico che ne rivela parzialmente la complessità.

Il grande pregio dell’opera è di presentare questa lotta impari dell’uomo contro la natura, questa vera e propria conquista, non come un confronto fra energie di differente intensità, ma come l’incontro tragico di due prospettive sul mondo. Ad una lettura dell’artico, efficace piccolo mondo, limitata alle conoscenze particolari, si contrappone una mancanza di comprensione sapienziale dello stesso che impedirà sempre la considerazione della dimensione misterica.

L’umiltà del signore

Questo confronto è reso evidente dalla presenza della cultura inuit5: non solo la minaccia sovrannaturale ma anche l’ostilità stessa dell’ambiente è compresa dalle popolazioni indigene in modo tanto più perfetto quanto più goffo appare il dominio “meccanico” tentato dall’uomo occidentale.

Lontano dal voler idealizzare la cultura dei nativi, l’autore utilizza la loro mitologia per presentare uno sguardo sul creato che integri l’elemento spirituale e vada quindi a completare la conoscenza fattuale propria delle scienze. Ribaltando l’antiquata sufficienza dell’occidente nei confronti delle popolazioni indigene, Simmons evidenzia come il peso della mancanza di una lettura spirituale del mondo vada ben al di là dell’elemento puramente esperienziale. Gli inglesi, rappresentanti di una cultura ben più vasta dei loro confini nazionali, sembrano, di fronte alla durezza dei ghiacci, come bambini con in mano un’enciclopedia, pieni di nozioni ma incapaci di una visione globale e profonda della realtà.

Di fronte al totale fallimento del dominio umano, alla disfatta del tiranno, Simmons propone una signoria sul mondo fondata non sulla conoscenza ma sull’accoglimento del mistero. Quel principio di unità e di senso che il creato possiede si presenta come qualcosa che non può essere compreso come una parte fra le tante, ma che deve invece essere accolto come fondamento del tutto. Il testo, attraverso la simbologia mitologica degli inuit e del loro piccolo mondo bianco, mostra come un dominio fondato orizzontalmente sull’imposizione di una parte sulle altre non possa che naufragare di fronte alla complessità dell’insieme; solo un atto di fede può permettere all’uomo non di comprendere, ma di ammettere la sua piccolezza e, su questa base, essere innalzato a vero signore del mondo.


1 Il film, dal titolo originale “The Birds”, uscì nel 1963, diretto da Alfred Hitchcock ed ispirato al racconto del 1953 di Daphne du Maurier. Narra l’inquietante ed anomalo comportamento degli uccelli in una piccola cittadina marittima a danno degli abitanti.

2 Il film, dal titolo originale “The Happening”, uscì nel 2008 e fu scritto e diretto dal regista M. Night Shyamalan. Narra la vicenda di una coppia intenta a sfuggire ad un’anomala emissione di gas neurotossici da parte delle piante, in reazione all’eccessiva presenza umana.

3 Il romanzo fu realizzato da Stephen King nel 1981 e narra la vicenda di una madre con suo figlio che devono affrontare un vero e proprio assedio in auto da parte di un grosso san bernardo affetto da rabbia.

4 Il romanzo fu pubblicato dallo scrittore americano Dan Simmons con il titolo “The Terror” nel 2007; edito nel 2008 in Italia con il titolo “La scomparsa dell’Erebus” da Mondadori, fu riedito nel 2018 con il titolo originale dalla medesima casa editrice.

5 Il termine inuit indica la popolazione nativa insediata tradizionalmente fra Groenlandia, Alaska e le propaggini settentrionali dell’Asia. Più nota in occidente sotto il nome di probabile origine algonchina “Eschimesi”, questa cultura era tradizionalmente basata su di un’economia di caccia e pesca, integrata con piccolo commercio; il contatto con la civiltà occidentale ha mutato radicalmente i loro costumi. La parola inuit di per se stessa significa semplicemente “uomini”.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, “Satana presiede il Consiglio infernale” di John Martin.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it