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Siete insetti!”. Con questa lapidaria sentenza si chiude il capitolo XXXIII del romanzo “Il problema dei tre corpi” di Cixin Liu[1]. Quest’autore cinese, nato a Yangquan nel 1963, ha acquisito fama internazionale nel 2015 vincendo con il suddetto romanzo il Premio Hugo, uno dei maggiori riconoscimenti legati alla letteratura fantascientifica[2].

L’opera presenta numerose originalità, non ultima certamente l’appartenenza culturale dell’autore, che tuttavia non potremo analizzare nel dettaglio in questa sede. La frase citata in apertura intende focalizzare l’attenzione su uno di questi elementi, così da poterne proporre una lettura interessante e, mi auguro, stimolante. Tuttavia, ritengo che per poterlo fare sia necessaria una breve premessa che, pur senza svelare tutta la trama, possa dare all’intero discorso un contesto.

Il romanzo narra di una specie aliena molto avanzata, i trisolariani che, spinti dall’instabilità del loro sistema stellare, decidono d’invadere la Terra. Le distanze siderali tuttavia rendono quest’aggressione, nonostante tutto, estremamente lenta, tanto che all’umanità vengono concessi quarant’anni per prepararsi all’evento. Avendo dovuto gli alieni rivelare le loro intenzioni[3], ma temendo che nel tempo concesso l’uomo possa colmare lo svantaggio tecnico e scientifico, questi ricorrono ad uno stratagemma tanto geniale quanto diabolico: decidono di bloccare il progresso umano prima che divenga per loro una minaccia.

Per spiegare come ciò possa essere possibile l’autore espone, attraverso la finzione letteraria, il suo pensiero in questi termini: il progresso tecnico, quello cioè strettamente legato allo sviluppo di nuove tecnologie, è l’effetto e non la causa del progredire della scienza teorica. Per fare un esempio banale, è vero che il telescopio permise a Galileo di osservare meglio il sistema solare, ma è anche vero che questo strumento fu adattato allo scopo perché prima si era giunti a porsi delle domande che, per avere delle risposte, lo richiedevano. L’autore non nega ovviamente lo strettissimo legame fra scienza teorica e tecnica, ma intende semplicemente affermare che senza conoscere l’ordine che soggiace alla realtà non è possibile creare degli strumenti che la pieghino al nostro volere. Se questo è vero, allora la capacità tecnica di una società, e quindi il suo potere, è direttamente proporzionale alla consapevolezza che possiede circa l’intima natura del creato.

A partire da questa considerazione, che nel testo viene abbondantemente argomentata, i trisolariani elaborano un congegno di dimensioni subatomiche in grado di falsare tutti i risultati degli esperimenti compiuti dagli acceleratori di particelle della Terra, così da impedire qualunque avanzamento nella conoscenza del microcosmo; privati così della possibilità di superare l’ultima barriera alla piena consapevolezza della struttura del creato, gli esseri umani sono paragonati ad insetti che, per quanto complessi e minacciosi, si muovono su di un piano di totale inferiorità.

In tutta onestà non so come si evolverà la narrazione[4], tuttavia alla luce del presente articolo poco m’importa. Ciò che mi preme è porre in evidenza un’interessante intuizione: la tecnica, per quanto geniale, è nulla se non si basa su una reale comprensione del creato. La nostra società contemporanea ha dato vita ad una vera forma d’idolatria per l’utile, qui inteso come l’attività o l’oggetto fatto e progettato per produrre qualcosa d’immediatamente fruibile. Persino i vari settori della conoscenza scientifica vengono catalogati ed ordinati non in base al contributo che danno al progresso della conoscenza umana, ma solo sulla base della quantità di prodotto che realizzano. Non ci sorprende, anche se dovrebbe turbarci, che tale ragionamento sia applicato alle scienze umane, le “inutili” per eccellenza, ma appare sconvolgente che anche le scienze teoriche siano toccate da questa patina di polvere intellettuale, quasi fossero vecchi tomi ingombranti.

A chi scrive non interessa tanto, come nel romanzo, l’avanzamento tecnico dell’umanità, quanto la ragione che sta alla base di questa folle tendenza.  Mi azzardo ad avanzare un’ipotesi, conscio che ad ora posso solo sperare di spingere qualcuno alla ricerca della verità: ritengo che non si creda più al concetto di ordine. Certo, qualunque materialista moderno sarà disposto ad ammettere che il cosmo possiede una sua logica interna, poiché ciò è evidente a chiunque voglia vedere, ma sono convinto che la sua fede in questa ragionevolezza cosmica si fermi ben prima dei confini dello stesso. Ciò accade perché non è possibile credere completamente nell’ordine del creato, nella sua totale ragionevolezza, senza al contempo abbandonare l’idea che la materia sia causa di se stessa. Procedendo a ritroso in un’ipotetica catena di causalità, si arriverebbe, infatti, ad un bivio: o ammettere il governo del caos, che quindi come causa prima di tutto renderebbe inutile ricercare un ordine fondamentale, o concepire un Sommo Ordinatore che, in quanto esterno alla materia, ne possa essere origine e reggitore.

San Tommaso d’Aquino utilizzava un ragionamento simile per giungere razionalmente non tanto all’esistenza di Dio, quanto alla sua necessità[5]. Oggi credo che la nostra società sia giunta inconsciamente alla medesima conclusione tanto che, pur senza comprenderne appieno la causa, sta abbandonando le scienze teoriche come un bambino stanco di un gioco troppo complesso.

Rifiutando la presenza di Dio sia nella propria vita che nel proprio mondo, l’uomo, come l’umanità del romanzo, è condannato ad accettare l’insensatezza di ciò che lo circonda, la quale è tanto soffocante quanto vacua ed inconsistente. Finché rifiuteremo di guardare al creato con lo sguardo di uomini liberi e non incatenati dalla superbia, il suo splendore ci apparirà di sempre più scarso interesse man mano che ci avvicineremo a quel limite che con arroganza ci rifiutiamo di superare.

Osando, quindi, un’espressione forse più forte del dovuto concludo dicendo che senza Dio siamo davvero insetti, prigionieri di un mondo senza sbarre.


[1] Cixin Liu, Il problema dei tre corpi, trad. it. B. Tavani, Mondadori, Milano 2017.

[2] I dati biografici sono stati tratti dalla pagina dedicata all’autore nel sito www.wikipedia.org, consultata l’11/10/2018.

[3] Buona parte della narrazione del romanzo, facente parte di una trilogia, verte sui contatti fra alieni ed umani, avvenuti attraverso radiotelescopi e coinvolgenti un gruppo di collaborazionisti della nostra specie.

[4] La Mondadori ha già pubblicato i due romanzi seguenti della trilogia del “Passato della Terra”, rispettivamente intitolati La materia oscura e Nella quarta dimensione.

[5] Cfr. San Tommaso d’Aquino op, Somma Teologica, I, q. 2, a. 3., resp., trad. it. p. Giuseppe Barzaghi op, esd, Bologna 2014


Riconoscimenti per le immagini: l’immagine di copertina, è derivata da Martin Lovekosi, “Moonset & Milky Way at JKT – 18.08.2018, La Palma”.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it