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La storia

Edge of tomorrow è uno di quei film che a guardarlo, non è che ispiri proprio contenuto, se mi si consente. Certo vi è una buona miscela di azione, effetti speciali, un po’ di fantascienza e una buona dose di suspense. Poi, però, quando lo schermo torna alla sua monotonia, nera e vuota come da principio, allo spettatore viene spontaneo domandarsi che cosa mai gli abbia lasciato: in effetti, questa è una domanda che dovremmo porci sempre, perché un’esperienza che non abbia lasciato niente, era un’esperienza da evitare. Tuttavia, dietro le barocche cromature americane dei film d’azione, degli spunti ci sono eccome!

Partiamo dall’organismo antagonista: esso è, di fatto, un complesso e articolato sistema nervoso, che si compone di un fosforescente nucleo centrale ben occultato sottoterra, e di una miriade di sovraeccitati pseudo-neuroni, i Mimic, che si avventano come leoni luccicanti contro le truppe umane. Ma essi hanno uno straordinario vantaggio: fra le schiere aliene vi è una gerarchia tanto rudimentale, quanto straordinaria, una gerarchia binaria, fatta da Mimic alpha e branco.

I primi, rarissimi, si differenziano dagl’altri non solo per le dimensioni e il colore bluastro, ma per un duplice potere. Da un lato essi sono capaci, al di là di tutte le speranze della medicina, di rigenerare i loro mostri-neuroni che muoiono in combattimento. Dall’altro, se vengono uccisi, hanno la straordinaria capacità di riavvolgere il nastro del tempo.

Il regista del film, Doug Liman.
Il regista del film, Doug Liman.

L’organismo, nel momento in cui perde un alpha, può ricominciare le 24 ore e riorganizzare le truppe, conoscendo, però, tutto ciò che in quel giorno sarebbe dovuto avvenire…  Che potere magnifico! Il sogno proibito di tutti gli uomini che hanno appena fatto gaffe, perso un treno, sbagliato un test a crocette (quelli poi sono i peggiori). E il nostro amico protagonista è stato esaudito: ‘per caso’, durante la battaglia, si scontra con uno dei rarissimi mostri che, per fortuita coincidenza, gli muore addosso, fondendo la sua melma linfatica con il suo sangue. Da quel momento ne acquisisce il dono, sicché ogni volta che muore costringe sia i mimic che i compagni a ricominciare il giorno con lui, senza che però altri che lui si ricordino di quanto era successo. È così che inizia una strenua battaglia, costruita sui tentativi del protagonista che, grazie all’eroina Rita Vrataski [Emily Blunt], cerca di scovare il sistema centrale degli alieni per distruggerli alla radice.

Il fatidico pulsante

Un mio amico mi ha detto: “Questo film è una boiata, crede di risolvere tutto con una visione-videogame dell’esistenza: deresponsabilizza l’uomo, il quale finisce per credere che basti premere reset per riparare ai propri errori. Ma il reset nella vita non esiste e riparare è molto più difficile che fingere che non sia successo nulla”. Non ha mica tutti i torti… in effetti, ne ha soltanto una buona parte: il film non sposa questa visione, ne approfitta, che è molto diverso. Questo si capisce perché, riavvolgendo il nastro, il protagonista non risolve affatto tutti i problemi: ad esempio, l’affetto per Rita, la scelta tremenda di salvarla, premendo un Reset che annulla totalmente la memoria del loro amore in lei e lo costringe a rischiare di nuovo la sua libertà, a rischiare un no che farà sì che tutto ciò che hanno provato non sia mai successo davvero, perché lei non può rammentarsene. Anche il Reset è capace di essere irreversibile.

Al contrario, mi colpisce che questo potere gli derivi dai nemici. Infatti, nell’esperienza umana è l’idra del male che pare sempre resettarsi, che pare ricominciare ugualmente: gli mozzi la testa e ne ricrescono due, zannute e voraci. Il male sembra avere il potere dei mimic, sembra rigenerarsi continuamente, ma soprattutto pare ripetersi: per quanto uno si impegni nel bene, sia tenace nel fare il suo dovere, si scopre cadere sempre sulle solite sciocchezze, scopre che i problemi si moltiplicano, s’ingrassano, si beffano degli sforzi, che rischiano per altro di non essere neppure capiti (o di essere addirittura ostacolati) proprio da coloro che erano preposti ad aiutarci (accade così nel film, quando il generale delle truppe, non capendo le operazioni dei protagonisti, decide di farli arrestare).

Rialzarsi

Ma il film inverte la prospettiva: con la morte di uno degl’alpha, è il protagonista ad acquisirne il potere, a scoprire che il bene può altrettanto. Non deve passare inosservato il nome di questi mostri: mimic significa imitatore, mimo o anche simulatore. Certo, essi sono chiamati così per la loro  misteriosa capacità di simulazione, di copiare e appropriarsi delle tattiche umane, sconfiggendole. Ma non è curioso che la storia si inverta? Che siano proprio i buoni a rubare l’abilità dei nemici? Dovrebbero essere loro i mimi. Così la storia sembra giocare con lo spettatore. Perché? Tempo fa un’anziana e saggia donna delle gelide Russie mi disse: “Sono le cose che non si capiscono ad essere la chiave d’accesso per quelle che si dovrebbero capire, per i significati più veri e nascosti di un racconto”.

Ora se il male è capace di resettarsi e il bene lo imita, ma solo il male è detto mimo, significa che il bene imitava solo apparentemente, per un gioco ottico, mentre quello che a noi sembrava avere la capacità di rialzarsi sempre, di rigenerarsi (cioè il male), in verità non l’ha, l’emula.

Ecco uno dei messaggi salienti e nascosti del film: se, com’è vero, sono sempre le imitazioni a copiare gli originali e gli originali sono sempre migliori delle loro imitazioni, il bene è sempre più potente del male, anche se non lo sembra. Per questo diceva il Divino Maestro che bisogna non solo essere puri come colombi, ma astuti come i serpenti (Cfr. Mt 10 16): il male che hai di fronte non può nulla di più di quanto tu non possa già. Il male è solo apparentemente forte, ma in verità è tanto rumoroso quanto impotente: può vincere solo per resa, non ha altri mezzi. La resa è una scelta, sicché, se il male vince su di te, è solo perché sei tu a volerlo, a permetterglielo. Il male vince un uomo, non quando gli fa del male, ma solo quando lo rende malvagio e i limiti della malvagità sono i limiti della libertà.

E se ci siamo lasciati ingannare? E se siamo caduti? Il punto è come si guardano i propri fallimenti, come ci si pone di fronte alla propria debolezza. Credo che l’intuizione straordinaria del film sia questa: Ogni margine di errore, non è che un margine di miglioramento. Non è una verità banale. Anzi deve essere una delle chiavi di lettura essenziali della nostra vita spirituale. Il paradosso temporale è un pretesto con cui Edge of Tomorrow ci ricorda che il ripetersi della storia non implica necessariamente il ripetersi dell’errore, se si conserva la memoria di esso. Questo si fonda sulla disincantata consapevolezza che l’uomo sia fallibile e che sia inevitabile prima o poi una caduta su qualche aspetto. Il problema, però, non è errare, ma non lasciarsi determinare dai propri errori, non lasciare che l’errore abbia l’ultima parola e finire per credere di essere falliti, perché fallibili. Fra le due cose vi è un abisso.

fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).