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E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quegli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò un orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono (Mc 14, 43.50).

Non lasciatelo parlare!

L’episodio dell’arresto di Gesù è forse uno dei più tragici del Nuovo Testamento, presente, pur con delle differenze, in tutti e quattro i Vangeli1. La ragione non sta solamente nel fatto che, con esso, ha inizio il lungo e doloroso cammino che porterà il Signore a morire in croce, ma anche nel dramma che qui si consuma: Gesù è ridotto al silenzio. Il lungo e fecondo magistero di Cristo giunge a termine, perlomeno nella forma che i discepoli, e la popolazione con loro, avevano fino a quel momento conosciuto. Il Maestro non aggiungerà più nuovi insegnamenti e la riflessione della Chiesa, da questo momento in avanti, avrà come oggetto la comprensione di quelli dati e del profondissimo Mistero Pasquale che proprio nell’arresto ebbe il suo inizio2.

Il testo di san Marco non si limita a prendere atto di questo doloroso passaggio, ma identifica anche un colpevole: Giuda. Il brano arricchisce questo personaggio di tratti tanto sottili quanto inquietanti che, se colti, aiutano il discepolo odierno a comprenderne la fine malvagità. L’efficacia dell’operazione è incrementata anche dal fatto che l’evangelista non presenta alcuna forma di rimorso o ripensamento: il Giuda di Marco ci appare fermo nel suo tradimento3.

La prima cosa che dobbiamo tenere a mente, nel cercare di capire questa figura, e quindi il suo agire, è la sua identità: l’Iscariota non è uno qualsiasi dei farisei o il membro di un’altra fazione ebraica avversa a Gesù; egli è prima di tutto uno dei Dodici. Certamente il suo atto lo pone fuori dal gruppo, tuttavia la sua azione contro il Signore non è avventata o presuntuosa, come quella di altri avversari, ma avveduta e attenta. Proprio in virtù di ciò, la prima cosa che Giuda fa è zittire Cristo. Ad uno come lui non deve essere sfuggito il potere delle parole del Signore, né l’incredibile efficacia della sua dialettica. Non è difficile immaginare come gli innumerevoli tranelli passati, escogitati da individui tutt’altro che sprovveduti, fossero presenti nella sua memoria e lo mettessero in guardia. Altrettanto pericolosi erano poi i gesti, quei segni, miracolosi o meno, con i quali Gesù aveva tanta presa ed influenza sul popolo4.

Che questa fosse la principale preoccupazione dell’Iscariota ci viene da san Marco immediatamente comunicato attraverso i dettagli stessi dell’agguato. L’arresto notturno, il luogo isolato, la presenza di una folla sorda alle parole di Gesù sono tutti elementi che rendono, per il Signore, praticamente impossibile fare ricorso a quell’appoggio popolare che tante volte gli era venuto in soccorso5. Secondariamente, l’atteggiamento di Giuda, i suoi gesti minuti, sembrano identificarlo come una sorta di anti-discepolo, un individuo quindi il cui primo obiettivo è proprio far tacere il Maestro6.

Ciò che resta del discepolo

Fermiamoci un secondo su quest’ultimo aspetto: qual è il primo compito di chi segue da vicino Gesù? Ovviamente imparare da Lui e comunicare ad altri la Buona Novella. Tutti i gesti tipici del discepolato sono quindi naturalmente indirizzati a questi due fini. Giuda ancora li utilizza ma ne ribalta il senso: invece di ascoltare, prende per primo la parola; invece di condurre altri a credere in Cristo, li avvicina a Lui come strumenti di distruzione; infine, nell’appellarlo con il titolo di “Maestro”, non intende evidenziare la necessità dell’ascolto, ma indicare chi mettere a tacere.

Tutti questi elementi ci consentono di comprendere come Marco intenda, in Giuda, presentare il più micidiale oppositore umano al cristiano, ossia un individuo che, avendo conosciuto Gesù, non solo intende silenziarne il messaggio, ma è anche capace di utilizzare a proprio vantaggio quelle stesse strutture umane pensate per diffondere il Vangelo.

La cosa davvero incredibile è che Cristo glielo permetta. Non si oppone, pur dimostrando di aver ben compreso l’intento celato dietro quegli atti7. Il Signore si lascia zittire, non solamente nell’insegnamento, ma anche nella comprensione di ciò che aveva trasmesso. L’intera situazione infatti finisce per gettare nella confusione i discepoli, provocando il crollo, perlomeno apparente, di quella struttura umana cui il Maestro aveva dato vita8 . La vittoria di Giuda sembra totale, forse anche superiore alle sue stesse aspettative e non è difficile immaginare che tale debba essere apparsa anche al Traditore. Ragionando da una prospettiva puramente umana, non possiamo che dargli ragione: essendo venuto a mancare sia l’insegnamento futuro che la comprensione di quanto insegnato, la capacità di Gesù di muovere le genti è totalmente annullata. Non solo non possono più ascoltarlo, ma l’apparente sconfitta getta un’ombra fitta anche sul suo precedente magistero.

Forse proprio nell’apparente perfezione della vittoria si cela il cuore della vicenda. Se l’Iscariota fosse stato più accorto, si sarebbe forse chiesto la ragione della docilità di Cristo e, a fronte di una simile domanda, avrebbe forse intuito il proprio errore. Tutta questa strategia infatti si basa su un assunto di fondo che il Traditore non può mettere in discussione: Gesù è solo un essere umano. Prendendo per buona questa affermazione, anche presupponendo la buona fede del Nazareno, il suo unico e più alto fine avrebbe dovuto essere mostrare agli uomini, con l’insegnamento e l’esempio, come imboccare autonomamente la via della salvezza. Nessun uomo infatti può salvare gli altri dalla morte, ma nulla impedisce di proporre una strada, forse anche la migliore, per tentare di guadagnare da sé il premio. Ora, supponendo, come appare evidente, che Giuda abbia ritenuto, ad un certo punto e per ragioni che possiamo solo intuire, che la proposta di Gesù fosse erronea, o addirittura dannosa, il silenzio totale cui l’ha costretto costituisce la massima vittoria necessaria ad arginare il problema.

Noi tuttavia sappiamo che quest’assunto è falso. Nonostante il panico e la confusione, anche gli altri undici Apostoli ne erano coscienti, tanto che diverrà loro immediatamente chiaro dopo la Risurrezione9. Gesù non è un semplice uomo, ma è anche Figlio di Dio. È proprio questa la realtà che Giuda non accetta e che, trascendendo il suo piano, fonda anche l’atteggiamento di Cristo. Il Messia non è venuto per insegnare all’uomo a salvarsi, ma per salvare. L’atto salvifico cioè non trova il suo fondamento e principio nell’agire umano, per quanto rettificato ed indirizzato, ma in un gratuito Atto Divino che richiede all’uomo solo una disponibilità a lasciarsi guidare10.

La scuola di Giuda

Quella notte di più di duemila anni fa Gesù accolse il silenzio, violento e crudele, cui Giuda e gli altri lo costrinsero, e lo fece non per impotenza o rassegnazione, ma perché consapevole che proprio quell’attonito tacere sarebbe stato la perfetta cornice del sacrificio che stava per compiere.

Il santo Triduo è quindi per noi un differente tipo di silenzio: non più quello penitenziale, che si fa ascolto di un sussurro troppo spesso ignorato, ma quello umile e contemplativo dello schiavo che, finalmente conscio della propria debolezza, attende il gratuito beneficio del padrone11. Si tratta di un tempo prezioso nel quale, dopo il rigore dell’impegno quaresimale, il discepolo si scosta, si fa da parte, e, pieno di meraviglia, contempla quella salvezza che, nel suo fondamento, trascende totalmente le forze umane.

Non possiamo che provare compassione per Giuda, e per tutti quelli che, alla sua scuola, ci circondano oggi. Essi hanno veduto il Salvatore, hanno scorto quanto di più sublime quel Dio amorevole, che tinge di bellezza perfino la crudeltà del mondo, abbia donato all’uomo e ne hanno provato ripugnanza12. Dicono che il male sia semplice, perlomeno nelle sue radici e, se questo è vero, la ragione potrebbe celarsi nel fatto che nasce dal desiderio di scimmiottare un Bene Sommo che è anche Somma Semplicità. Ciò che forse Giuda non riuscì ad accettare è che quel Gesù, con il quale tanto aveva condiviso, non fosse un semplice uomo, un suo pari. Non poteva forse convivere, nell’intimo, con la consapevolezza che mai avrebbe potuto dirsi “maestro” al suo stesso modo, ma sempre sarebbe stato discepolo, beneficiario della sua misericordia.

Oggigiorno, in un’epoca in cui l’intero Occidente, come Giuda, sembra intenzionato a rifiutare la divinità di Cristo e, così svilitoLo, ad usare i Suoi stessi insegnamenti contro la sua Chiesa, noi suoi fedeli dobbiamo prestare attenzione. Non tanto alle vuote trappole di queste persone, la cui errata prospettiva rende futile ogni loro artificio, quanto piuttosto ad indirizzare rettamente i nostri sforzi. Se infatti lo stesso Gesù accolse quel pesante silenzio, tanto più noi dobbiamo imparare a conviverci, a farne la nostra forza. Se vi riusciremo, saremo non passivi ed inerti, ma capaci di quell’ardimento che proviene dall’aver posto ogni nostra azione nella giusta prospettiva. Diverremo cioè consapevoli che il discepolo, quello vero, non agisce per salvarsi, ma per lasciarsi salvare.


1 Cf Mt 25, 47-56; Lc 22, 47-53; Gv 18, 2-11.

2 Cf Mc 14, 51 – 16, 8.

3 Al contrario, san Matteo narra il ripensamento del traditore; cf Mt 27, 3-5.

4 A titolo di esempio, cf Mc 8, 11-13 e 10, 2-12.

5 Cf Mc 11, 27-33.

6 Cf Vangelo secondo Marco. Introduzione, traduzione e commento (a cura di Giacomo Perego), Edizioni San Paolo, Torino 2011, p. 298.

7 Cf Mc 14, 48.

8 Cf Mc 14, 50-52.

9 Cf Mc 16, 14-20.

10 Cf Gv 15, 5.

11 Cf Sal 123, 2.

12 Cf Is 45, 19.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it