Condividi

Ah, il tampone! Ci risiamo…». È stato il mio primo pensiero quando nel nostro convento bolognese, per vari motivi, si è deciso che dovevamo sottoporci al famoso tampone del Covid-19. L’esclamazione può sembrare curiosa, lo so, ma dietro c’è un movente.

Il sottoscritto ha avuto la fortuna di essersi ammalato per ben due volte quest’anno, di cui la seconda è stata certamente per contagio da Covid-19. Difatti, durante la prima ondata della grande pandemia, mentre ero un novizio spensierato a Santa Maria delle Grazie a Milano, è capitato che la sera del 22 febbraio, prima del lockdown, mi sia trovato ad avere mal di testa, tosse e sintomi simil-influenzali e dunque simil-Covid.
I superiori temevano che fossi stato contagiato e in pratica ho dovuto trascorrere un bel po’ di giornate eremitiche nella mia modesta cameretta (detta “cella” nel linguaggio dei frati); aveva una inespressiva finestra a muro, cioè aggettante sulla palazzina di fronte, tanto che la poca luce solare rendeva l’atmosfera raccolta ma anche un po’ cupa. Sono state davvero un bel po’ di giornate. La Quaresima, non l’ho vista nemmeno col binocolo, mi sono perso tutti i suoi canti liturgici – che reputo i più belli dell’anno dopo quelli del Natale (sigh!) – e comunque, nonostante la mia insistenza, il mio medico di base mi aveva prescritto di rimanere in camera fino alla guarigione completa. Siccome i sintomi erano comunque lievi, mi sconsigliò di fare il tampone. Tempi strani… che avessi contratto il Covid19 o meno, andando in ambulatorio per effettuare l’esame, avrei rischiato sicuramente di contagiarmi. Ho accettato perciò con tranquillità la disposizione medica (eccetto qualche irrilevante momento di esasperazione successiva!).

Un confratello apprensivo

La febbre in quei giorni non passava mai… Un mio caro confratello novizio ha avuto l’ufficio di assistermi come infermiere per tutti i giorni della malattia (sant’uomo!). Era premuroso e alquanto zelante, però ha avuto (non so come) la graziosa idea di farmi misurare la temperatura ogni ora e mezza, ogni giorno, tutti i giorni, dalle 8.00 alle 22.00 circa; ha fatto perfino un grafico per monitorarne l’andamento e ad ogni eventuale irregolarità dovevo misurarla ogni 30 minuti. Ritengo che se avesse proseguito nella ricerca avrebbe potuto anche trovare il vaccino! È stato un piccolo esercizio di pazienza da offrire a Dio, forse più della reclusione stessa, anche se la bontà di questo confratello ha supplito abbondantemente alla noia del faticoso dovere. Una volta guarito, gli ho ricordato l’accaduto, ridendo, e lui cercava di giustificarsi dietro il pretesto del controllo prudente della salute, ma sotto sotto penso si fosse divertito (che sadico ahahah!).

Il Signore ha dato, il Signore ha tolto… o ha tolto l’uomo?

In tutto questo periodo, benché non avessi che una camera grande 14 m² circa, non mi è mancato nulla. I miei genitori e il maestro di noviziato mi hanno chiamato tutti i giorni con molto riguardo e i miei confratelli mi hanno assistito al meglio che potevano, ricordandomi ilarmente quanto avrei dovuto recuperare di lavoro e di fatica alla mia guarigione (che cari!). Un confratello – malato anch’egli di un’altra malattia – mi ha fatto compagnia tutti i giorni recitando con me i vespri tramite video-chiamata. È stato un grande conforto per me pregare insieme e ci siamo affezionati a vicenda. È un’anima cara a Dio.

Il Signore in tutto questo è stato molto misericordioso… Davvero, mi ha riempito di felicità in quei lunghi giorni, passati spesso a recitare il santo rosario col cardinal Angelo Comastri via YouTube, a guardare qualche film o documentario la sera, a sentire qualche amico che non chiamavo da tempo e soprattutto a praticare il mio sport preferito… salto sul letto e riposo! Specie quando al mattino non venivo svegliato dall’Ave Maria di Schubert o dal notiziario di Radio Maria di Padre Roberto, mio vicino di camera (il che, ahimè, era puntuale come la vecchiaia).

Adesso che ci penso, mi era dispiaciuto molto di non aver potuto ricevere la santa Comunione tutti i giorni come avrei voluto. Il famoso confratello infermiere di cui sopra (come direbbe un saggio frate: “Benedetto uomo!”) ha ritenuto prudente per il bene della comunità che ricevessi la santa Comunione solo la domenica, per minimizzare il contagio. Ma andava bene così…il Signore ha dato, il Signore ha tolto, come si suol dire! In fondo molti ammalati gravi nei reparti ospedalieri non hanno potuto vedere nessuno dei loro cari e tanto meno ricevere il Signore nell’Eucarestia, dunque non conveniva proprio che mi lamentassi con tutto quello che avevo, benché abbia un po’ esternato il mio disappunto col maestro di noviziato, nonostante la rassegnazione.

La “Quarantenesima”

Per il resto è stato un tempo di solitudine e di riflessione. Dio non apparecchia questi momenti di raccoglimento a caso: Egli vuole insegnarci qualcosa attraverso gli eventi della nostra vita e penso che in quella circostanza abbia voluto fermarmi per un po’ di tempo per parlarmi e purificare la mia anima, unendo la mia piccola quarantena di quarantanove giorni alla Sua grande Quaresima (io l’ho battezzata: una Quarantenesima!).

Non è stata la prima volta che il Signore ha voluto «condurmi nel deserto» (Os 2,16). Ho riscoperto il valore della cella da cui spesso ero tentato di allontanarmi, pensando che il Signore fosse meglio trovarLo in Chiesa, nei Suoi tabernacoli e invece… è presente in ogni anima in grazia e in chi lo cerca.

Credo che la condizione di solitudine provochi nell’uomo moderno un senso “umiliante” di verità. Ci si prova a coprire con la veste familiare di qualche attività che occupi il tempo o che faccia pesare meno l’isolamento (il che ci vuole, sia chiaro!) o perfino che stordisca, ma alla lunga la solitudine mette alle strette e spoglia in un clima di silenzio. Ma qui bisogna effettuare il trucco: il silenzio cristiano. È un silenzio rivelativo e rivelatorio, impregnato di preghiera e di meditazione, di ricerca del Dio della gloria, di abbandono fiducioso nel Signore della Misericordia. Con un po’ di buona volontà (se non si è ancora impazziti), l’assenza di frastuono umano e la fine dello smart working1 concede di fermarsi e scorgere luci ed ombre in fondo all’animo, di intus legere (cioè di leggersi dentro) i propri pensieri, di cum prendere (cioè di comprendere) i motivi delle proprie intenzioni, di vedere, nitido, il fondale di quel lago imperturbato chiamato coscienza. Quanti errori! Nessuna vita è esente dalla miseria del peccato, anche quella di un consacrato, fosse pure solo una fievole ombra. Eh sì… è difficile perseverare sempre nel bene e senza ritardi; per questo ritengo che lo sforzo di convertirsi costantemente sia una delle azioni più appropriate che possa fare l’uomo se davvero aspira all’unione perfetta con Dio nella carità. L’ammettere di avere sbagliato nel proprio ambito è tra le cose più mortificanti e più ostiche che ci siano; un medico poco attento che nuoce ai suoi pazienti, un insegnante impreparato che insegna errori, un cristiano o – peggio – un consacrato che perde lo spirito di Dio, che vive secondo il mondo, confondendo una sana umanità fertile con una mondanità sterile ed immatura. È vero: «Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,22-23) ma è pure vero che «“Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova.“Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerò dominare da nulla» (1Cor 6,12).

Senza un po’ di vera solitudine insieme a Lui, la bussola del nostro orientamento rischia di impazzire, di smagnetizzarsi: la solitudine permette di aprire la propria bussola e di risintonizzare le proprie scelte nella linea giusta; un’occasione di cui bisogna approfittare per interrogarsi seriamente circa l’autenticità dell’opzione fondamentale della propria vita: Dov’è il mio cuore?

E, se opportuno, ripuntare il proprio nord verso il Nord, che, per me – e, a dire il vero, penso per qualsiasi essere umano – è l’unico Punto fermo: Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivo. E Gesù apprezza e benedice la ricerca della verità, perché cercarla è cercarLo, secondo la promessa della Sapienza: «Io amo coloro che mi amano e quelli che mi cercano mi troveranno. Infatti, chi trova me trova la vita, e ottiene favore dal Signore» (Pr 8,17.35).


1 Il termine smart working è in italiano reso con l’espressione “lavoro agile”, che sostituisce la traduzione letterale dall’inglese in “lavoro intelligente”. In ambito anglosassone, indica una modalità d’impiego che sfrutti appieno tutte le possibilità offerte dalle nuove tecnologia, smarcandosi dai limiti imposti dalle consuete norme lavorative. In Italia, specie durante le diverse fasi della pandemia da Covid-19, lo smart working finisce per indicare la possibilità di svolgere il proprio lavoro senza rigidi limiti di orario e di luogo, quindi anche da casa. Per ulteriori informazioni, cf il seguente testo online, consultato il 29\12\2020. https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/Smart_working.html

Non perderti nessun articolo!

Per restare sempre aggiornato sui nostri articoli, iscriviti alla nostra newsletter (la cadenza è bisettimanale).

fr. Klaudio Kuteli
Nato a Orikum (Albania) nel 1993, presso l’antica città greca di Orikos, ha conseguito il diploma al liceo scientifico a Reggio Emilia, dove è cresciuto. Nel settembre del 2020 ha emesso la professione semplice nell’Ordine dei Frati predicatori.