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In questi giorni di profondo eppur mimetizzato “silenzio che avvolge tutte le cose” si può scorgere un’occasione, forse unica ed irripetibile, attraverso cui percepire l’eloquenza di un silenzio che interroga, che sconvolge, che apre alla scoperta.
L’intento di queste poche righe è offrire una chiave di lettura che tra le maglie di un vero tumulto riesca ad intravedere uno spiraglio da cui trapela, ancorché fioca, una luce che certamente aiuta a guardarsi dentro.

Le nostre costituzioni1 forniscono una chiave di lettura mitigata eppur ben chiara a proposito del silenzio. In particolare, accentuandone la dimensione salvaguardante e vivificante che esso offre, lo dipingono come l’alveo privilegiato in cui le osservanze regolari possono maturare e fruttificare. Dunque, una posizione affatto marginale. Inoltre, un’espressione antica – per nulla vetusta – recitava “Silentium pater praedicatorum est”, quasi ad indicare la sua indispensabile presenza perché la vita dei predicatori sia autentica e feconda. Vorrei però guardare oltre e tralasciare la superficiale e travisante concezione – ancorché diffusa – che vede nel silenzio la mera assenza di rumori, cioè un vuoto che intimorisce poiché apre all’ignoto. Adottando la prospettiva del mistico, l’esito cambia radicalmente. Qui il silenzio è comunione, è rifugio, è abitazione, è incontro, è stare, è conoscenza, è intimità, è cassa di risonanza, è Amore, è lode. Siamo condotti alla natura più profonda del silenzio: esso è voce, dialogo.

Una dimensione, quella sopra espressa, che rintracciamo appieno in Santa Caterina da Siena. Sin dalle prime pagine del Dialogo si scorge a chiare lettere tutta l’esperienza viva che Caterina fa dell’eloquenza del silenzio interiore. Vive il silenzio della cella interiore2; qui vi dimora, qui canta e loda Dio pur nei noti tumulti del tempo e fa di questo luogo l’unica “rupe” in cui innalzarsi in adorazione, nel segreto. Ciò apre la strada verso il fulcro di questa breve riflessione: Caterina vive una simbiotica inabitazione, quel rimanere in Lui e Lui in lei; come un silenzio abitato, un dialogo continuo e profondo che seppur inudibile trasfigura lentamente ed apre alla reciproca conoscenza.

In questo senso trovo che acquisti un significato ancor più pieno quel “parlare di Dio e con Dio” che viene detto di San Domenico. Tutti noi frati domenicani, figli di San Domenico, non penso possiamo, così come chi desidera condividere questo originale carisma, prescindere dal considerare il parlare come la massima declinazione del silenzio, che ne è condizione. Mi spiego. Nel Vangelo di Luca3 Gesù invita a «pregare sempre senza stancarsi mai». Ora, non si tratta certo di un invito alla verbosità, il che appare quanto mai distante dagli autentici cercatori di Dio4. È piuttosto quella disposizione di questi ultimi che ascoltando il grido silenzioso di ogni cosa, che “misticamente” parla di Dio – essendone pervasa5 –, rispondono con una lode costante e altrettanto silente. È un continuo atto di adorazione.

Dunque, il parlare di Domenico, il “pregare sempre” del Vangelo, non appaiono come un invito alla parola, ma della Parola, a cercarla in quella cella silenziosa che sempre c’è dentro di noi, nel nostro cuore6.
La percezione della dimensione silenziosa come una dimora abitata da Dio, fa di essa l’habitat dialogico7 ideale del cristiano.

Se nella realtà quotidiana l’ascolto è sempre correlato alla sonorità della parola e quando non c’è parola c’è vuoto, nella vita mistica è proprio nel silenzio che l’eloquenza della Parola è massima ed è nella sovrabbondanza della parola che non trova dimora la Parola; allora l’ascolto si fa tenue, arido, fino ad aver di nuovo bisogno del suono esteriore per poter ascoltare. È naturale che in chiave “spirituale” l’ascolto è quello del cuore che, in un certo senso, avoca a sé ogni facoltà sensitiva: nel caso di specie, l’udito.

Nel tentativo di circoscrivere questo “antro” profondissimo dell’anima, se ne percepisce tutta la sua sfuggevolezza, è un continuo sfiorare l’immanenza e la trascendenza di Dio. È un “luogo” così nascosto, “più intimo del mio intimo”, che presenta anche una funzione pedagogica, cioè lo scardinare ogni nostro tentativo di rappresentazione sensibile e intelligibile di Dio.
È in questo alveo allora che si inserisce la conoscenza mistica, ove si sperimenta la finitezza di ogni affermazione e negazione. Finanche ogni sibilo tace8. Risuona così quella Parola che i cieli odono dall’eternità, che costantemente si rivela e nasce in noi e ci attrae a sé con una forza ineffabile, lasciandoci liberi. In altri termini, è l’ascoltare col cuore la voce del Padre, nella brezza leggera del fondo dell’anima, che incessantemente proclama: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7); in questo “oggi” eterno, senza aurora né tramonto, possiamo pregustare sin d’ora la vita intima di Dio, venendo pian piano trasfigurati.

È il caso di menzionare di nuovo Santa Caterina da Siena. Nella Legenda Maior redatta dal suo confessore, il beato Raimondo da Capua, si trova uno straordinario passo ove penso si compendi il culmine della dimensione mistica del silenzio, inteso come cassa di risonanza della Parola e itinerario per una radicale conoscenza di sé, quindi di Dio (tema quanto mai caro all’intramontabile tradizione esicasta). Dunque, Dio parlando a Caterina dice: «Sai, figliola, chi sei tu e chi sono io? Se saprai queste due cose, sarai beata. Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono». Con il beato Raimondo possiamo esclamare: «Oh, breve dottrina e in corto qual modo infinita! Oh sapienza racchiusa in così poche sillabe!», in queste parole rintracciamo la divergenza cardinale tra l’essere autentici predicatori della Parola e semplici intellettuali delle parole. Cioè, come Caterina eccelsamente insegna, il fulcro risiede nel fare l’esperienza di una sempre più intima e radicale unione con Dio, ritenendosi un nulla davanti a Lui, e desiderare che di tale lode intima, continua e silenziosa nel cuore del Predicatore, possa parteciparne e gustarne anche il prossimo. Mi piace pensare che anche in questo modo si possa declinare quel continuo parlare “di Dio e con Dio” di San Domenico, quella verace “passione” per la salvezza delle anime che lo riempiva di zelo apostolico.

Il silenzio allora, in ultima analisi, è pura lode e rendimento di grazie; qui si trova Dio, si sente la Sua voce, si gusta la Sua dolcezza. In questa dimensione trovo che si possa inquadrare il silenzio dei frati Predicatori, la cui essenza contemplativa sovrabbonda naturalmente nella spinta apostolica, divenendone “anima” e animatrice.


1 Una copia del “Libro delle Costituzioni e delle Ordinazioni dei frati dell’Ordine dei predicatori” è facilmente reperibile sul sito ufficiale dell’Ordine. Il tema del silenzio lo si rinviene ai nn. 46-48 dell’art. 5 rubricato “L’osservanza regolare”.

2 Nel “Dialogo della divina provvidenza”, così come ne “Le lettere” e nella “Legenda Maior”, è quanto mai ricorrente il tema della cella interiore anche presentata come “cella del conoscimento di sé”. Un esempio si trova sin dalle prime righe del Dialogo, che ben evidenzia l’importanza della cella interiore quale “luogo segreto” di conoscenza di sé e di Dio: «Levandosi un’anima ricolma di grandissimo desiderio per l’onore di Dio e la salvezza delle anime, esercitatasi per uno spazio di tempo nella virtù, abituata e abitata nella cella del conoscimento di sé, per meglio conoscere la bontà di Dio in sé, perché al conoscimento segue l’amore, amando cerca di seguire e vestirsi della verità» (Dialogo, I). Il lettore interessato, accostandosi al Dialogo, potrà ritrovare decine di altre menzioni in tal senso.

3 Cfr. Lc 18,1.

4 Citando la Sacra Scrittura, tali sono coloro che rispondono dal profondo del cuore all’invito del salmo «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11), sono coloro “stanno in silenzio davanti a Dio” (cfr. Sal 37,7) e che, a modello del profeta Elia, “colui che sta davanti a Dio” (cfr. 1Re 17,1), sono in grado di percepire nella brezza leggera, silenziosa e soave tutta la potenza del Verbo.

5 Nessuna allusione panteistica… come noto, predicando l’Essere di Dio non si deve intendere l’essere comune bensì l’essere assoluto, di per sé sussistente. Da ciò ne deriva che si può dire di Dio che è tutto in tutti pur rimanendo a tutto sovrasostanziale.

6 Il termine “cuore”, poste le sue molteplici declinazioni semantiche, è qui da intendersi secondo l’accezione biblica. In questo senso è sede somma della vita interiore. Esso è dimora di Dio nell’uomo; dal cuore poi procede ogni operare dell’uomo. È anche il luogo in cui l’uomo ascolta la Parola di Dio ed è oggetto prediletto dell’azione plasmatrice della Grazia, che per partecipazione divinizza l’uomo. Da ciò si può ben derivare che nella tradizione spirituale il cuore è visto come la totalità dell’uomo.

7 A proposito del fondamento “dialogico” tra uomo e Dio della fede cristiana, numerosi spunti di riflessione si possono cogliere nelle pagine introduttive del noto testo “Introduzione alla vita spirituale” di Louis Bouyer.

8 Sul punto non credo si possa prescindere dall’inestimabile apporto fornito da Dionigi l’Areopagita. Ci si riferisce in particolare alla “Teologia mistica”: in essa si trova la colonna portante della tradizione mistica occidentale. Affrontando questa breve opera si potrà subito assaporare questa continua tensione tra immanenza e trascendenza di Dio fino a sfociare ad una mirabile conclusione: «Quanto più noi ci eleviamo verso l’alto, tanto più le parole si contraggono alla vista delle cose intelligibili. Così ora, penetrando nella caligine che sta sopra all’intelligenza, troveremo non la brevità delle parole, bensì la mancanza assoluta di parole e di pensieri […] Ora salendo dalle cose inferiori verso ciò che sta al di sopra di tutto, man mano che si innalza (il discorso), si abbrevia, e finita tutta l’ascesa si fa completamente muto e si unirà totalmente a colui che è inesprimibile». Con riguardo al tema dell’unione mistica, senza confusione, tra l’uomo e Dio, il lettore interessato potrà trovare elementi quanto mai interessanti ed edificanti in Meister Eckhart. Si veda in particolare il sermone su Sap 18,14-15 Dum medium silentium tenerent omnia.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, foto di John Paul Sonnen.

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fra Simone Garavaglia
Fra Simone Maria Garavaglia, nato a Cuggiono (MI), tra le campagne del parco naturale della valle del Ticino, nel luglio 1993. Ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza nel luglio 2018, durante l’anno di pre-noviziato. Ho emesso la professione semplice nell’Ordine dei frati Predicatori nel mese di febbraio 2020. Al momento studio filosofia allo Studio Filosofico Domenicano. Per contattare l’autore: fr.simone@osservatoredomenicano.it