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Un nome senza nome

Il 2 di aprile del 1945 un solerte ufficiale annota l’avvenuto decesso di Girotti Giuseppe sul registro di Dachau. Il corpo, data la mancanza di combustibile da destinare ai forni crematori, viene probabilmente sepolto in una fossa comune nella collina di Leitenberg, a circa due chilometri dal campo, assieme ad altre 484 anonime vittime. Scendendo dalla sicura freddezza dei dati d’archivio alle testimonianze vive dei superstiti, possiamo aggiungere che Girotti viene probabilmente ucciso con un’iniezione di benzina in seguito alla diagnosi di un cancro al fegato in stato avanzato; il tutto naturalmente ad opera del personale medico del campo. Ascoltando don Angelo Dalmasso, compagno di prigionia di Girotti e testimone dei fatti, veniamo anche a sapere che la data riportata sul registro è sbagliata: i compagni del povero Giuseppe ne denunciano la morte con un giorno di ritardo per ricevere il suo rancio. Possiamo quindi collocarne la morte il primo di aprile del 1945, il giorno di Pasqua1.

La storia che vi ho raccontato finora, nella sua drammaticità, non si distingue dall’immenso numero di vicende simili che macchiarono per sempre quegli anni, quei luoghi e quelle genti. Appare quasi l’ennesima beffa dei carnefici quella di essere riusciti a banalizzare una tragedia inserendola in una massa informe di dolore e di sofferenza, nella quale alzare una mano rompe un dovuto silenzio. Eppure la Chiesa Cattolica chiama beato fra Giuseppe Girotti, presbitero appartenente all’Ordine dei Frati Predicatori e, proponendone l’esempio e l’intercessione, chiede non di distogliere lo sguardo dalla totalità della tragedia, ma di focalizzarlo su di una vicenda umana e spirituale che permette di dare un senso a quella sofferenza.

Una vita fra tante

Giuseppe Girotti nasce ad Alba, in Piemonte, il 19 luglio del 1905 in una famiglia di modeste condizioni economiche; primo di tre fratelli, cresce nel vivace clima spirituale e pastorale dell’epoca e, il 30 settembre del 1922, veste l’abito dei Frati Predicatori. Superata con qualche inciampo disciplinare2 la lunga formazione, il 3 agosto del 1930 viene ordinato sacerdote nella chiesa di San Domenico a Chieri. A questo punto Girotti, portato per le lingue antiche e con uno spiccato interesse in ambito biblico, inizia a studiare esegesi, prima alla Pontificia Università San Tommaso, o Angelicum, poi all’École Biblique di Gerusalemme. Il 14 gennaio del 1935, terminati gli studi, viene assegnato al convento di Santa Maria delle Rose a Torino, dove insegna nello studium domenicano della Provincia San Pietro Martire. Qui, oltre all’attività didattica, si dedica anche alla stesura di due volumi di commento biblico, dedicati ai libri Sapienziali e ad Isaia. Di nuovo al centro di problemi disciplinari, acuiti da una certa volontà di riforma nei confronti dell’intera Provincia, Girotti perde la cattedra e viene trasferito, il 2 gennaio del 1939, al convento di San Domenico a Torino3, dove proseguì più in sordina le sue attività accademiche e caritative, oltre che ministeriali.

E giunse la chiamata

Con l’armistizio dell’8 settembre del 1943, e la conseguente invasione tedesca dell’Italia centro-settentrionale, la vita di Girotti cambia radicalmente. La neonata Repubblica Sociale Italiana applica, come noto, la “soluzione finale” tedesca agli ebrei ed agli avversari politici presenti sul suo territorio e il beato Giuseppe si trova di fronte all’opportunità di aiutare questi sventurati sia grazie al suo coraggio sia attraverso la conoscenza del territorio ed il supporto che le infrastrutture dell’Ordine fornivano. Questo allegro e ritirato professore esplode in uno stile di vita rischioso e totalmente aperto alla carità, che lo porta da un lato a dare sostegno materiale alle persone in difficoltà, dall’altro a fornire lui stesso riparo e vie di fuga ad alcuni4. Il tutto si conclude tragicamente il 29 agosto del 1944 quando la polizia fascista tende una trappola a Girotti e lo arresta presso un medico ebreo, il professor Giuseppe Diena, che stava nascondendo.

Non mi dilungherò a parlarvi del periodo che trascorse a Dachau, poiché, come detto, la mostruosità delle condizioni materiali e psichiche del campo non fu per il Nostro diversa da quella sperimentata da milioni di altri5. Diverso è invece il caso del suo stato spirituale, che gli valse sin da subito l’appellativo di “santo” da parte dei suoi compagni di prigionia6. Il beato Giuseppe visse il suo lungo martirio riparato in una carità che, promanata dalla vicinanza che riusciva comunque a trovare con Dio, si diffondeva presso i suoi compagni trasmettendo una serenità ed un’attenzione all’altro alieni da ogni forma di rassegnazione.

Forse proprio questo suo atteggiamento, capace di associare virtuosamente contemplazione e diffusione del bene, è la chiave di lettura che possiamo utilizzare per comprendere questa complessa figura. Invece di scorgere nel martirio del beato Giuseppe un fulmine baluginante in un’esistenza altrimenti comune, dobbiamo vedere l’offerta della sua vita come il frutto di un virtuoso investimento. Proprio come il suo omonimo, che raccolse i frutti dell’Egitto durante l’abbondanza per poterli ridistribuire in tempo di carestia7, Girotti accumulò il suo tesoro durante tutta una vita spesa con il cuore a fianco del Signore, pronto a cogliere ogni occasione di trasmettere i doni così ricevuti. Sotto questa prospettiva, la sua intera esistenza fu preparazione ad un atto di carità e di donazione sommo con il quale massimamente glorificò Dio ma che, come ogni gesto d’amore, non venne dal nulla bensì da un’intimità lungamente coltivata. Ciò che anche noi possiamo imparare dal beato Giuseppe è non il fondare la vita di fede su grandi gesti, ma il conformare la nostra esistenza ad un amore che ci renderà facile dire il nostro sì quando ci verrà richiesto.


1 Cfr. Massimo Negrelli, La carità segreta, ESD, Bologna 2014, pp. 134-136.

2 Ebbe alcune incomprensioni con confratelli e superiori sulle osservanze regolari, ossia sugli elementi di comportamento esteriore comandati dalla Regola e dalle Costituzioni dell’epoca attorno ai quali si costruiva la quotidianità conventuale. I testimoni riportano tuttavia che la sua non fosse ribellione o disprezzo, ma una semplice leggerezza di carattere. Per approfondire cfr. ivi, pp. 19-26.

3 Per tutta questa fase della vita del beato, cfr. ivi, pp. 15-67.

4 Troppi sarebbero i casi da riportare; rimando il lettore all’ottimo testo di padre Negrelli sopra citato, nel quale sono presenti testimonianze raccolte durante la stessa causa di beatificazione. Cfr. ivi, pp. 65-82.

5 Per questo cfr. ivi, pp. 88-141.

6 Un testimone riporta che, la mattina dopo la sua morte, sulla sua cuccetta qualcuno scrisse “Qui dormiva san Giuseppe Girotti”; cfr. ivi, p. 136.

7 Cfr. Gn 37-50.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it