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Accanto ai complessi scenari geo-politici che ci conducono nuovamente a prendere in considerazione l’irragionevolezza di taluni che si rivestono di effimera onnipotenza, noi, come cristiani, siamo invitati a considerare un tema che forse, troppo spesso, viene ritenuto distante. Mi riferisco al martirio.

Preciso subito che non intendo affatto sostenere una certa visione eccessivamente eroica e sentimentalista del cristianesimo per cui vince il primo che si lancia a capofitto, forse un po’ incoscientemente, in ogni battaglia. D’altro canto prendo le distanze anche da una certa forma insipida, camuffata e incurante di cristianesimo che preferisce tacere piuttosto che parlare secondo Verità, ossia evangelicamente, oppure rimanere indifferente in modo defilato.

Il cristiano ama la prima linea? Sì, ma non come vanaglorioso, o vanitoso, non con intenti – sebbene ben nascosti – di essere ammirati come il pubblicano, o come paladino altezzoso e detentore ermetico della verità, né come eroe, semplicemente come colui che desidera profondamente condividere la vita di Cristo. E come sappiamo, non si può fare a meno della croce. Amare la croce può significare anche arrivare fino al Calvario. Solo in questo senso, noi cristiani, dobbiamo aspirare alle prime linee, come lieti peccatori redenti, mendicanti di misericordia.

Precisato questo, non vorrei tanto “teoreticamente” parlarvi del martirio, vorrei piuttosto presentarvi alcuni figure di martiri domenicani che ricevettero la palma della vittoria in una città, Czortków (o Chortkiv), che oggi è situata nell’Ucraina occidentale. Jan Spyrłak, Franciszek Longawa, Stanisław Misiuta, Adam Znamirowski, Stanisław Bojakowski, sacerdoti domenicani, Martin Czerwonka e Karol Iwaniszczów, religiosi professi domenicani, e Józef Wincentowicz, terziario (laico) domenicano. Tutti costoro trovarono il martirio il 2 luglio 19411.

Il contesto storico-politico in cui si consumò questa vicenda di martirio fu l’invasione tedesca della Russia. Il 23 agosto 1939 venne sancito tra la Germania nazista e l’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) un patto di non belligeranza (detto patto Molotov-Ribbentrop). Ciò nonostante Hitler continuò a ritenere l’Unione Sovietica come uno dei più rilevanti nemici politicamente e territorialmente pertanto iniziò a pianificarne un’invasione (che prenderà il nome di operazione Barbarossa), già a partire dal dicembre 1940. Le operazioni ebbero ufficialmente inizio il 22 giugno 1941. I sovietici vennero presi alla sprovvista; così, per la prima parte, l’invasione tedesca, affiancata dagli alleati italiani, si sviluppò molto rapidamente secondo direttrici ben precise e con impressionante violenza. Nel settembre del 1941 le truppe italo-tedesche giunsero a Kiev e dopo non molto alle porte di Mosca. Possiamo fermarci qui: le successive e complesse vicende belliche che condussero ad un ribaltamento dello scenario con la sconfitta dei tedeschi, avvenuta tra i mesi di aprile e maggio 1945, nella battaglia di Berlino, non rilevano particolarmente, rispetto al tema in questione.

È in questo contesto di grande paura e fuga delle truppe russe, colte di sorpresa dall’invasione tedesca, che si colloca il martirio di Jan Spyrłak, Franciszek Longawa, Stanisław Misiuta, Adam Znamirowski, Stanisław Bojakowski, Martin Czerwonka, Karol Iwaniszczów e Józef Wincentowicz. Infatti non furono uccisi dalle truppe tedesche ma da quelle sovietiche in ritirata dall’avanzata tedesca. Venne dato ordine ai militari russi e ai membri dell’NGKV, il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, di uccidere tutti i cosiddetti nemici del popolo ovunque si trovassero. Venne avviato così un rastrellamento di massa che sfociò in una sorta di genocidio. Operazione distruttiva che coinvolse appieno anche la cittadina di Czortków che ancora per poco, dopo una breve appartenenza alla Polonia, fu sotto l’autorità dell’unione sovietica, prima di passare sotto il controllo tedesco. Solo nel villaggio di Czortków i prigionieri uccisi furono circa milletrecento. E proprio qui, in questa piccola cittadina, nel loro convento, i frati offrirono rifugio ad alcuni clandestini polacchi che proprio nel coro conventuale si riunivano per elaborare una tattica con cui liberare tutti i prigionieri del carcere locale. Rivolta che non si svolse, posto che i giovani polacchi vennero scoperti e uccisi e poco dopo fu la volta di tutti i prigionieri. Di lì a poco anche i frati del convento di Czortków sarebbero stati assassinati, eppure, nonostante gran parte del convento era occupata dai militari russi, essi continuarono incessantemente la loro vita religiosa, nel nascondimento e offendo aiuti alla popolazione stremata dalla dittatura sovietica. La situazione cambiò bruscamente con l’avanzare rapido delle truppe tedesche; in poco tempo ebbe inizio lo sterminio da parte dei militari russi e nel mirino vi fu anche il clero, considerato dal regime stalinista uno tra i principali sobillatori del popolo contro il regime. La notte del 2 luglio la polizia segreta fece irruzione nelle celle dei religiosi: tre di essi vennero trascinati in strada e condotti sulle rive del fiume Seret; qui furono legati e uccisi con un colpo alla nuca ad opera di un ebreo locale membro dell’NGKV, gli altri furono freddati mentre si trovavano nelle loro celle. Come segno di disprezzo, anche per nascondere le tracce del terribile crimine commesso, prima di dare alle fiamme tutto il convento venne profanato il Santissimo Sacramento sparso a terra e calpestato e vennero sfregiati alcuni dipinti raffiguranti la Beata Vergine Maria e distrutti oggetti di culto.

Di età diverse, amatissimi dalla popolazione ed impegnati con compiti diversi nella locale parrocchia e a servizio di quelle vicino, una volta uccisi non poterono neppure essere seppelliti nel cimitero locale, almeno sino all’arrivo dei tedeschi, per divieto imposto dalle autorità sovietiche. Ciò nonostante, era tale l’affetto che la popolazione locale provava per questi religiosi, i quali mai abbandonarono il convento e i fedeli sebbene vi fossero molte avvisaglie di una recrudescenza della persecuzione sovietica, che una volta che i cadaveri vennero deposti nei pressi del convento distrutto dalle fiamme, molti fedeli si recarono lì per intingere i loro fazzoletti nel sangue di questi martiri.

L’autorità ecclesiastica, riconosciuto che gli atti dei sovietici a Czortków furono compiuti in totale disprezzo e odio verso la fede cristiana, ha acconsentito l’apertura del processo di beatificazione per il martirio di questi otto fratelli domenicani. Il 18 novembre 2006, nella cattedrale dell’arcidiocesi di Lviv l’arcivescovo, Marian Jaworski, ha ufficialmente aperto la fase diocesana del processo di beatificazione.

Ebbene, proprio in queste ore, in quest’area geografica oggi appartenente al territorio ucraino, si sta verificando un ennesimo sfregio all’umanità. Questi martiri domenicani – le cui figure vi invito ad approfondire, soprattutto rispetto ai dati biografici di ciascun martire -, ci invitano a riflettere molto sulla radicalità della nostra fede.

Uno tra i tratti più belli e incisivi che si scorge nelle vite di questi martiri – che qui vi ho presentato come compagni martiri, senza soffermarmi particolarmente sulle singole figure – è certamente la fedeltà nella prova e se proprio vogliamo parlare di eroicità lo possiamo fare in riferimento alla semplicità persuasiva e coinvolgente della vita di questi religiosi, lietamente virtuosa. Vicini al popolo sofferente, capaci di piangere con chi piange, desiderosi di condividere le croci di ogni fedele aiutandolo a portarle, testimoni fedeli sino all’effusione del sangue.

Chissà, anche oggi, in questa nuova drammatica guerra, quanti cristiani ucraini sono chiamati a considerare la radicalità della sequela di Gesù, a fare i conti con la possibilità del martirio e ad essere chiamati a testimoniare sino alla fine la fedeltà alla croce di Cristo.

Magari proprio in questo momento nella chiesa di Czortków, ove sono presenti i corpi dei martiri domenicani, magari proprio nella cattedrale di Lviv dove è presente l’icona sfregiata della Madonna custodita al momento dell’irruzione nel convento domenicano, ci saranno alcuni che impetreranno la pace, altri che pregheranno per le anime delle vittime della violenza, altri che si offriranno come olocausti viventi per la pace, altri che pregheranno per i nemici, altri ancora che si interrogheranno sulla fragilità del nostro amore rispetto a quello del Padre che non ha esitato a donarci il suo unico Figlio per la nostra salvezza. E noi? Qual è la qualità del nostro amore? Amiamo veramente la croce? Siamo disposti ad accettare di testimoniare la verità della nostra fede sino in fondo? Fino a che punto siamo pronti a rinnegare noi stessi? Quella del martirio non è un’ipotesi peregrina, «il martire rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità, è la suprema testimonianza alla verità»2. Allora, le vicende di questi martiri, questo scenario mondiale in cui la persecuzione della Chiesa è sempre così presente, ci scuotano profondamente circa il nostro modo di amare noi stessi, il prossimo e il Signore nella speranza viva che, nonostante tutto, qualunque cosa accada, Cristo ha vinto, ha già vinto, il mondo3.

1 I seguenti cenni biografici sono stati reperiti non soltanto ma principalmente sul martirologio online elaborato dalla Chiesa locale di Varsavia. Il link è il seguente: http://swzygmunt.knc.pl/index.htm (consultato il 27-2-22).

2 Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2473.

3 Cf. Gv 16,33.

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Fra Simone Maria Garavaglia, nato a Cuggiono (MI), tra le campagne del parco naturale della valle del Ticino, nel luglio 1993. Ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza nel luglio 2018, durante l’anno di pre-noviziato. Ho emesso la professione semplice nell’Ordine dei frati Predicatori nel mese di febbraio 2020. Al momento studio filosofia allo Studio Filosofico Domenicano. Per contattare l’autore: fr.simone@osservatoredomenicano.it