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“Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.”
(Mc 14, 50-52)

Non dimenticherò mai quella sera nell’Orto degli Ulivi, anche perché, ironia della sorte, vi rimasi letteralmente imprigionato dentro e le foto scattate dai miei amici lo testimoniano ancora! È stato un errore, s’intenda, nulla di volontario ma mi piace ricordare questo aneddoto come una Grazia che custodirò sempre gelosamente. Ma ora provate a seguirmi e tenterò di spiegarvi com’è accaduto.

Quando varcai la soglia della cancellata e iniziai a passeggiare per il Giardino fiocamente illuminato dalle luci di Gerusalemme, fui assalito da un disagio tale che la preghiera si fece impossibile! In un angolo, un ulivo plurimillenario, l’unico testimone di quella notte. Mi ci accostai e mi sedetti, ma ancora niente, sarei voluto uscire e andar via! Così, ad un certo punto, decisi di tentare, giocandomi l’ultima chance, e mi prostrai, domandando la grazia della preghiera, l’intimità di spirito con quei fatti accaduti lì, su quella terra che il mio corpo ora lambiva interamente…

Ed eccoli arrivare: la Cena — quella Cena di cui i discepoli non avevano ancora certamente compreso l’intrinseca essenza — si era da poco conclusa dando il via ai grandi festeggiamenti della Pasqua appena iniziata. Tra loro, tra gli Undici, allegria e leggerezza; nessun sospetto o preoccupazione, nonostante la palese assenza di Giuda. Solo Gesù ha gli occhi velati dal turbamento e, prendendo la parola, quasi nell’ultimo tentativo di intersecare efficacemente i discepoli, dice: “tutti sarete scandalizzati”. Nessuno capisce cosa sia o chi sia questo scandalo; forse nessuno lo vuol capire. Provano ad abbozzare una risposta, gli dicono accavallando le voci che nulla li avrebbe potuti dividere da Lui.

Ma Gesù non risponde più. Il suo silenzio testimonia che ha compreso la loro sincerità nel dirgli che non lo abbandoneranno: l’affetto per lui è realmente grande, eppure non è ancora autentico, perché non sanno ancora radicalmente chi è. Tace, non per compassione o disperazione ma perché con le loro stesse forze dovranno intersecare quello sguardo che gli rivelerà la verità su sé stessi e su di Lui. Ma ora i loro occhi sono pesanti e le forze non sono ancora scaturite; sono del tutto incapaci di interagire con Lui. La soluzione? Decidono di dormire.

Ed ecco che la notte è turbata dall’inganno: Giuda guida le guardie e la folla armata al Getsemani, tende l’agguato al suo Maestro nel luogo che sapeva essergli più caro. Spade e bastoni, urla e violenza, i soldati mirano dritti a Gesù, lo afferrano. Il loro sonno si interrompe bruscamente: spauriti si alzano, si guardano attorno, trovano solo confusione! Qualcuno per istinto di sopravvivenza prova a difendersi.

Ma poi, alla parola di Gesù, ripiomba il silenzio e tutto si ferma: è Lui che domina tutto e solo per sua esplicita volontà potranno compiersi le Scritture.

Ripiomba tutto nel caos.

“Qui si mette male”, avranno pensato a questo punto quelli che erano con lui, a cui Marco rifiuta ogni appellativo rimandante alla sequela, ed insieme levano un unico grido: si salvi chi può.

La scena si svuota drammaticamente e Lui rimane solo: fuggono tutti.

Ogni volta che mi imbatto in questi versetti di San Marco vengo assalito da un brivido e perennemente da una domanda: che ne sarà di noi, così fragili ed incapaci di stare con il Signore?

Ma il Vangelo non smette mai di indicarci la via della salvezza e questa volta lo fa nel segno di un lenzuolo riscattato alla fuga. Il giovanotto che ricorda Marco doveva essere una sorta di eroe nella Comunità cristiana primitiva ed era divenuto tale in quanto lui solo tra tutti i presenti si era lasciato arrestare assieme a Gesù, per un attimo. Perché poi, riuscendo a scrollarsi di dosso l’unico indumento che lo copriva e a scivolare via dalle mani delle guardie scappa anche lui completamente nudo. Pur di liberarsi, in quel momento non ha provato la vergogna della nudità.

L’emblematicità di questa inserzione marciana non può lasciarci indifferenti mentre ci apprestiamo a celebrare i Misteri della nostra Fede. Forse proprio in questi giorni che ci separano da Pasqua dovremmo chiedere la nudità senza vergogna; forse dovremmo anche noi avere il coraggio di lanciare per aria quel lenzuolo che ci imbriglia e permettere a Cristo di guardarci nudi. E se anche riuscissimo a farlo solo per un attimo, in quello stesso attimo capiremo che è dalla nostra nudità posta davanti ai suoi occhi che germina la Resurrezione, il cui segno incontrastabile è un lenzuolo riscattato e ormai abbandonato alla terra. Ma questa è tutta un’altra storia.

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fr. Giuseppe Fracci
Sono nato in un piccolo paese della Provincia di Cagliari nel 1992 e i miei tratti fortemente mediterranei mi caratterizzano e annoverano nel numero del popolo sardo inconfondibilmente, anche se qualcuno ogni tanto mi scambia per sudamericano! Ho lasciato nel 2011 i bei lidi color smeraldo della mia terra, trasferendomi a Milano per studiare Lettere classiche all’Università Cattolica. Potreste portami in qualunque città del mondo ma in ogni caso, sappiate che vi direi ostinatamente: “Milàn l’è semper Milàn”. Tra i Navigli e Brera ho trovato la Vita ma non nei locali di Parco Sempione bensì all’ombra delle magnolie bianche del Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Lì, Qualcuno mi ha sussurrato ripetutamente: “va’, e annuncia ai miei fratelli che sono risorto!”. Alla fine ho ceduto e sono diventato bianco anche io… solo nell’abito, la carnagione è sempre la stessa.