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«Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità.
Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si
diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
(Mc 1, 27-28)

C’è una domanda che non poche volte interpella direttamente la fede; è una domanda radicale che spesso però nasce scomposta e attorciglia il cuore, anziché liberarlo. Quante volte ci è capitato di sentire qualcuno, anche molto prossimo a noi, dire: “perché tutta questa sofferenza? Perché tutto questo male?”. Ci si arrovella a trovare delle parole per rispondere, dimenticandosi che il Signore ci ha consegnato la domanda capace di annientare quanto la nostra umanità più teme e lo ha fatto ponendola sulle nostre labbra insieme alla sua stessa preghiera al Padre.

Il Vangelo che abbiamo ricevuto secondo la testimonianza dell’Evangelista Marco, non riporta la preghiera del “Padre nostro”. Eppure comprendiamo come la comunità cristiana primitiva si sia presto trovata davanti alla “grande domanda sul male”, perché fin dai primi versetti del racconto marciano, compare la ferma intenzione di mettere subito in chiaro le cose.

E così dopo aver seguito Gesù nell’incontro con i primi quattro Apostoli, siamo introdotti assieme a loro, dall’Evangelista, a Cafarnao.

Questo villaggio a nord-ovest del Lago di Galilea – di cui oggi non rimangono che i ruderi – era uno dei più vivaci centri commerciali della regione, nonché città di frontiera e snodo viario con presidio militare, in cui spesso Gesù decide di far capolinea tra le sue peregrinazioni missionarie.

C’è un particolare, però, che non possiamo permetterci di omettere: Cafarnao, il cui nome significa “Casa della consolazione”, si trovava a 200 metri sotto il livello del mare, in discesa. Gesù inizia dal basso la sua missione e questo aspetto non è per niente secondario: in Lui, Dio si apre una breccia tra le intricate pieghe delle vicende umane, laddove sembri aver esteso indiscusso e apparentemente indisturbato il suo dominio satana. Entra nella quotidianità ferita dell’uomo, raggiunge concretamente tutte le prostrazioni fisiche e spirituali e lo fa rivestendo silenziosamente la sua potenza della nostra fragile carne; facendosi incontro a noi per consegnarci l’intimità più profonda del Padre. Ci lascia l’insegnamento nuovo spogliandosi fino alla nudità della Croce per consegnare tutto se stesso, in totale abbandono.

Ma ecco: nella Sinagoga di Cafarnao, ci troviamo immediatamente davanti ad un’opposizione netta: “vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare” (Mc 1, 22). La presenza discreta di Gesù smaschera il male e scatena violentemente la reazione avversa dello spirito impuro – dietro cui si nasconde il potere di satana – che urla e grida per cercare di confondere la voce del Redentore e impedirgli di pronunciare la sua Parola potente.

Lo sappiamo bene, ci sono parole che fanno tremare: alcune per malvagità, altre per autorevolezza. Questi versetti del Vangelo, però, dimostrano che esistono parole e Parole. Ma non solo: ci sono parole e rumori e il male fa sempre e solo rumore. Il male è eclatante per sua natura e di questo possiamo accorgercene nelle infinite nostre lotte quotidiane, in tutte quelle situazioni che attivamente o passivamente ci trascinano nel vivo di questo scontro. In tutte quelle situazioni che ci portano a chiedere: “perché?”.

Eppure in questa battaglia a viso aperto con Gesù, a satana non rimangono altro che le grida, rumori vuoti; non gli resta che tremare davanti a Cristo che lo disperde con un’unica Parola piena: “taci, esci” (Mc 1, 25).

Ciascuno di noi sa bene quanto siano finte e vuote le parole degli attori al teatro o in tv; ma chi di noi metterebbe in dubbio le parole dei propri genitori? Di quegli stessi genitori che da bambini ci tiravano su, dopo i capitomboli, dicendoci “sta’ tranquillo, ci sono qui io?”. Non sono forse, quelle, parole piene per amore?

Gesù può ammutolire satana allo stesso modo perché lo ha affrontato nella carne e nel sangue della sua umanità divina, fino alla morte. Si è abbassato tanto profondamente verso di noi per amore, fino al punto di scuotere e distruggere dalle fondamenta il regno di satana. E così il suo Sacrificio ha fecondato il mondo per una vita nuova che ci è posta in mano.

Ci vuole coraggio, è vero, ma noi siamo certi che questa Vita divina del Risorto che possediamo ci abbia messo in pugno la vittoria sul male: basta solo imparare a vivere da figli della Resurrezione e saper chiedere con fede, come Lui stesso ci ha insegnato: ma liberaci dal male.

fr. Giuseppe Fracci
Sono nato in un piccolo paese della Provincia di Cagliari nel 1992 e i miei tratti fortemente mediterranei mi caratterizzano e annoverano nel numero del popolo sardo inconfondibilmente, anche se qualcuno ogni tanto mi scambia per sudamericano! Ho lasciato nel 2011 i bei lidi color smeraldo della mia terra, trasferendomi a Milano per studiare Lettere classiche all’Università Cattolica. Potreste portami in qualunque città del mondo ma in ogni caso, sappiate che vi direi ostinatamente: “Milàn l’è semper Milàn”. Tra i Navigli e Brera ho trovato la Vita ma non nei locali di Parco Sempione bensì all’ombra delle magnolie bianche del Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Lì, Qualcuno mi ha sussurrato ripetutamente: “va’, e annuncia ai miei fratelli che sono risorto!”. Alla fine ho ceduto e sono diventato bianco anche io… solo nell’abito, la carnagione è sempre la stessa.