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«Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».
(Lc 11,5-15)

Il consueto salone

Non so se vi è mai capitato di entrare in una vecchia casa, ampia, gradevole, soprattutto familiare, e rimanere per la prima volta quasi di stucco, oserei dire interdetti: dove la leggera tinteggiatura a fresco prosegue incurante e inesorabile sulla parete, vi accorgete di un piccolo foro. Una serratura. «Ma qui dietro c’è una porta?». D’improvviso la casa cambia volto e quello che conoscevate di essa diviene quasi una facciata, una prima impressione, perché vi è un lato nascosto, un’ala inesplorata.

Magari dentro questo mimetico ingresso vi è solo un piccolo bugigattolo, lo stanzino delle scope oppure al contrario l’attorcigliarsi di una lunga scala, semi fagocitata da una penombra che lascia spazio alla sola fantasia del suo nuovo ed affacciato visitatore.

Non so se vi è mai capitato, ma molte pagine del Vangelo sono così. Si pensi solo a questo brano: il suo nucleo pare lampante. In un colpo di luce intuiamo immediatamente che siamo noi quell’uomo che chiede aiuto ed è Dio quell’amico che, nonostante tutte le apparenti reticenze, ci dà quanto gli chiediamo, se insistiamo. Come fai ad esserne sicuro? Se l’uomo è capace di dare il bene, quanto più lo sarà Dio, che è Onnipotente Bontà. È il lineamento classico di un argomento a fortiori: ciò che è possibile al meno, deve esserlo al più. «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste» (Lc 11,13). Allora «Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato» (Lc 11,9).

La planimetria della stanza ovvero della prima impressione

Entrati nella familiarità di quella stanza, allora possiamo iniziare ad esaminarne le forme. Anzitutto abbiamo tre amici: (1) uno che giunge da un viaggio, (2) uno che lo accoglie, ma che non ha di che offrirgli e (3) uno a cui il secondo chiede aiuto. Ma qui inizia a scorgersi qualcosa di più insolito: chi è il primo amico? Non è cosa scontata: tutto il meccanismo di richieste è messo in moto da questo viaggiatore, possibile che non sappiamo nulla di lui?

Il primo tentativo, comune a tutti coloro che entrano in quella stanza, è l’innesco, più che legittimo, della consuetudine: proviamo a rileggere il brano alla luce di quello che sappiamo. Se il terzo amico sta in luogo di Dio (la sua reticenza serve da contraltare alla munificenza di Dio), e se il secondo amico sta al posto nostro, credo coerente ritenere che il primo sia il prossimo. Una prova positiva di ciò è dovuta al fatto che è l’ospite del secondo: ora, chi ospita e chi è ospitato, nell’atto dell’ospitalità sono uguali. L’ospite deve sentirsi come a casa sua non come in casa d’altri, per questo ospitato e ospitante sono detti in italiano con la medesima parola: ospite. Ora, se in quanto ospite è uguale al secondo amico che abbiamo detto essere il nostro rappresentate nella parabola, anche il primo deve essere come noi. Subito, ad una mens cristiana sovviene il comandamento: ama il prossimo tuo come te stesso (cfr. Mc 12,29), perché è un altro te stesso. Allora pare logico che l’ospite sia il prossimo del secondo amico, cioè il nostro prossimo.

Il significato che ne consegue sarà questo: anche il bene che l’uomo fa al prossimo è da Dio, dal quale trae quei tre pani che offre, né avremmo nulla da dare al prossimo, se non lo avessimo ricevuto dall’Altissimo. Chi dice, allora: questo non me lo ha dato Dio, ma me lo hanno ottenuto persone care, un parente o addirittura la mia fatica, non ha colto il punto, cioè che Dio non ci lascia passivi in ciò che ci dona.

È stato Dio ad averci ottenuto il bene attraverso quegli amici e non senza il prezioso contributo della nostra fatica. Ma se Dio non avesse agito, il nostro sforzo o quello di qualsiasi altro sarebbe stato vano: «Se il Signore non costruisce la casa / invano vi faticano i costruttori» (Sal 126,1). Questo insegnamento del Cristo è totalizzante: non vale solo per alcuni, ma anche il bene che i non credenti compiono è da Dio, infatti, anche attraverso di esso è comunque edificato il Regno. Così diremo con San Bernardo: «Ammettere al contrario, con vostro profitto e secondo verità, che è il Signore l’artefice di tutto questo»1, anche se non agì senza avvalersi dell’uomo.

Perché i tre pani? Non è un caso che siano detti tre: nella parabola è specificata la quantità; si prenda invece l’esempio finale: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra?» (Lc 11,11). Varia dunque il numero: passa da tre a uno, (non cambia poi che quest’unità sia specifica, cioè si intenda quantitativamente un pane, o sia generica, come chi chiede un pane, per chiedere semplicemente del pane). La variazione è sempre e in ogni caso indizio di significato, perché chi non ripete qualcosa in modo identico, la arricchisce secondo gli elementi che muta. Dunque, mi domando: perché il numero cambia? Secondo la direzione consueta si può leggere così: Gesù Cristo con argutezza letteraria ha già compiuto un’anticipazione, sta simbolicamente indicando ciò che vuole che si domandi.

Non è un caso che sia rappresentato dal pane, perché nel Vangelo di Luca, il pane può svolgere un ruolo rivelativo dell’identità, si pensi solo all’episodio di Emmaus, dove solo allo spezzare del pane Cristo viene riconosciuto (cfr. Lc 24). Ma i pani sono tre e questo numero non è uno qualunque: entra nel nome stesso della Trinità, è il numero identitario di Dio. L’identità di ciò che deve essere chiesto, dunque, è Dio. Del resto, nell’amicizia il vero dono è l’amico. Così Cristo dice alla fine: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Non che Dio si privi dello Spirito per darcelo, il tre ha anche un secondo significato: ci sono tanti pani quanti amici, di modo che tutti abbiano tutto ciò che gli serve nel solo Spirito. È il significato della comunione cristiana.

Allora come commentare l’avvento del primo misterioso amico? Si potrebbe dire così: esso è il motore della preghiera del secondo, quasi a dire che ciò che ci deve muovere a pregare è l’intercessione e la carità verso chi ci è vicino, perché «uno non deve accontentarsi di pregare per se stesso solamente»2. Ma è opportuno chiedere anzitutto il dono dello Spirito di cui è inconcepibile dono più grande. E questa è la prima lettura.

La serratura inattesa

Ma a ben guardare, è impossibile che il prossimo sia in assoluto il primo motore della preghiera di uomo, per una ragione molto semplice: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). Ecco che si spalanca la scala nascosta. Se, infatti, è vero questo e il primo amico è il motore della preghiera di tutta la parabola, allora il primo amico non è il prossimo e l’indizio dei tre pani che sono preparati per lui divengono parimenti il velato numero della sua identità: il misterioso viaggiatore è Dio. Chi è, dunque, il terzo amico che faticava a scendere, sorpreso dalla sollecitudine di un bisognoso nella notte (cfr. 1Ts 5,2; Mt 24,50; Mt 25,13)? Dico che siamo noi: l’uomo che fatica a scendere, l’uomo che tentenna ad aprire siamo noi.

Chi sarà, in fine, il secondo amico, quello che insiste? Per comprenderlo si deve notare un particolare: ai versetti 9 e 10 Gesù ripete due volte lo stesso concetto e lo moltiplica per tre incalzanti azioni che vanno dall’immagine più astratta alla più fisica e concreta: chiedete, cercate, bussate e vi sarà dato, troverete e vi sarà aperto. Ora, ripetere è insistere. Ecco una cosa straordinaria: la parabola è contenuta nel discorso di Gesù, ma il significato della parabola contiene il discorso di Gesù. E così Cristo sta facendo parabola di ciò che sta compiendo: pregarci di pregare. È Cristo, dunque, il secondo amico: una cosa sola col Padre, come due persone legate dall’ospitalità di una medesima casa; è Gesù Cristo che viene all’uomo, per primo lo chiama amico, tanto che l’Evangelista Giovanni riporta la frase: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). È Cristo che ci urge di condividere la nostra tavola con Lui: «Egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui» (CCC 2560) e «la nostra preghiera di domanda» diviene «paradossalmente una risposta» (CCC 2561). Non viene, però, a sottrarre il nostro pane, perché Dio è venuto a darci molto di più di quanto è venuto a domandarci, è venuto infatti a pregarci di non indugiare nel rivolgerci a Lui, di non esitare a chiederGli.

Ecco, dunque, è oggi per noi la notte di quell’amico della parabola. Sarò diretto: in questo bellissimo mondo all’uomo spetta una vita soltanto. Non sciupate l’insistenza di Cristo!


1 San Bernardo di Chiaravalle O. Cist., Commento al Salmo 90, VIII, 5, cur. p. R. Sorgia op, Paoline, Alba 1977, p. 122.

2 Dionigi il Certosino in Un itinerario di contemplazione. Antologia di autori certosini, Paoline, Roma 1985, p. 179.

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 25 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza). Per contattare l'autore: fr.pietro@osservatoredomenicano.it