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Siamo lieti di pubblicare il secondo articolo (il primo è stato Dopo la fine di fr. Lorenzo) di una serie sul tema della morte di Cristo, mistero di silenzio alla cui luce si scioglie ogni male. Infatti, «al principe di questo mondo rimase celata la verginità di Maria e il suo parto, similmente la morte del Signore, i tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio. […] Apparso Dio in forma umana per una novità di vita eterna si sciolse ogni magia, si ruppe ogni legame di malvagità. […] Aveva inizio ciò che era stato deciso da Dio. Di qui fu sconvolta ogni cosa per preparare l’abolizione della morte» (sant’Ignazio di Antiochia)1. E questa seconda pubblicazione cade in una curiosa coincidenza temporale, ossia nel tempo liturgico che segue l’Epifania. Con la sua meneghina ironia, infatti, il compianto card. Biffi così ha scritto a proposito dei Magi: «Distratti, scombinati, pronti sempre sul terreno pratico ad ogni balordaggine, scelgono per il re dei Giudei i regali meno opportuni[:] l’offerta della mirra – che serviva per il trattamento dei cadaveri – era di pessimo gusto per un neonato. […] E i Magi, con l’inconsapevolezza giuliva dei professori quando si avventurano nel mondo degli uomini, se ne ritornarono per un’altra strada, senza avere neppure il sospetto dei guai che avevano causato alla storia universale»2. Ma è proprio così?

 
 

Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: ‘Non gli sarà spezzato alcun osso’. E un altro passo della Scrittura dice ancora: ‘Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’
(Gv 19,31-37)

Gesù è morto, ha appena consegnato il suo spirito nelle mani del Padre. Tuttavia, i Giudei non sembrano affatto tranquilli dopo la morte di Gesù, anzi, quasi senza sosta, si affrettano a preparare la loro festa. Ci viene quasi immediato chiederci il motivo di tanta preoccupazione, anche dopo aver adempiuto alla legge e fatto condannare, a loro avviso, un “colpevole”?
Evidentemente anche il corpo esangue di Cristo li turbava e non concedeva loro pace3. Però, per capire meglio ciò bisogna chiedersi: cos’è per i Giudei la festa della Preparazione, la Parasceve? La Parasceve era considerata la “feria della festa”, poiché in quel giorno gli israeliti si cucinavano una doppia quantità di cibo. Questa copiosità di cibo era dovuta alla Pasqua che si celebrava il sabato: «Era infatti un giorno solenne quel sabato» (Gv 19,31). Potremmo anche chiederci, per capire meglio, cosa sia per noi la “feria della festa”, il giorno prima della festa? È forse anch’esso da considerarsi parte della festa?
Leopardi, in maniera splendida, descrive che importanza abbia per le persone il giorno prima della festa:

«Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno»4.

La festa della Parasceve, allora, non è pensabile come un semplice giorno come tanti altri, esso già pregusta la gioia della festa, esso è già, in un certo qual modo, festa. In quel giorno di gioia non poteva esserci altra sofferenza o altra tristezza e di certo quel corpo innocentemente martoriato e ucciso non poteva rimanere lì a testimonianza della loro crudeltà. Non bisogna di certo stupirsi di una cosa del genere: ogni colpevole tenta di nascondere il suo misfatto, perché la coscienza non lo continui a rimproverare. Allo stesso modo hanno agito i Giudei. I soldati romani, su insistenza dei Giudei, andarono da Cristo per vedere se era morto e, trovandolo già morto, per soddisfare i Giudei, lo trafissero con una lancia.

Così Gesù morì e venne trafitto lo stesso giorno in cui venivano immolati gli agnelli per la Pasqua. Cristo fu l’agnello immolato per la salvezza del mondo; fu l’innocente che morì per i colpevoli; fu il giusto che morì per gli ingiusti. Dal suo costato uscirono sangue ed acqua: quella doppia quantità di cibo che avrebbe finalmente sfamato il popolo d’Israele e tutto il mondo. L’acqua, infatti, è il simbolo della vita, della nascita di una vita nuova, di una nuova rigenerazione. Il battesimo, durante il quale i catecumeni si immergono nell’acqua, testimonia proprio questo: l’inizio di una speranza totalmente nuova e la certezza che l’animo dell’uomo, in fine, può essere dissetato una volta per tutte, bevendo alla nuova sorgente nata da Cristo; essa è il fiume che ristorerà quel deserto che è l’anima nostra. Il sangue, invece, testimonia il sacrificio reale di Cristo; la vita, che per un amore infinito e disinteressato ci ha donato; il sangue che egli «ha versato per molti, in remissione dei loro peccati» (Mt 26,28). Esso è segno dell’Eucaristia, perché ricorda all’uomo il dolore, l’agonia e la morte che ha sofferto Gesù per noi: «Nell’ultima Cena, “nella notte in cui veniva tradito” (1Cor 11,23), […] [volle] lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani» (CCC 1366).

Con l’estremo sacrificio, Cristo, è divenuto il primo martire della Chiesa, testimone del Padre; il suo sangue è divenuto fondamento della Chiesa e «seme dei cristiani»5.
Dopo aver donato tutto sé stesso «il secondo Adamo, reclinato il capo, si addormentò sulla croce, perché gli fosse creata una sposa da ciò che fluì dal suo costato mentre dormiva. O morte grazie alla quale i morti ritornano in Vita! / Che cosa è più puro di questo sangue? / Che cosa è più salutare di questa ferita?»6.


1 Lettera di sant’Ignazio di Antiochia agli Efesini, XIX.

2 G. Biffi, Il quinto evangelo, ESD, Bologna 2007, pp. 20-21.

3 I Giudei sembrano avere un’inquietudine particolare, superiore a quella giustificata dalla semplice norma che prevedeva in ogni caso che il corpo del condannato fosse rimosso prima del tramonto: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità» (Dt 21,22-23).

4 Giacomo Leopardi, Canti, Il Sabato del Villaggio.

5 Tertulliano, Difesa del cristianesimo, 50, trad. it. Attilio Carpin op, ESD, Bologna 2008, p. 399.

6 Sant’ Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Pensiero occidentale, Bompiani, pag. 1983.

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Fr. Paolo Zauli
Fra Paolo Maria Ignazio Zauli, nato a Bologna nel 1998, diplomatosi al liceo scientifico, ha emesso nel settembre del 2019 la professione semplice nell’Ordine dei Frati predicatori. Attualmente studia filosofia presso lo Studio Filosofico Domenicano.