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Santa Teresina di Lisieux è una figura eccezionale. Vogliamo chiedere a lei di istruirci riguardo l’ascolto, la lettura e la meditazione della Sacra Scrittura. Ma lei ci inviterà prima di tutto a guardarci intorno, a vedere come tutto ciò che Dio ha creato ci parla e ci rivela il modo di agire del Signore e il suo amore per noi: «Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri e i fiorucci da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere» (Storia di un’anima, 7).

Anche le parole che entrano nella nostra mente fin dall’infanzia, ci dicono qualcosa che è il Signore a volerci comunicare perché veniamo a lui: «È vero che, leggendo certi racconti cavallereschi, non sempre capivo, in un primo momento, il vero senso della vita, ma ben presto il Signore mi faceva sentire che la gloria vera è quella che durerà eterna» (SA, 98).

Ma per eccellenza è stata l’intima penetrazione delle parole della Scrittura fin dalla primissima infanzia, dovuta all’ottima educazione curata dal suo santo papà, a permettere a Teresina di interpretare cristianamente l’esistenza quotidiana. Ad esempio, era a Roma come pellegrina col suo babbo e sua sorella, e desiderava entrare nel Colosseo per baciare la terra bagnata dal sangue dei martiri. Ma, con sua sorpresa, l’accesso era vietato! «Mi pareva impossibile, non ascoltavo più le spiegazioni della guida, avevo un solo pensiero: calarmi nell’arena». E qui interviene la Parola di Dio a dare senso divino a un episodio apparentemente insignificante e infantile. «È detto nel Vangelo che Maddalena, rimanendo sempre vicina alla tomba, e abbassandosi più volte, finì per vedere due angeli. Come lei, pur avendo riconosciuto l’impossibilità di attuare i miei desideri, continuai ad abbassarmi verso le rovine tra le quali volevo discendere; finalmente, non vidi angeli, ma quello che cercavo, gettai un grido di gioia, e dissi a Céline: “Svelta, andiamo, ce la facciamo a passare!”» (SA, 168).

Il nutrimento della Parola di Dio non è per la piccola Teresa un’utile conoscenza della propria religione, ma un essenziale elisir per mezzo del quale la vita di Gesù si fonde con la nostra. Senza questo cibo, che deve penetrare in profondità nel nostro modo di pensare, la nostra vita si svolgerebbe lontano dal Signore, incapace di cogliere il suo appello a mettere lui al primo posto. In molti modi il Signore ci viene incontro fornendoci il nutrimento della sua Parola, perché la nostra anima non muoia. Può venirci incontro in modo mediato, come è stata per Teresina la lettura dell’Imitazione di Cristo, che ella sapeva a memoria: «In casa della zia si divertivano molto aprendolo a caso, e facendomi recitare il capitolo che si trovava davanti agli occhi» (SA, 138). Ma a questa, che Teresa chiama “pura farina”, il Signore voleva aggiungere un nutrimento più dolce e abbondante: quello della predicazione cristiana. E il vertice di essa, in cui Teresa rintraccerà il “nutrimento completo”, sarà il libretto del Vangelo: «[L’Imitazione] era l’unico libro che mi facesse del bene, perché non avevo ancora trovato i tesori nascosti nel Vangelo» (SA, 138).

«All’età di diciassette e diciotto anni non avevo altro nutrimento spirituale [che gli scritti dei maestri spirituali], ma più tardi tutti i libri mi lasciarono nell’aridità, e sono ancora in questa condizione». Le parole, per quanto belle, per quanto vere, per quanto teologicamente corrette, non possono sostituire il rapporto con l’ispirata catechesi degli evangelisti, che nel presente apre in noi la porta del lieto annuncio dell’amore e della vittoria di Cristo. «Se apro un libro scritto da un autore spirituale (anche il più bello, il più commovente), sento subito il mio cuore chiudersi, e leggo quasi senza capire, o, se capisco, il mio spirito si ferma senza poter meditare». Dio stesso ha bisogno di una leva per far breccia nel nostro cuore, per depositare in esso quanto di volta in volta vuole dirci, e con esso guidarci: «In questa impotenza, la Sacra Scrittura e l’Imitazione mi vengono in soccorso: in esse trovo nutrimento solido e puro. Ma soprattutto il Vangelo mi occupa durante la preghiera, in esso trovo tutto il necessario per la mia povera anima. Scopro sempre in esso luci nuove, significati nascosti e misteriosi» (SA, 236).

… Piacesse al Signore, fratelli, che sulla mia tomba fosse scritto: «Se gli togli il Vangelo, non esiste più» …

fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.