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Il Mistero del Regno

Terza Glossa a Lc 10,1-12.17-20

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Mosaic ceiling of the Battistero di San Giovanni
Battistero di San Giovanni, foto di Shane Lin

Lo avevo detto…

Lo avevo detto che mi sarei difficilmente trattenuto. Ma finché mi supporta il detto non vi è due senza tre, mi sento legittimato da un esercito di strabuzzanti vegliardi – uomini di proverbi a dire il vero – ad affondare un ultimo colpo nella pagina scritturistica di Lc 10,1-12.17-20 (sei mai ve ne possa essere uno definitivo). Ma è così con le Scritture, più si affonda la lama dell’intelligenza, più ringalluzziscono. C’è un qualche sortilegio nelle cose profonde.

Ora, nella misura in cui siamo discepoli (come abbiamo detto nei precedenti articoli: Il Regno dei cieli è… e La Nuova Creazione), noi siamo il Regno, il Regno è già il Paradiso e Questo è una Nuova Creazione. Il segnale di una così grande verità l’abbiamo trovato nel granello di senape d’un semplicissimo numero: il due.

Gesù parla ai suoi discepoliDunque, nell’essere inviati, noi siamo e riveliamo la Nuova Creazione di questo mondo. E questa nostra segreta seppur prodigiosa identità è cesellata in alcuni particolari, in modo del tutto speciale nell’uso ripetuto di questo numero due, giacché i settantadue sono inviati a coppie. Nella Genesi, infatti, avevamo trovato che tutto ciò che Dio crea è segnato da questo numero, numero minimo della molteplicità (cfr. Gn 1): Dio nel dare l’essere al mondo, duplica, ma non fa mai doppioni, coppie ma mai copie. È la struttura della complementarità: ciò che ha uno, non l’ha l’altro. In essa troviamo il carattere tipico del mondo, di un due nella pienezza, di una totalità pensata insieme, dove ogni cosa raggiunge la sua perfezione con qualcos’altro e mai da sola. In definitiva, tutto trova compimento solo con Dio e in Dio.

La solitudine e la Creazione

La solitudine, dunque, non ha luogo nella Creazione. Non è nel progetto dell’Altissimo: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18). È piuttosto vero il contrario, cioè che la solitudine, nel suo significato più deteriore, sia il paradigma del Fallimento (vero nome dell’Inferno): non è un caso che il simbolo terreno a cui le Scritture ricorrono per rappresentarlo sia il deserto. Luoghi ritenuti abitati dai demoni (cfr. Lv 16), venivano comunemente chiamati anche dai nostri antenati latini: solitudines.

Ecco, allora, la conseguenza di ciò: noi certo siamo già il Regno, ma è impossibile esserlo da soli. Chi volesse appartenervi, ma si adoperasse perché altri non vi entrassero o semplicemente non volesse interiormente che altri vi prendessero parte, ebbene costui si estrometterebbe da solo. L’unico modo per rimanere esclusi dal Regno, infatti, è escludersene. Vi è di più: questo implica che escludersi da uno sia escludersi da tutti, anche da quelli che non vorremmo escludere. Ma questo non sarebbe possibile se non nel caso in cui tutti fossero uno. Come è possibile?

La missione del Verbo

Veniamo, così, all’ultimo aspetto, ma per farlo vorrei tornare sui verbi di movimento che avevamo veduto qualche meditazione fa. I discepoli debbono andare verso una città, entrare-dire, rimanere o uscire e in entrambi i casi dire. Vi era un doppio esito: se vi accolgono rimanete, se vi rifiutano, uscite. A esiti opposti, azioni contrarie: è logico.

Curioso, però: entrare è grammaticalmente il contrario di uscire non di rimanere. Guarda caso, se uno legge il brano trova che l’accoglienza della città non precede l’ingresso dei discepoli nella medesima: per noi sarebbe istintivo che accogliere qualcuno in casa propria coincida con l’entrare in questa casa (vale lo stesso per la città, a meno che uno non si intrufoli, ma non è questo il caso). Non è così, però, nel Vangelo: il verbo entrare vale per entrambi gli esiti, mentre il verbo uscire si contrappone al verbo rimanere. Perché? Dio è l’autore primo e principale della Scrittura e, da che sono al mondo, tante cose Gli ho visto fare, nessuna a caso. Quindi, dopo aver domandato l’intercessione dell’Angelo che la Pietà Divina mi mise a presidio, mi si è acceso un lume: “Ma io questa dinamica l’ho già vista da qualche parte”.

Fu così che di scatto, girate vorticosamente le pagine della Rivelazione, arrivai al rosseggiante e imperioso numero «1» del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni. Scorsi i primi versetti trovai queste parole: «Veniva nel mondo / la luce vera, / quella che illumina ogni uomo. / Egli era nel mondo, / e il mondo fu fatto per mezzo di lui, / eppure il mondo non lo riconobbe. / Venne fra la sua gente, / ma i suoi non l’hanno accolto. / A quanti però l’hanno accolto, / ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,9-12).

Neanche qui entrare è opposto ad uscire. Dio viene nel secolo, il secolo non lo accoglie. Guarda caso, anche qui l’ingresso precede l’accoglienza. L’esito quale sarà? Che Dio, in quanto divenuto uomo, viene trucidato su una croce. Ma morire, non è come uscire da questo mondo1? Il Figlio, dunque, quasi mandato dal Padre, viene, entra nella storia e i casi sono due: il rifiuto che lo porterà alla morte (uscire) o quello in cui chi lo accoglie diviene figlio di Dio («ha dato potere di diventare figli di Dio»).

Si tenga conto che ogni rifiuto è una morte del Cristo, tanto che l’autore della Lettera agli Ebrei dirà: «Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro […] se sono caduti […] per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia» (Eb 6,4-6).

Bene, abbiamo risolto l’uscire col morire, ma perché vi sia una corrispondenza stringente fra i moti dei discepoli in Luca e quelli del Verbo in Giovanni mancano due cose: il dire e il rimanere. Tuttavia, si tenga conto di questo: quando udiamo le parole di qualcuno, non stiamo forse udendo il suo dire? Perché la parola udita è sempre anche una parola detta: parola e dire si co-implicano. Ma cosa significa Verbo se non parola? Il fatto, dunque, che la missione nel mondo sia del Verbo risolve tutto: Egli è dire in ciò che è, è il Dire Stesso, quindi, che compie queste azioni.

Ma come spieghi il rimanere? Ora, non dice Luca: «Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui» (Lc 10,6a-b)? Quando il Cristo dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27), il grande Cirillo di Alessandria commenta: «Non c’è davvero bisogno di un lungo discorso per dimostrare che la pace di Cristo è il suo Spirito». Perché? «Se egli infatti è la pace in cielo e in terra […] essendo egli stesso, e non un altro, la vera e propria pace, giustamente, il suo Spirito sarà detto e ritenuto pace, come lo è egli»2. Lo Spirito e il Verbo, infatti, sono pace per ciò che hanno in comune, cioè la Natura Divina3. Allora essere figli della Pace è essere figli di Dio: il rimanere dei discepoli in una dimora combacia col rimanere del Verbo nei cuori di quella casa.

Il Grande Mistero

Ma se i moti dei discepoli e la loro quiete, il loro fermarsi coincidono con quelli del Verbo, la missione dei discepoli non è una missione diversa da quella del Verbo: sono la stessa identica missione. Ma la missione del Figlio, il Suo venire nel mondo, non è forse l’Incarnazione? Allora la missione dei discepoli è il proseguo di quella stessa Incarnazione. Ecco, dunque, il Regno: l’Incarnazione di Dio partecipata agli uomini, proseguita in noi. Non è un caso che San Gregorio di Nissa scrivesse: «La sovranità» di Cristo «è indicata dal nome “regno”»4. Ora, se «nel nome di Cristo si possono pensare tutti i concetti più alti»5 e «nel concetto di regno si vedono tutti gli altri concetti»6, il nome Regno è uno dei nomi più esatti del Verbo Incarnato.

Questo Mistero noi lo chiamiamo Chiesa, il modo con cui tutti sono uno in Cristo.


1 Faccio solo un esempio letterario di questo uso: «Mentre disposta di morir Corina / Cosi dicea, fa tanto il suo dolore, / Che senza altro più dir se ne moria. / Oh! felice desio d’alma divina; / Che pur uscì di questo mondo fuore […]», Giuseppe Betussi, Il Raverta, in Trattati d’amore del Cinquecento, cur. G. Zonta, Laterza, Bari 1912, p. 93.

2 San Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, X, I, cur. L. Leone, Città Nuova, Roma 1994, vol. 3, p. 164.

3 Ibidem.

4 San Gregorio di Nissa, La professione cristiana in Id., Fine, professione e perfezione del cristiano, cur. S. Lilla, Roma 1979, p. 68-69.

5 Ibidem.

6 Ibidem.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, foto del Battistero di San Giovanni di Shane Lin.

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 25 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza). Per contattare l'autore: fr.pietro@osservatoredomenicano.it