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Siamo nel duemila; anche se l’abbiamo detto talmente tante volte che ormai questa frase è maggiorenne. Nuovo millennio, nuovi problemi, oltre che nuove sfide. Sì, ma gli uni e le altre, proprio perché “nuovi”, sono in gran parte sconosciuti. E se ad essere sconosciuto è un nuovo paradigma, una nuova realtà, questo significa che non vediamo che cosa ci circonda. Come è difficile fare una mappa di ciò che è veramente importante per l’oggi e per il domani, eppure è assolutamente necessario. Forse è questa la causa di tanto smarrimento nei giorni nostri: più in questi ultimi anni che nei primi del millennio. Che tipo di visuale avere? Che cosa mettere in primo piano? Quali sono le missioni urgenti, e quali quelle a lungo termine, da tenere sempre sullo sfondo dei nostri sforzi quotidiani? A che cosa ci chiama il Signore in questo concreto mondo, sapendo che non possiamo limitarci a ripetere quanto hanno fatto i nostri padri nelle generazioni precedenti?

Questo articolo non è la risposta a tutte queste domande. Tuttavia, potremo avere un po’ più di chiarezza e fare un po’ di ordine nei nostri pensieri – anzi forse verranno alla luce cose che non avevamo considerato – grazie alla Parola di Dio. Il Libro della Sapienza è forse il testo più sistematico della Bibbia dal punto di vista teorico-concettuale. Ma ciò che a noi interessa non è di adottare passivamente lo schema letterario di un libro sapienziale di più di duemila anni fa come paradigma per la vita contemporanea, ma di cogliere quelle costanti di chiarezza e di completezza che il punto di vista di Dio è in grado di conferire alla nostra caotica attività cerebrale e sensoriale quotidiana. Faremo questo con un preciso atteggiamento: sappiamo infatti che il frutto di questa esperienza dipenderà direttamente da quanto leggeremo il testo come Parola di Dio, e non come una lettura per arricchire la nostra cultura o per curiosità.

«Dal Signore vi fu dato il potere e l’autorità dall’Altissimo; egli esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi: pur essendo ministri del suo regno, non avete governato rettamente né avete osservato la legge né vi siete comportati secondo il volere di Dio. Terribile e veloce egli piomberà su di voi, poiché il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto. Gli ultimi infatti meritano misericordia, ma i potenti saranno vagliati con rigore. Il Signore dell’universo non guarderà in faccia a nessuno, non avrà riguardi per la grandezza»
(Sap 6,3-7)

Possiamo osservare il libro nel suo complesso, e notare come esso sia – come ci mostrano anche le suddivisioni redazionali – strutturato in tre parti, in tre sezioni. Ci viene in mente che anche un altro grande classico della letteratura cristiana, la Divina Commedia – anch’esso dotato di una spiccata tensione alla completezza, alla totalità di una visione dell’uomo, della realtà –, è diviso in tre parti. Nel dividere l’opera in tre parti – Inferno, Purgatorio e Paradiso – Dante aveva un modello letterario nel secolo precedente al suo, il Libro delle Tre Scritture di Bonvesin de la Riva. In questo testo, la prima parte è intitolata Scriptura nigra, ossia scrittura, libro nero, e si concentra, più che sulla pena della dannazione in sé, sulle sue cause più profonde, ossia la radicale insufficienza, limitatezza, corruzione, la nuda corporeità dell’essere umano. L’uomo, da solo, non può giungere al suo fine: è questa la drammatica constatazione del predicatore-scrittore. Dal momento che anche la prima parte del Libro biblico della Sapienza1 tocca questi argomenti, mostrandoci come l’uomo che non considera l’orizzonte teologico, l’“empio”, tenda naturalmente a orientare la propria vita su valori e obiettivi terreni, possiamo ipotizzare una certa sovrapposizione fra lo schema di Bonvesin/Dante e lo schema dell’autore ispirato.

«La nostra vita passerà come traccia di nuvola, si dissolverà come nebbia messa in fuga dai raggi del sole e abbattuta dal suo calore. Passaggio di un’ombra è infatti la nostra esistenza e non c’è ritorno quando viene la nostra fine, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Saziamoci di vino pregiato e di profumi, non ci sfugga alcun fiore di primavera, coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano»
(Sap 2,4-8)

In questa prima parte possiamo collocare tutti quei pensieri e quelle dimensioni del reale in cui si evidenzia una oggettiva terrestrità e finitudine di una parte del nostro essere. Salute, bellezza, luce, beni, ricchezza, sono valori indubbiamente positivi, ma privi di quell’assolutezza che li renda veramente vittoriosi sui loro opposti: malattia, bruttezza, oscurità, miseria, mancanza. Intendiamoci: è una dimensione non priva di gusto e di soddisfazioni. Ad esempio, si colloca qui quel senso di solidarietà dell’amicizia, per il quale ci sentiamo partecipi delle gioie e delle sventure della vita. Questa “immersione” nella alternanza di occasioni propizie e di avversità è ciò che ci spinge a “chiedere una mano”, ed è anche ciò che ci spinge a darla, perché la voce del nostro simile ci tocca e ci smuove, interpellando le corde della nostra esperienza personale più profonda.

«Glorioso è il frutto delle opere buone e la radice della saggezza non conosce imperfezioni. […] Meglio essere senza figli e possedere la virtù […]: essa è riconosciuta da Dio e dagli uomini. Presente, è imitata; assente, viene rimpianta»
(Sap 3,15; 4,1-2)

Se è vera la corrispondenza tra lo schema di Bonvesin de la Riva e quello del Libro della Sapienza, nella seconda sezione del libro dovremmo trovare un richiamo all’amore, più precisamente all’amore di Dio, perché la seconda cantica del poema duecentesco è dedicata esplicitamente alla drammatizzazione dell’evento della Passione di Gesù, mistero d’amore che supera ogni limite e fonte di redenzione. Possiamo leggere in quest’ottica anche il significato teologico del purgatorio, collocato da Dante proprio in corrispondenza della Scriptura rubra (scrittura rossa), comprendendo che il purgatorio è prima di tutto il fuoco che è Cristo stesso2, è il suo amore che ci purifica e ci rende degni, nonostante le nostre indegnità, della salvezza soprannaturale. Effettivamente l’autore della Sapienza introduce questa seconda sezione3 con un richiamo alle dimensioni della Sapienza, oltre che come rimedio alla situazione di limitatezza che abbiamo enunciato sopra, come compagnia totalizzante, come relazione d’amore offerto e ricevuto, un possesso incommensurabile e intramontabile capace di dare senso alla vita e di far traboccare il calice del desiderio4.

«La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. […] Suo principio più autentico è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore. […] Essa è infatti un tesoro inesauribile per gli uomini; chi lo possiede ottiene l’amicizia con Dio»
(Sap 6,12-13.17; 7,14)

Effettivamente, come dirà più avanti, nella terza sezione, la Sapienza ha delle qualità che la rendono veramente vittoriosa sulla limitatezza della nostra vita. Il suo venirci incontro, il suo entrare nella nostra esistenza – e qui possiamo vedere un’impronta del mistero dell’Incarnazione – è capace veramente di riempire di vino nuovo le idrie asciutte della nostra insufficienza. La Sapienza, infatti, sceglie i suoi e se ne prende cura, e inoltre attraversa i secoli, racchiude in sé ogni bene possibile, e per questo dà la felicità, permettendo all’uomo di risalire alla bellezza incomparabile e incorruttibile del Creatore5. Inoltre, insegna all’uomo che deve anch’egli essere “ripetitore” di questo amore verso coloro che aspettano una goccia di immensità: «Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose […]. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini» (Sap 12,13.19).

Quante volte, da cristiani, ci siamo accorti che solo l’amore, l’amore di Dio, l’amore cristiano, è in grado di “andare oltre” e di far andare oltre le cose della vita. Di autenticare un affetto, di eternizzare un’emozione, un attaccamento, di dare serietà a una passione, a un progetto, di dare un vero valore ai nostri giorni. Quante volte abbiamo visto che solo l’Amore salva, solo l’Amore è in grado di rendere non solo la morte, ma anche quelle morti quotidiane, anzi continue, che sono il limite, l’incertezza, il dramma della sofferenza, il non-senso, diverse, tollerabili, fruttuose, addirittura preziose. È l’Amore a tingere il nero dell’incomprensibilità di un sovrabbondante rosso di dilezione, di offerta, di sacrificio, di eroismo, di dono di sé.

Non è una parte dell’esistenza che si possa dire sostituisca del tutto quello spazio di nero che avevamo evocato all’inizio. Tuttavia, la sua presenza ci rassicura, facendoci capire che tutto deve passare attraverso questo fuoco per giungere a una dimensione nuova, di pienezza, di stabilità e di luce. Si tratta della terza sezione del Libro della Sapienza, come del Libro delle Tre Scritture, che si concentra, evidentemente, sulla contemplazione di Dio. La Scriptura aurea contenuta nell’ultima parte del libro biblico6 ci fa vedere, nello srotolarsi della storia dell’umanità, l’evidenza che dove passa Dio, dove passa la sua Sapienza, il limite si muta in varco, l’inutilità viene sostituita dal raggiungimento della meta, la circolarità inconcludente viene trasfigurata in vitalità perenne. Di Dio l’autore sacro ci fa vedere il pregio primario e la capacità di giovare7, la guizzante agilità e maestria8, la sua comunicatività9, la sua fedeltà10, e infine la sua centralità e originarietà11, da cui discende la necessità e necessarietà12 della comunione con lui. L’insegnamento del maestro biblico è che dobbiamo far nostra la vera sapienza, cioè quella di Dio, che contiene ogni autentica saggezza umana e al cui confronto le conoscenze comunemente lodate rivelano la loro illusorietà.

Non abbiamo letto il libro per intero, anche se l’invito è quello di farlo personalmente. Tuttavia, siamo riusciti a dare un orizzonte sicuro, io penso, alle vicende che ci avviluppano di giorno in giorno, ai grandi pensieri come a quelli più fugaci. Sappiamo, ora, che l’amore di Padre di Dio non ci lascerà privi di ciò a cui sinceramente aneliamo, ma che, anzi, ci darà molto di più, ci darà la sua stessa vita, ci darà lo Spirito Santo. Allora si realizzerà dentro di noi quanto un altro autore sapienziale profetizzava, forse senza immaginare la radicale realtà del suo avveramento: che, cioè, «la sapienza si è costruita la sua casa» (Prov 9,1).


1 Sap 1-6.

2 Cfr. Enciclica “Spe salvi” di Benedetto XVI, nn. 45-48.

3 Sap 7-9.

4 Cfr. Sap 6,12-21; 7,7-14.

5 Cfr. Sap 10-13.

6 Sap 10-19.

7 Cfr. Sap 16,20.

8 Cfr. Sap 16,21.

9 Cfr. Sap 16,22.

10 Cfr. Sap 16,23.

11 Cfr. Sap 16,24-26.

12 Cfr. Sap 16,26.28.

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016. Baccelliere in filosofia, prosegue il suo studio della teologia. Per contattare l'autore: fr.stefano@osservatoredomenicano.it