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Dio parla oggi con la sposa del suo Figlio diletto, perché, nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega, le Sacre Scritture non “mantengono un maestoso silenzio” come i libri dei sapienti di questo mondo1, ma, al contrario, sono ininterrottamente operanti2. Lo Spirito Santo è in Lei, che si mantiene “perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (cfr. At 2,42).

Quello che è stato consegnato alla Chiesa, infatti, non è un’idea, un messaggio, ma una realtà. È, possiamo dire, la Chiesa stessa donata a sé stessa, il mistero della sua vita trinitaria. La Chiesa, sposa vergine e fedele, per conservare questo tesoro delicatissimo e prezioso che porta in sé3, mossa dallo Spirito Santo ha deciso una volta per tutte di consegnare allo scritto l’esperienza fondamentale di dialogo con Dio come ella la vive, cioè: meditando l’Antico Testamento alla luce del suo compimento; riconducendo la propria esperienza viva all’esplosione escatologica vissuta dalla Chiesa apostolica.

Questa considerazione, che cioè la Sacra Scrittura non è un libro del passato, ma del presente, ha delle conseguenze pratiche. Innanzitutto, ci obbliga a prendere sul serio i presenti del Vangelo. Molte volte nel Vangelo si alternano ai verbi al passato alcuni predicati coniugati al presente. Certo, diranno i grecisti, questo è possibile interpretarlo come un “presente storico”, un modo di esprimersi adatto allo stile narrativo. Chiaramente non vogliamo negare la storicità di quanto accaduto una volta per tutte nella pienezza dei tempi. Tuttavia, io penso che gli evangelisti non fossero privi di un certo senso dell’umorismo, sapendo bene che quanto essi raccontavano era ciò che costituiva l’anima e la vita della Chiesa di tutti i tempi.

Numerosi esempi di questo tipo di esegesi, che non ha paura di leggere il Vangelo come un testo vivo, animato dallo Spirito, attraverso cui siamo rivelati a noi stessi, li troviamo in un documento di san Giovanni Paolo II4. Lì il Papa dei misteri della luce si sofferma a lungo in una lectio del brano della Trasfigurazione, traendone molte “luci” (!) sulla natura della vita cristiana. Ne riportiamo alcuni passaggi.

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce [Mt 17,1-2]. […] Da questa luce sono raggiunti tutti i suoi figli, tutti ugualmente chiamati a seguire Cristo riponendo in Lui il senso ultimo della propria vita, fino a poter dire con l’Apostolo: “Per me il vivere è Cristo!” (Fil 1,21)». E nel fatto che una nube luminosa avvolge i discepoli egli vede che «la persona che dalla potenza dello Spirito Santo è condotta progressivamente alla piena configurazione a Cristo, riflette in sé un raggio della luce inaccessibile e nel suo peregrinare terreno cammina fino alla Fonte inesauribile della luce»5.

«Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano il Signore insieme a Mosè ed Elia, con i quali – secondo l’evangelista Luca – Gesù parla “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31). […] Le persone che hanno dedicato la loro vita a Cristo non possono non vivere nel desiderio di incontrarLo per essere finalmente e per sempre con Lui. Di qui l’ardente attesa, di qui il desiderio di “immergersi nel Focolare d’amore che brucia in esse e che altri non è che lo Spirito Santo”, attesa e desiderio sostenuti dai doni che il Signore liberamente concede a coloro che aspirano alle cose di lassù (cfr. Col 3,1)»6.

«“All’udire ciò [la voce del Padre, ndr], i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore” (Mt 17,6). Nell’episodio della Trasfigurazione i sinottici, pur con diverse sfumature, mettono in evidenza il senso di timore che prende i discepoli. Il fascino del volto trasfigurato di Cristo non impedisce che essi si sentano sgomenti di fronte alla Maestà divina che li sovrasta. […] Tutti i figli della Chiesa, chiamati dal Padre ad “ascoltare” Cristo, non possono non avvertire una profonda esigenza di conversione e di santità. […] “Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: ‘Alzatevi e non temete’” (Mt 17,7). Come i tre apostoli nell’episodio della Trasfigurazione, le persone consacrate sanno per esperienza che non sempre la loro vita è illuminata da quel fervore sensibile che fa esclamare: “È bello per noi stare qui” (Mt 17,4). È però sempre una vita “toccata” dalla mano di Cristo, raggiunta dalla sua voce, sorretta dalla sua grazia. “Alzatevi e non temete”»7.


1 Platone, Mito di Theuth…

2 Dei Verbum, 8.

3 Cfr. Preghiera eucaristica ambrosiana, il mistero cantato dalle schiere celesti

4 Es. ap. Vita consecrata, nn. 14-40.

5 Vita consecrata, nn. 15.19.

6 Vita consecrata, nn. 23.26.

7 Vita consecrata, nn. 35.40.

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016, frequentato il triennio filosofico ed iniziato gli studi di Teologia. Per contattare l'autore: fr.stefano@osservatoredomenicano.it