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“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio si avvicina: convertitevi e credete nel Vangelo»”. (Mc 1, 14-15)

La Galilea! Come un Aprile del Vangelo, come una culla di inizi sempre nuovi e autentici: da qui parte l’annuncio della Buona Novella che il Risorto sempre qui, dopo la Pasqua, affiderà definitivamente ai discepoli perché sia annunciata su tutta la terra! E come biasimare la sensibilità degli occhi umani del divino Redentore, del nostro Dio, l’amante della bellezza per antonomasia! Non avrebbe potuto scegliere ambientazione migliore il Verbo incarnato, per iniziare a comunicarsi agli uomini. Chi ha veduto, infatti, quel tratto di paesaggio, tanto bello soprattutto in primavera, può comprendere ancor più facilmente l’economia di Dio nel suo agire verso l’uomo.

Gesù dà avvio alla sua predicazione lungo le rive luminose del lago di Genezaret, camminando tra i prati macchiati di colori accesi e percorrendo le dolci colline, spesso animate dal tenue ondeggiare dei campi di grano. Nella cornice di un panorama come questo, si delinea, però, anche un altro tipo di terreno: per la generosità del suolo e delle acque, al tempo di Gesù, questa regione della Palestina era, infatti, una delle più popolate.

Non governanti, non Scribi, né tantomeno Dottori della Legge, impegnati ad imbalsamare il loro cuore a Gerusalemme, dal lato geograficamente opposto ma uomini semplici, agricoltori e pescatori, nella loro maggioranza molto poveri.  Qui il Vangelo può trovare davvero una dimora ideale: delle finestre spalancate che permettano alla vita di Dio di intrecciarsi intimamente con quella degli uomini, in altri termini: di oltrepassare le barriere onnipresenti degli egoismi e di avvicinarsi.

Non saremo mai capaci di comprendere l’invito alla conversione se non accetteremo il mistero dell’avvicinarsi di Cristo, del suo rendersi prossimo alla nostra esistenza: “Il tempo è propizio – dice Gesù – e poiché Io mi avvicino a voi, vi è data la possibilità di ripensarvi nell’intimo, non da soli ma assieme a me”. Ripensare intimamente noi stessi assieme a Cristo: ecco la conversione che è molto di più di un semplice mutamento dei sentimenti e trascende tutte le nostre iniziative penitenziali che si riducono a ben poca roba, se praticate unicamente nel tentativo di riparare a delle ingiustizie.

La vera ingiustizia è non accettare che Gesù Cristo possa accostarsi alle nostre infermità fisiche e spirituali, che possa essere presente nei nostri fallimenti morali, in quelle situazioni ambigue che spesso ci fanno vergognare di noi stessi. Ed è qui che si fa chiara la pretesa di Dio: estendere la sua Signoria, il suo Regno appunto, anche laddove gli spazi d’ombra sembrano occupare ampiamente il cuore.

È qui che si fa chiaro che questo Vangelo proclamato da Gesù di Nazareth non ci esclude mai e in alcun modo, se anche noi siamo però disposti a fare altrettanto. Ognuno ritrova sé stesso nella reciproca accoglienza: trasgressori della legge, pubblicani, meretrici e San Marco nei capitoli seguenti, con somma maestria, ce lo chiarirà, narrandoci di incontri che possano incoraggiarci ad aprirci al Signore senza temere o vergognarci che Egli possa raggiungerci là dove siamo, magari fermi, bloccati o imbalsamati nei nostri deserti freddi e carichi di desolazione. Accettare la vicinanza di Cristo è il primo passo per cambiare prospettiva; accettare che la sua mano ferita dalla Passione e glorificata nella Resurrezione si posi amorevolmente sulle nostre ferite, significa accogliere il Regno di Dio per iniziare a ripensarci assieme a Lui, nella bellezza di una novità autentica. Sarà così, allora, che anche il nostro cuore diverrà come una Galilea perenne, lussureggiante e sempre verde, luogo privilegiato dell’incontro col Risorto, culla continua di inizi sempre nuovi: basterà solo tenere le finestre spalancate.

fr. Giuseppe Fracci
Sono nato in un piccolo paese della Provincia di Cagliari nel 1992 e i miei tratti fortemente mediterranei mi caratterizzano e annoverano nel numero del popolo sardo inconfondibilmente, anche se qualcuno ogni tanto mi scambia per sudamericano! Ho lasciato nel 2011 i bei lidi color smeraldo della mia terra, trasferendomi a Milano per studiare Lettere classiche all’Università Cattolica. Potreste portami in qualunque città del mondo ma in ogni caso, sappiate che vi direi ostinatamente: “Milàn l’è semper Milàn”. Tra i Navigli e Brera ho trovato la Vita ma non nei locali di Parco Sempione bensì all’ombra delle magnolie bianche del Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Lì, Qualcuno mi ha sussurrato ripetutamente: “va’, e annuncia ai miei fratelli che sono risorto!”. Alla fine ho ceduto e sono diventato bianco anche io… solo nell’abito, la carnagione è sempre la stessa.