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«Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi, senza di noi siete già diventati re»1. “Già” è indicativo di una maturazione precoce, inconsueta. San Paolo identifica nel “già” l’ingenuità dei Corinzi che gonfi di sé, riluttanti nel sentirsi “neonati in Cristo”, si ergono a ciò che non sono. “Già” è rivelativo di un errato protagonismo, di colui che è solito perdersi in vani ragionamenti con uno sguardo sempre autoreferenziale. “Già” pare che abbia in sé la radice dell’illusione, verso sé stessi e verso il prossimo. Infine, “già” degrada la natura sublime dei termini che lo seguono, manifestando così la prospettiva mondana con cui i Corinzi guardavano alla sazietà, alla ricchezza e alla gloria. Si badi bene, tali ultimi elementi se letti in chiave evangelica sono manifestativi di una tensione che anima tutta la vita cristiana, conferendo un’essenziale dinamicità. In chiave mondana invece, leggendo attentamente il versetto, si scorge che i Corinzi intendevano la sazietà, la ricchezza e la gloria come pienamente attuabili in questa vita. Ciò è emblematico, fornisce una chiave di lettura equilibrata.

I Corinzi a cui intende rivolgersi Paolo con questo passo dimostrano di vivere in una miopia che li rende incapaci di scorgere la limitatezza della vita presente. Dunque, lo scorrere dei giorni diviene perdita di terreno, non prossimità al cielo. La meta in tal modo è traslata, il tempo trascorso diviene polvere, quello avvenire si copre d’ombra2; in questo lento fluire, pervasi di uno spirito di torpore, con occhi velati e orecchi occlusi3, come pecore senza pastore4, i Corinzi “camminano” lenti e come inebriati verso la tomba5. Il movente è soltanto la gloria, magari fosse quella eterna (parafrasando san Paolo, nel prosieguo del versetto), il che si sostanzia in un’illusione di vivere. Sì, poiché dietro le maschere del ben agire, è sovente celato un falso sviluppo, che si percepisce tale, eppure è ristagno e stallo. Ma la vita cristiana ha in sé la potenza di Dio che rifulge e anima in proporzione all’abbandono di sé in Dio. Non si travisi; non siamo chiamati a svanire in Dio (ciò non è cristiano), ma a lasciarci irradiare dalla Grazia che fa germinare in noi un’umanità in espansione, sempre più prossima a Cristo; è un itinerario di scoperta e crescita personale.

È chiaro che non v’è spazio per la mediocrità – senza cadere nel perfezionismo, che sarebbe un peccare in superbia –; non possiamo lasciare che la nostra sciocca ambizione induca a tradire le grandezze che Dio stesso ha promesso ai suoi piccoli6. I piccoli non sono grandi corridori, ma compiono ogni piccolo passo gustando la presenza di Dio nella propria pochezza e animati dalla prospettiva dell’eternità si lasciano condurre in un deserto “graduale”, sempre più radicalmente. Qui i vani ornamenti, le ricchezze, la gloria umana divengono fardelli insopportabili, finanche le parole divengono accessorie, inutili locuzioni, ecco allora che Dio parla al cuore, giovane e rinnovato7.
L’invito di Paolo è alla vigilanza, perché la stoltezza ai crocicchi delle strade non ci dissuada lungo il cammino8; chi si lascia illudere «non si accorge che là ci sono le ombre e i suoi invitati scendono nel profondo del regno dei morti»9. Non ci è preclusa la sazietà, la ricchezza, l’essere coeredi del Regno10, solo che non sono quelle offerte dal mondo.

Chiediamo la Grazia di una sete vera di Dio, «non una fame di pane, non una sete di acqua, ma di sentire la parola del Signore»11; chiediamo la Grazia di vederci sempre più alla luce di Cristo come poveri peccatori, affinché ogni passo, nello spirito delle Beatitudini12, sia un uscire dall’ombra delle nostre vane illusioni; che «cresca lungo il cammino il nostro vigore»13 e che Cristo sia nostro unico pastore14, sia lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino15. Rivolgiamoci a Lui dicendo: “L’anima mia ha sete di te, o Dio, che io trovi rifugio in eterno all’ombra delle tue ali, sii tu torre salda, rupe inaccessibile, dinanzi all’avversario”16. Sia questo il nostro motto; lasciamo tutto, tutto ciò che impedisce di guadagnare Cristo17. Non vi sia nessun “già” preclusivo e anzitempo per noi, ma solo ciò che Lui vuole.


1 1Cor 4,8.

2 Cfr. Sal 23,4.

3 Cfr. Is 29,10; Rm 11,4.

4 Cfr. Mc 6,34; Ez 34.

5 Cfr. Sal 49,12.

6 Cfr. Mt 18,4.

7 Cfr. Os 2,16 ss.

8 Cfr. Pr 9,13-18.

9 Pr 9,18.

10 Cfr. Rm 8,17.

11 Am 8,11.

12 Cfr. Mt 5,3.

13 Cfr. Sal 83,8.

14 Cfr. Sal 23,1.

15 Cfr. Sal 118,105.

16 Cfr. Sal 42,1; Sal 61,4-5.

17 Cfr. Fil 3,8.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, “Elia nutrito da un corvo” di Giovanni Gerolamo Savoldo.

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fra Simone Garavaglia
Fra Simone Maria Garavaglia, nato a Cuggiono (MI), tra le campagne del parco naturale della valle del Ticino, nel luglio 1993. Ho conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza nel luglio 2018, durante l’anno di pre-noviziato. Ho emesso la professione semplice nell’Ordine dei frati Predicatori nel mese di febbraio 2020. Al momento studio filosofia allo Studio Filosofico Domenicano. Per contattare l’autore: fr.simone@osservatoredomenicano.it