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«Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei comandanti, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri» (Ap 19,18b).

Inutile negarlo. In noi alberga un profondo, delizioso desiderio di vendetta. Se il nostro avversario diventasse bistecca, godremmo nel vederla rosolare nel burro. Chiudere la bocca alla menzogna, passare nel distruggi-documenti le membra malvagie del divisore, tutto questo è un inconfessabile passatempo che ci riserviamo per i giorni successivi alla nostra definitiva vittoria. C’è però anche una piacevole tortura che possiamo praticare nella nostra quotidianità di uomini immersi nel tempo. È un’arma ben conosciuta ai santi di tutti i tempi: l’ironia. Vi è infatti anche un mondo delle idee, in cui la verità ha già vinto sul falso, in cui il bene è meglio del peggio, per quanto quest’ultimo faccia moine. In quel mondo, stuzzicare la non-esistenza del nulla è un sempre esilarante spettacolo.

Per un buon romanzo di questo tipo, si richiedono tre cose: un nemico buffo e goffo, chiaramente perdente; un’atmosfera di paura per accrescere l’adrenalina; lo sberleffo sfacciato, offensivo e sicuro di sé. Daniele, il grande saggio delle Scritture ebraico-cristiane, è capace di scriverlo. E, per maggior soddisfazione, mette sé stesso come protagonista e, diciamolo subito, eroe. Non è solo un romanzo: è un gioco di ruolo. Il personaggio fa i suoi primi passi nello scenario voluto di buio. I sacerdoti di Bel e la loro mafia famigliare si aggirano «di notte» (Dn 14,15) per praticare quei quotidiani traffici che li tengono in vita. Quanto abbiamo fatto stanotte? «Dodici sacchi di fior di farina, quaranta pecore e sei barili di vino» (Dn 14,3). Ma già da subito, nella nostra mente, ci prendiamo gioco di loro, constatando la loro intrinseca stupidità: perché il male è sempre stupido. Una statua, messa in un tempio, è un vero dio? Dobbiamo credere che è vivo e potente perché ogni notte mangia bestiame come un reggimento? Ma questo per l’intellighenzia del male è un sillogismo perfetto: «Non credi tu ‒ aggiunse il re ‒ che Bel sia un dio vivo? Non vedi quanto beve e mangia ogni giorno?» (Dn 14,6).

Sfogati, anima cristiana, sfogati ora. Dillo pure che è stupido un popolo che in massa crede a queste boiate. Non temere di essere razzista: questa razza è proprio lobotomizzata. Non è mai venuto in mente a nessuno che è strano che i sacerdoti di Bel e le loro famiglie vivano di aria, mentre dentro il tempio, col favore delle tenebre, una statua ricoperta di doni votivi si scofàni delle pietanze da cristiano? Certamente avranno inventato anche che i settanta piatti e i settanta bicchieri sulla credenza del tempio sono usati dal dio per giocare a dòmino nei tempi morti! «I sacerdoti di Bel erano settanta, senza contare le mogli e i figli» (Dn 14,9). Che popolo scemo, un popolo che adora una statua e si sottomette a un «serpente» (Dn 14,23). Un popolo strisciante. Talmente scemo che la piccola criminalità religiosa che li controlla non ha nessun timore di essere smascherata: «Essi però non erano preoccupati, perché avevano praticato un passaggio segreto sotto la tavola, per il quale passavano abitualmente e consumavano tutto» (Dn 14,12).

L’ironia rende liberi: anzi, fa capire che lo siamo già. Abbiamo la vittoria in pugno, e per questo sorridiamo. Anzi, il nostro sorriso è la spada più tagliente e più temuta per il nostro avversario. Per questo Daniele sorrise. E facendolo, pregustiamo la disfatta dell’ingegnoso inganno che presumeva di renderci schiavi per tutta la vita, per sempre. Noi, però, siamo liberi. E se ci siamo fatti schiavi, il Dio barzellettiere centomila volte più di noi, ci salva con la sua inesauribile sagacia. Tutto l’universo, del resto, ha preso origine da una voglia matta di prolungare il piacere di quella sera primordiale in cui «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno capita» (cfr. Gv 1,5).

«“Tu sei grande, Bel, e nessun inganno è in te!”. Daniele sorrise e, trattenendo il re perché non entrasse, disse: “Guarda il pavimento ed esamina di chi sono quelle orme”. Il re disse: “Vedo orme di uomini, di donne e di ragazzi!”» (Dn 14,18-20p)

E non poteva finire diversamente: «consegnò Bel in potere di Daniele, che lo distrusse insieme con il tempio» (Dn 14,22). Sì, non distrusse solo la statua, ma un falso dio: che goduria. Sì, ma «non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). È questa infatti l’origine di quella leggerezza, di quella fiducia che ci fa considerare microbi i mali e ci permette di sorridere. «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20), ma ancora più grande di quei parassiti ombrosi che un cuore nemmeno ce l’hanno. Tagliamoli in due con l’arma a doppio taglio dell’ironia. «The devil… the proud spirit cannot endure to be mocked», ha detto san Tommaso Moro: il diavolo, quello spirito orgoglioso, non può sopportare di essere sbeffeggiato.

Alla fine, vedremo che era solo un pallone gonfiato (cfr. Dn 14,25-27).

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.