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Nel primo articolo ci siamo lasciati guidare dalla santa francese verso l’ascolto quotidiano della parola di Gesù. Ora le chiediamo di insegnarci anche il metodo, l’approccio che ci permetta di corrispondere all’amore con cui Egli ci viene incontro. Sappiamo bene che l’esegesi moderna rischia molto spesso di specializzarsi a tal punto da perdere di vista l’obiettivo e la natura stessa, soprannaturale, di ciò che le sta davanti. Ora, dato che “i misteri del regno sono stati rivelati ai piccoli” (cfr. Mt 11,25), confidiamo di trovare in lei una grande maestra non solo di preghiera ma anche di esegesi.

Senz’altro ci direbbe di essere stata molto fortunata, perché il trasformante ascolto del Vangelo è cominciato per lei fin dalla culla. Poco più che una bimba, sapeva già capire in profondità le affermazioni contenute nel vangelo, come quando, badando a dei bambini più piccoli di lei, notò la verità delle parole di Gesù sullo scandalo dato ai piccoli: «Vedendo da vicino quelle anime innocenti, ho capito quale sventura sia di non formarle bene fin dal loro risveglio, allorché somigliano a una cera molle sulla quale si può imprimere la virtù, ma anche il male» (Storia di un’anima, 148). Del resto, quando ricevette il Signore per la seconda volta, dopo la prima Comunione, era già in grado di dire con tutta sé stessa: «Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me (cfr. Gal 2,20)» (SA, 112). Ma l’ascolto non basta, bisogna essere fiduciosi e credenti. Il vangelo di ogni giorno era per lei l’orizzonte a cui abbandonarsi con fede. Di un altro giorno memorabile della sua infanzia, ad esempio, suor Teresa dirà: «Ero piena di fiducia: il Vangelo di quel giorno portava le parole splendide: “Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre mio di darti il suo regno”» (SA, 172).

Ora, per avere una fede così, per essere davvero “abbandonati alla Sua voce”, come dice il canto “Come Maria“, è necessario avere una buona conoscenza del carattere soprannaturale del dono delle sante e divine Scritture. Abbiamo già detto come santa Teresa sentisse in profondità l’eminenza della Sacra Scrittura, e in modo del tutto particolare del Vangelo, per fecondare l’anima. Ma per Teresina il Vangelo era qualcosa di più che uno strumento di crescita spirituale. Per lei il Vangelo si identificava con il bene. Quando elogia l’abbandono e la fiducia illimitata della vergine e martire santa Cecilia, la sua “santa prediletta”, dice che il suo canto verginale aveva questa ragione: «Il santo Vangelo riposava sul suo cuore», che equivale per lei a dire che «nel suo cuore c’era lo Sposo delle vergini» (SA, 169). Seguendo questo modello di umiltà innamorata, leggendo quotidianamente il Vangelo, Teresa contempla con ostinata perseveranza il mistero di Gesù: «Io mi considero come un uccellino debole, coperto di un po’ di piuma lieve; non sono un’aquila, ho dell’aquila soltanto gli occhi e il cuore, perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’amore» (SA, 260). E quando scopre l’umana tendenza alla distrazione verso le preoccupazioni della vita, fa del ritorno a quella luce anche la sua medicina: «Invece di andare a nascondersi in un angolino per piangere la sua miseria […], l’uccellino si volge verso il Sole amato, presenta ai raggi benefici le alucce bagnate» (SA, 261). Al centro di quel sole ella contempla un’aquila che la rapisce e la nutre: Gesù-Verbo, Gesù-Parola. Non c’è da aspettarsi di ricevere tutto in questa vita. In qualche modo la lettura del vangelo è un fissare lo sguardo sull’invisibile. Ma è un sacrificio che punta sull’unica cosa importante: fissare quel sole dev’essere, dell’uccellino, “l’occupazione unica” (cfr. SA, 261). «Un giorno, oso sperarlo, Aquila adorata, verrai in cerca del tuo uccellino, e risalendo con lui al focolare dell’Amore, lo immergerai per l’eternità nell’abisso ardente di quell’Amore al quale egli si è offerto come vittima» (SA, 264). Vittima come Gesù, vittima perché il mondo conosca il Padre, vittima per l’unità: Teresa fa sue le parole stesse della preghiera sacerdotale di Gesù al Padre (Gv 17,15-21), per i missionari che le sono affidati e per i popoli a cui sono mandati (cfr. SA, 337).

Teresa ha accolto le parole del Vangelo come verità universale e al tempo stesso profondamente adatta alla sua personalissima esistenza. Di lei e dei veri esegeti come lei, la stessa Parola di Dio fa bene a vantarsi e a dire: «rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi che credete» (1Tess 2,13).

Leggi qui la terza parte dell’articolo.

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fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.