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Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti , ma i peccatori».
(Mc 2,14-17)

La gradualità del cammino

L’episodio della chiamata di Levi, reso famoso anche da pregevolissime rappresentazioni artistiche1, costituisce, nel brano qui considerato, una vera e propria chiave di lettura dell’evento della conversione.

Quando consideriamo questo fenomeno, tendiamo a scorgere solamente due punti del percorso: quello d’inizio e quello d’arrivo. Prendendo come esempio san Paolo, solitamente consideriamo esclusivamente da un lato Saulo, il crudele e solerte persecutore dei cristiani, dall’altro Paolo, l’apostolo delle genti. Una simile prospettiva, pur se non sbagliata, contiene in sé il pericolo di pensare che la conversione sia un cambiamento totale e repentino, privo di quelle fasi intermedie che sempre accompagnano ogni mutamento così sostanziale. Inoltre, quand’anche si considerassero questi momenti di passaggio, una prospettiva come quella sopra esposta può portare a pensarli come caratterizzati da un intimo e solitario ripensamento, una sorta di riorganizzazione interiore svolta in solitudine. Inutile dire che considerazioni simili, essendo percepite come innaturali dall’essere umano stesso, portano a ritenere la conversione come qualcosa di tanto bello quanto estraneo dalla vita ordinaria.

Per questo il Signore, in questo brano, ci viene in aiuto descrivendoci il processo in ogni sua fase. Per semplificare, possiamo ridurre i momenti a tre: la chiamata di Levi dal posto di lavoro, la mensa consumata con lo stesso Levi assieme ai discepoli ed ai peccatori e la sequela attiva di Gesù. La prima cosa che notiamo è che le due fasi di cui sopra sono qui rappresentate dal primo e dal terzo momento: il mutamento cioè parte da una chiamata e si conclude con uno stile di vita opposto a quello precedente.

Un medico a tavola

Levi2 viene raggiunto mentre lavora ossia, essendo un funzionario delle imposte, durante il pieno svolgimento dell’attività peccaminosa che l’aveva allontanato da Dio. Non a caso, il comando di Gesù a seguirlo implica un subitaneo allontanamento proprio dall’atto del peccato, il quale esce in modo definitivo dalla vita di Levi. San Marco costruisce qui anche un’interessante opposizione fra il primo ed il terzo momento: mentre l’azione peccaminosa viene descritta come statica, uno stare seduto appunto, quella dell’uomo redento è una sequela, ossia un atto dinamico. La conversione dal male è così presentata come un’emancipazione da uno stato di prigionia, da catene invisibili costringenti l’uomo all’immobilità spirituale.

Ma la parte più interessante è quella posta fra queste due fasi: la mensa. Invece di abbandonare immediatamente la totalità della propria vita, Levi, dopo essersi lasciato alle spalle il peccato, torna in quella casa che ben simboleggia la totalità della sua esistenza. Questo cuore esperienziale e relazionale non viene abbandonato o rinnegato, ma riabbracciato nella sua interezza; solo il peccato ed i suoi atti vengono rifiutati, non quei contesti che dal male erano stati corrotti. Il centro del brano, ossia la presenza di Gesù in mezzo ai peccatori, assume, in questa prospettiva, il suo pieno carattere redentivo: Egli si colloca, assieme alla Chiesa rappresentata dai discepoli, in mezzo alla quotidianità di Levi e, così facendo, la “cura”, ossia la redime da quel male che l’aveva corrotta. La conversione del pubblicano, dopo il sì iniziale, si configura subito con un mutamento di centro: dove prima il peccato aveva rappresentato la prospettiva entro la quale tutti gli altri elementi trovavano ordine, ora quel posto è assunto da Gesù.

Cristo stesso, tramite l’efficace metafora del medico, definisce la natura di questo suo intervento: è una guarigione, ossia un predisporre l’elemento malato, nel caso la vita stessa di Levi, a recuperare autonomamente quella salute prima perduta. La purificazione quindi non viene descritta come una benedizione che, dall’alto, scende benefica ma aliena sull’uomo, quanto come una condizione nella quale l’intera esistenza del pubblicano ritrova la propria identità reale organizzandosi attorno a Colui che è vero Signore.

San Marco tiene a specificare che solo dopo che l’interezza della vita di Levi è stata ricondotta, riordinata alla sua vera fonte, l’uomo può incamminarsi dietro a Gesù3. A quel punto egli non è un’individualità che deve trovare modi e spazi per ricostruirsi totalmente, bensì una persona che non teme di portare con sé quegli elementi donatigli da Dio e rinati in Gesù.

Dal passato al futuro

Appare ora chiaro che quella fase intermedia di cui parlavamo è costituita dall’accogliere la totalità della propria esistenza, liberata dal male, per ricostituirla e riordinarla alla luce di quel Cristo che ci accompagna durante l’intero percorso. Il vero convertito non è quindi colui che si reinventa, che rinnega il proprio passato, ma quell’uomo o quella donna che si dimostra capace di riorganizzare la totalità del proprio tempo attorno alla relazione con Dio, ora ritrovata. L’uomo nuovo, per utilizzare un termine paolino, non è senza passato, ma vive quel trascorso come se mai il suo sguardo si fosse distolto dalla Luce di Cristo.

Queste tre fasi non valgono solo per le grandi conversioni, quelle che stravolgono totalmente l’esistenza, ma anche per le piccole. Ogni volta che confessiamo un peccato, che con contrizione ci presentiamo di fronte alla Divina Misericordia, dobbiamo vivere quell’incontro con Dio come fosse la prima fase del cammino appena descritto. Il Signore, in seguito, ci attende nell’intimo della nostra vita, pronto a divenire quel sole di salvezza che ridona peso e misura a tutti gli elementi che il peccato, piccolo o grande, aveva sfiorato e corrotto. Solo da questa apertura dell’intimo a Dio può nascere la sequela, ossia la nuova vita attiva nella quale quel passato, redento, può diventare futuro.


Riconoscimenti immagine: Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599-1602, olio su tela, 322 x 340 cm. Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarell. Foto presa e leggermente ritagliata da: Caravaggio, La vocazione di Matteo sul sito https://www.analisidellopera.it.


1 Il mio pensiero va alla Vocazione di san Matteo di Caravaggio, realizzata fra il 1599 ed il 1600 ed attualmente sita a Roma, nella chiesa di san Luigi dei Francesi.

2 Costui viene chiamato Levi in Mc 2,14 ed in Lc 5,27; nel Vangelo secondo Matteo invece viene chiamato Matteo, in Mt 9,9.

3 La chiamata di Levi ha, in san Marco, la stessa struttura della chiamata di Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, narrate in Mc 1,16-20: mentre in entrambi i brani vediamo un pronto abbandono degli oggetti e dei luoghi della vita precedente, seguito dalla sequela attiva di Gesù, solo nel caso di Levi vi è il pranzo a casa sua subito dopo. Ciò porta a pensare che il medesimo tipo di discepolato, ossia definitivo e costante, venga, nel caso di Levi, preceduto dalla “purificazione” di cui si parla.

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it