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Siamo lieti di pubblicare il terzo articolo (clicca qui per leggere i precedenti: Dopo la fine e La feria della festa) di una serie sul tema della morte di Cristo, mistero di silenzio alla cui luce si scioglie ogni male, che ormai volge, pian piano, verso la Quaresima.

 

[Giuseppe d’Arimatea], comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce
(Mc 15,46)

Qualcuno penserà alla celeberrima Pietà di Michelangelo, qualcun altro, si rammenterà degli struggenti versi del beato Iacopone da Todi, nel suo “Donna de paradiso”.

Sì, quando si pensa al tempo intercorso tra la deposizione di Gesù dalla croce e la sua sepoltura, si pensa alla Madonna affranta, nell’atto di dolcemente sorreggere il corpo esanime del figlio.

Un gesto più che comprensibile, è vero, di cui però, a rigor di lettera, non si fa proprio menzione nei quattro vangeli.
Ciascun evangelista dedica alla sera del venerdì santo, in cui si collocano deposizione e sepoltura, non più di cinque o sei scarni versetti. Versetti, ahinoi, magari non proprio sempre ascoltati con attenzione, quando alla domenica delle palme la proclamazione del lunghissimo “Passio” si avvia finalmente a conclusione…

Ecco allora l’occasione propizia per indugiarvi un po’ su, cercando di tenere insieme le indicazioni del Vangelo e le legittime ipotesi che su tali fatti possiamo formulare.

Anzitutto, ecco Giuseppe d’Arimatea: uomo giusto, membro autorevole del Sinedrio (grossomodo, il supremo tribunale ebraico) si reca coraggiosamente da Pilato, col collega Nicodemo, a chiedere la salma di Gesù, crocefisso quel giorno stesso a mezzodì e spirato verso le tre.
Bisogna sbrigarsi, il giorno oramai volge al tramonto, e i Giudei, confusi, sono in fibrillazione e non particolarmente ben disposti verso gli amici del nazareno crocifisso, occorre molta circospezione.
Nel tornare sul Golgota, si ferma a comprare un lenzuolo pulito, per avvolgervi il corpo di Colui che ha finalmente risposto alla sua ardente attesa del regno di Dio.

Nicodemo invece, il discepolo dei colloqui notturni, abitualmente timoroso e misurato, offre trenta chili di mirra e aloe, una quantità spropositata per il cadavere d’un misero suppliziato, indegno persino di riposare in un sepolcro assieme ad altre ossa di uomini giusti.

Con loro, sotto la croce ci sono anche le pie donne, quelle venute giù dalla Galilea al seguito di Gesù: si mettono a detergere e ungere con delicatezza il corpo tutto sfregiato, presto avvolto e condotto al sepolcro, vicino al patibolo.

Il corteo, sparuto, si snoda brevissimo fino alla tomba: gli uomini adagiano il corpo del Signore all’interno della roccia. Intanto, fuori, sedute, le donne osservano afflitte quel candido lenzuolo striato di rosso.

E afflitta più di tutte è Maria, la madre del Signore, presente con tutta probabilità fino alla sepoltura di suo figlio. È troppo lancinante il suo dolore: chi avrebbe mai immaginato una fine tanto squallida e infamante per suo figlio?
Ancora una volta, in mezzo alle lacrime, Maria serba tacitamente nel cuore la promessa dell’Altissimo.

Vicino a lei, il “suo” Giovanni, il discepolo prediletto che Gesù dalla croce le aveva affidato.
Anche per il cuore del giovane Giovanni la prova della fede è atroce: che ne è stato del Maestro per il quale aveva lasciato tutto? Eppure, non poteva che essere lui il Cristo, per quanto prima non avesse mai prestato troppa attenzione ai discorsi sulla fine cruenta che il Maestro tirava fuori di quando in quando… Quanti segni aveva veduto negli passati col Maestro. E quella volta, con Pietro e Giacomo, sul Tabor… No, non poteva precipitare tutto così rovinosamente nel baratro della morte.

Con le prime luci della festa, cala il silenzio del Sabato Santo. Ciascuno si ritira nella propria abitazione. Son passate al massimo cinque ore dacché Cristo è spirato. Il silenzio avvolge tutto.
La luce del giorno scompare e cede il posto alla notte terribile del silenzio di Dio.
Notte presto squarciata dal fulgore invincibile della risurrezione, unica speranza anche per tutti coloro che nel fluire dei secoli avrebbero vissuto il “loro” Sabato Santo.

 


Questo è il terzo articolo di una serie sul tema della morte di Cristo. Per leggere il successivo clicca qui: Nel cuore della terra.

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fr. Stefano Pisetta
Nato tra le maestose giogaie trentine nel maggio 1996, cresciuto tra i boschi e campi di un grazioso paesino dell’alta Valsugana (sì, quella della canzone degli alpini…), dopo la maturità scientifica, indeciso se entrare in seminario diocesano, si orienta infine alla vita claustrale delle bianche lane. Ha emesso professione semplice nel settembre 2019 e attende ai filosofici studi.