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Il mese di novembre, di cui stiamo vivendo gli ultimi giorni, è tradizionalmente legato alla memoria dei nostri defunti. La fuggevole e ingannevole pausa dell’estate di San Martino ci avvia all’inverno incipiente e le foglie avvizzite cangiate dal verde al giallo, al rosso, ci rammentano le parole del profeta Isaia: «Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua grazia è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce»1 e il salmista gli fa eco: «L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni! Come il fiore del campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più…»2. L’esperienza della vita e la nostra fede, però, ci dicono una cosa fondamentale: che quel lento appassire, sfiorire, disseccarsi e scomparire non è la fine. L’evento pasquale, che è il cuore della nostra speranza, è mirabilmente commentato da San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti …»3 e lo stesso Apostolo annuncia che: «tutti non moriremo, ma saremo trasformati»4.

Al bando, dunque, tutta quella retorica sdolcinata e pietista, in alcuni casi, perfino pagana, che a volte si impone anche fra chi si dice cristiano e si manifesta con frasette del tenore: «chi muore vive nel pensiero di chi lo ricorda». Un cristiano non ha alcun bisogno che «la terra gli sia lieve». Se si cerca di cancellare il messaggio di salvezza che Gesù Cristo ci ha dato con la sua vita, morte e risurrezione, non è affatto detto che sia facile rassegnarsi a venire dal nulla e tornare al nulla, come un certo pensiero unico dominante vorrebbe. Come dice un mio saggio confratello: «quando il sacro viene cacciato dalla porta, rientra dalla finestra!».

Nella nostra famiglia, quella domenicana, la memoria dei nostri defunti ci accompagna sempre in modo speciale: sono i nostri confratelli, in modo particolare i nostri martiri, ma anche i nostri parenti e i nostri benefattori. Per questo, come suggerisce qualche buontempone, si dice che da vivi si sta meglio fra i francescani e dopo fra i domenicani, proprio per il ricordo che abbiamo, nella preghiera, per i nostri defunti.

In questo ci sono molti elementi che innervano la spiritualità dell’Ordine: fra questi, quello della comunione con santi e con i defunti, a cui noi offriamo i nostri suffragi e a cui chiediamo la loro intercessione5. La magnifica antifona Spem Miram, ci ricorda l’ultima promessa del nostro santo padre Domenico: «Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita».

È per questo che il ricordo dei nostri defunti, ossia dei confratelli che ci hanno preceduto nella sequela di Cristo alla scuola di San Domenico ci accompagna costantemente: ogni giorno noi preghiamo per i nostri defunti, in modo particolare per coloro di cui ricorre la nascita al cielo.

In questo mese noi ricordiamo i nostri defunti, sapendo che quel contemplari et contemplata aliis tradere, mirabilmente distillato dalla sapienza di San Tommaso, comprende anche l’eredità storica e spirituale dei nostri confratelli, nel bene e a volte, anche nel male. In questa storia noi abbiamo chiesto di essere accolti, domandando la misericordia di Dio e la vostra. Noi l’abbiamo ricevuta dalle mani dei nostri fratelli e sappiamo che un giorno qualcuno la riceverà dalle nostre e che saremo uniti nella comunione nel corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Ecco perché l’Alleluia pasquale risuona così potente nelle nostre voci e nel nostro cuore. È perché sappiamo che: «tutti non moriremo, ma saremo trasformati».


1 Is 40,1.

2 Sal 103,15-16.

3 1Cor 15,20.

4 1Cor 15,51.

5 LCO, 16.

fr. Giovanni Ruotolo
Domenicano, genoano, torinese di nascita, giornalista. Dopo studi (poco amati) di giurisprudenza e oltre vent’anni di giornalismo, sono entrato nell'Ordine dei frati predicatori. Adesso sono professo semplice e studente di teologia. Nel tempo libero cerco di leggere e ascoltare qualcosa di buono, coltivo piante grasse e peperoncini. Il mio luogo del cuore è Genova, ma anche sul Corno d'oro...