Condividi

Si dice che i bambini non vadano volentieri al catechismo. Non so quanto sia vero. Comunque, nella parrocchia bolognese dove presto servizio c’è un appuntamento che nessuno vorrebbe perdersi: l’ultimo incontro prima di Natale. In questa occasione si lasciano le aule, i libri e le domande per spostarsi all’ingresso della chiesa e, in un clima ormai festivo, visitare tutti insieme la tradizionale mostra di presepi qui ospitata.

Quest’anno la mia attenzione è caduta soprattutto su un’opera considerata da molti alquanto strana: una Natività realizzata dentro una grande valigia da viaggio. Alcuni non capivano quale senso avesse una simile raffigurazione. Nella mia mente invece “Nascita di Cristo” e “bagaglio” erano due realtà ben presenti. Il bagaglio lo dovevo infatti riempire (senza esagerare) per poter andare a festeggiare il Natale presso la casa dei frati Domenicani di Izmir in Turchia.

Per la quarta volta nella mia vita ho potuto tornare in questa terra tanto estesa da essere considerata il confine tra due modi. Anche se in fondo sono un mondo solo. Da secoli la Turchia è considerata “porta dell’Oriente”; personalmente preferisco la definizione offerta da don Andrea Santoro che proprio qui, nel 2006, ha testimoniato fino al sangue la sua fede in Cristo e il suo amore per la Chiesa e per gli uomini. Per lui questa terra il cui nome, in italiano, significa “possessore di fortezza” deve essere considerata come una «”finestra” cioè luogo di comunicazione e di incontro. “Finestra” cioè passaggio di luce per comunicare ciò che abbiamo di più prezioso e accogliere ciò che gli altri hanno di più prezioso».[1]

Per la prima volta entravo in Turchia non come turista, ma per immergermi concretamente, seppur per il breve tempo di appena sei giorni, nella realtà locale. Forse il mio viaggio è stato davvero come l’affacciarsi ad una finestra. Eppure, non dovremo mai sottovalutare queste aperture nei muri. Sono certo che c’è almeno una finestra importante nella vita di ciascuno di noi. Può essere quella della nostra casa, del nostro ufficio, quella da cui si affaccia (o affacciava) una persona cara o quella che ci ha regalato un panorama che ancora custodiamo nel cuore. Certamente esiste. E io sono grato della “finestra turca” a cui ho potuto accostarmi.

Davanti ai miei occhi si è aperto un panorama talmente immenso da essere sconosciuto a tanti: 783.566 km (2) in cui nella vita, forse caotica, degli ottanta milioni di abitanti si fondono mirabilmente «paesaggio e arte, materia e storia, natura e vicenda dell’uomo».[2]

Tomba di San Giovanni EvangelistaHo potuto affacciarmi sulle radici della nostra bella fede cristiana. Quante memorie bibliche e patristiche sono presenti in Turchia, rendendola anch’essa “terra santa”. Dal piccolo villaggio di Harran, situato a pochi chilometri dal confine con la Siria, Abramo si mise in viaggio, obbediente alla parola del Signore, verso una terra sconosciuta, divenendo benedizione per ogni uomo. Forse non tutti sanno che san Paolo, l’apostolo delle genti, se intraprendesse oggi i suoi viaggi missionari porterebbe con sé il passaporto turco, essendo Tarso, sua città natale, parte dell’odierna provincia di Mersin. Inoltre, grandi siti urbani come Antiochia di Pisidia ed Efeso mostrano ancora i segni della sua appassionata predicazione del Vangelo. L’antica Éphesos è poi legata alla presenza dell’apostolo ed evangelista san Giovanni, che secondo la tradizione portò con sé la Vergine Maria dopo averla accolta con amore filiale sotto la Croce di Cristo. Il santuario di Meryem Ana, sorto sul luogo ove Maria avrebbe vissuto è ancora oggi meta di numerosi pellegrinaggi, ma soprattutto luogo di incontro ed unità tra cristiani e musulmani, monito e testimonianza preziosi per il mondo intero. Forse pochi sanno che se oggi i cristiani invocano la Vergine Santa con il titolo di “Madre di Dio” o pregano venerando un Crocifisso è grazie ad eventi importanti avvenuti in terra turca.[3]

La mia finestra però non si è accontentata di mostrarmi queste cose. Ha voluto prima di tutto che potessi sperimentare la vita quotidiana della piccola comunità di frati Predicatori presente nell’antica Smyrna. I figli di san Domenico sono presenti qui sin dal 1718 quando, provenienti dall’Azerbaidjan, si misero al servizio dei cattolici armeni in fuga dalle violente persecuzioni che martoriavano la loro terra d’origine. Dal 1813 la presenza domenicana è assicurata dai frati italiani che dedicano il loro impegno alla cura della piccola comunità cristiana (circa 1500 persone) ancora presente in questa città popolata oggi da oltre 4 milioni di persone.

A qualcuno potrebbe sfuggire l’importanza di questa missione. Una mentalità schiava di bilanci, alla ricerca di successi plateali, incapace di uscire da schemi preconfezionati (anche di vita religiosa) reperibili su vecchi libri impolverati potrebbe facilmente ridurla ad uno spreco di tempo e di energie meglio investibili. Lo confesso, un tempo anche io ero di questo avviso. O almeno pensavo alle nostre case in Turchia come ad una realtà ben lontana dal riguardarmi direttamente.

Tuttavia, lo sappiamo tutti, le finestre servono anche per rinfrescarsi le idee. E così, immergendo la mia quotidianità con quella di coloro che vivono ancora lì dove era divampato il fuoco del cristianesimo, mi sono reso conto che in realtà «quel fuoco non si è mai spento, ma è passato attraverso sofferenze, persecuzioni, peccati, vicende oscure e complesse che lo hanno disperso e ridotto sotto la cenere. Quel fuoco è ancora in grado di illuminarci perché contiene la scintilla originaria che lo ha generato. Quel fuoco ha bisogno di un po’ di legna per tornare a brillare e divampare di nuovo».[4]

Per realizzare questo «tre cose servono: l’amore per Cristo, l’amore fraterno, l’amore per gli altri prestando se stessi a Cristo perché Lui possa essere in mezzo a loro»[5]. Oggi mi ricordo sovente che ciò non è un’utopia e penso sovente a come ho potuto trovare tutto questo nelle persone che ho incontrato. Ho ben fissati nella mente e nel cuore il lavoro faticoso, ma appassionato e generoso dei miei confratelli domenicani, le poche decine di bambini che frequentano il catechismo nella nostra comunità con cui ci siamo preparati a celebrare ancora una volta il sacramento della Confessione. Non posso dimenticare il calore (anche se a volte un po’ timido) con cui sono stato accolto dalle persone, la responsabilità condivisa nella cura degli ambienti parrocchiali.

È stato bello impegnarsi insieme nella preparazione della Messa di Natale a cui ha partecipato un alto numero di fedeli, alcuni giunti da lontano, non intimoriti dai consueti controlli di polizia all’ingresso volti a scongiurare possibili (anche se non probabili) atti di disturbo e violenza. Voglio impegnarmi a ricordare la vivacità, che diventa testimonianza, della chiesa di Smirne capace, negli ultimi anni, di superare pesanti legami nazionali per sentirsi pienamente cattolica.

Il mio soggiorno natalizio ad Izmir è stato però, sopra ogni altra cosa, una preziosa finestra su Betlemme, il paesaggio più bello senza cui non ci sarebbero tutti gli altri “panorami” che ho provato a raccontare fino ad ora. Il Natale 2017 è stato il più particolare dei ventisei che mi è stato dato di vivere, ma forse il più autentico. Per godere di questo ho dovuto spostarmi, affrontando un viaggio, seppur in piccola misura, fonte di apprensione e fatica. È stato quindi più facile per me immaginare Maria e Giuseppe mettersi in cammino da Nazareth per raggiungere il celebre villaggio di Davide.

Veyis Polat, Şehir! Bayraklı (distretto di Smirne) - https://flic.kr/p/5HftSe
Veyis Polat, Şehir! Bayraklı (distretto di Smirne) – https://flic.kr/p/5HftSe

Non dimenticherò lo stupore che ho provato il 25 dicembre, camminando per le vie di Izmir in un giorno non diverso dagli altri, lavorativo e caotico. Eppure, proprio così è venuto alla luce Gesù: nel trambusto della vita di tutti i giorni, riconosciuto da pochi, accolto da pochissimi. «A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio»[6]. Così non mi sono sentito solo a Smirne, bensì in mezzo ad una comunità (anche se piccola) di fratelli e sorelle resi tanto vicini da quella Natività che spazza via ogni solitudine e lontananza.

Questa certezza, questa gioia, insieme a tanti ricordi ed impressioni che non è facile scrivere di fronte allo schermo di un computer, hanno composto il mio bagaglio nel viaggio di ritorno verso l’Italia. Questi i più preziosi regali che Gesù bambino mi ha portato quest’anno. Sono «piccoli segni di luce, piccoli semi di pace. Che Dio li moltiplichi. Che Dio faccia di ognuno di noi un piccolo segno di luce e di speranza, che in molti fiorisca la chiamata di Dio a farsi strumento di pace, di dialogo, di riconciliazione e nello stesso tempo strumenti di annuncio e di testimonianza cristiana».[7]

[1] Don Andrea Santoro, “Lettere dalla Turchia”, san Paolo, Cinisello Balsamo 2016, lettera 27
[2] Franco Iseppi, in “Turchia”, Guide del mondo, Touring Editore, Assago-Milano 2013.
[3] Il dogma della divina maternità di Maria fu proclamato dal Concilio di Efeso nel 431, mentre il Concilio di Nicea II (787) pose definitivamente fine alla crisi iconoclasta che pretendeva di impedire la venerazione delle immagini sacre.
[4] Don Andrea Santoro, “Lettere dalla Turchia”, lettera 1
[5] Don Andrea Santoro, “Lettere dalla Turchia”, lettera 27
[6] Gv 1,12
[7] Don Andrea Santoro, “Lettere dalla Turchia”, lettera 20

fr. Alessandro Amprino
Fr. Alessandro Amprino, secondo i documenti proviene da Torino, città dove è nato l’8 aprile 1991. Tuttavia, coloro che lo conoscono meglio sanno che preferisce definirsi originario di Cumiana, piccolo paese del Piemonte apprezzato nel corso dei secoli dai tanti forestieri che soggiornandovi vi hanno trovato “buon’aria, buon vino e gente umana”. Nell’ottobre 2012 inizia il suo cammino di formazione alla vita religiosa e sacerdotale sulle orme di san Domenico. Studente di teologia, si interessa in modo particolare di Liturgia. Alcuni confratelli lo chiamano “il viceparroco” per via del servizio domenicale, a cui è molto affezionato, presso una parrocchia di Bologna. Ha sempre considerato questo appellativo uno scherzoso soprannome, finché non si è trovato a dover firmare la pratica di iscrizione al catechismo di alcuni bambini….