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Prologhetto barbaro

Il mondo ha sepolto nelle incrostazioni della storia una quantità di menti straordinarie, spesso sacrificate a quegli autori che la dea Manualistica ha deciso debbano essere immortali, mantenuti a vivida fiamma nei tabernacoli delle annoiate memorie di molti loro appassionati studiosi.

Ma di quando in quando una misericordia nascosta nelle pieghe del tempo fa riemergere qualche taciuto titano del pensiero, richiamando l’interesse degli ora meno annoiati studiosi di sopra: è il fortunato caso di padre Erich Przywara sj, filosofo polacco a me molto caro, e che da qualche tempo sta conoscendo un nuovo slancio di interesse, soprattutto dopo la positiva menzione di papa Francesco. Di qui il tentativo, che numerosi pensatori stanno compiendo, di fondare l’attuale detto pontificio sul pensiero arcuato del grande autore polacco. Se qualcuno vi riuscisse, meriterebbe come minimo una coccarda o, perché no, una berretta cardinalizia: capire cosa pensa un gesuita, infatti, è cosa alta, capirne due è un dono, ma metterli d’accordo… diciamo così: lo sa Dio se è una grazia o una maledizione.

Ovviamente scherzo, non mi permetterei mai ironizzare e dar giudizi sulla compagnia di Gesù, infelice mestiere a cui hanno già assolto abbondantemente i farisei nei Vangeli, apostrofandola con gli spiacevoli appellativi di ‘pubblicani’, ‘prostitute’ e, il più grave di tutti, ‘gente-che-non-si-lava-le-mani-prima-di-mangiare’ (non ci crederai, ma è tutta una parola).

Il modello della virtù-Avvenimento

Al contrario, ciò su cui vorrei riflettere è un magnifico libello che merita attenzione: Umiltà, pazienza e amore. Profondissimo: un testo esile, denso, sintetico, con parole tese come nervi e una lirica che affiora a lampi nella trama dei ragionamenti. Un libro perfettamente intonato al carattere speculativo di Przywara. La sua arte espositiva si fonda su elasticità e concatenazione: le virtù umiltà, pazienza e amore non sono giustapposte, come tre momenti successivi, sono una trilogia che non può essere assolutamente compresa se non come una monologia: un unico discorso sintetico e unitario.

Infatti, la prima intuizione del maestro di Katowice, è proprio questa: che la virtù cristiana non è solo una nobile dote dell’uomo che lo rende capace di fare grandi le azioni che compie, ma è il riflesso di un avvenimento che coinvolge il Dio-uomo, il Mistero più grande. Così ogni singolo Avvenimento del Dio-uomo non può che essere compreso in quella complessità che è la Storia del Dio-uomo.

L’umiltà, come un farsi piccoli, come un discendere la scala delle glorie umane, diviene il riflesso della discesa del Verbo nell’homo-humus, e quindi una partecipazione all’Incarnazione: «L’umiltà è perciò la parola per indicare quel “meraviglioso scambio” […] che ha luogo nell’incarnazione: noi ‘del nostro’ diamo al Dio grande il ‘nulla’»1, proprio delle creature fatte dal nulla. E il senso dell’umiltà è l’amore, perché solo l’amore sottrae questa virtù da essere «una glorificazione dell’annientamento in quanto tale»2, anzi quello stesso nulla, che come creatura ogni uomo è chiamato a riconoscere con spassionata obbiettività, diviene il pulpito per la «infinità della grandezza dell’amore di Dio, il quale è così incomprensibilmente grande da essere solo capace di una tale prodigalità. L’umiltà è il mistero di quel ‘fuoco divorante’ che Dio ‘è’ come amore: divorante se stesso e se stesso in noi»3.

La pazienza: non si può capire la pazienza se non si coglie come l’umiltà sfoci in questo Essere-amore-divorante di Dio e nel contempo questo Suo Essere-amore-divorato. L’intuizione poetica e teologica di Przywara è magnifica: sì, Dio è divorato d’amore per l’uomo, tanto da lasciarsi divorare dall’uomo in un duplice modo. Anzitutto nell’estremo sacrificio cruento della Croce: infatti, la persecuzione del Giusto, di cui Cristo è l’archetipo, è descritta così dal salmista: «Io sono come in mezzo a leoni / che divorano gli uomini / i loro denti sono lance e frecce / la loro lingua spada affilata» (Sal 57, 5). In secondo luogo, nel sacramento incruento dell’Eucaristia: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 51), un pane che, mangiato, assimila a sé il cristiano, fino alla perfetta identificazione con Cristo. Przywara non ne parla ma, addirittura, vi sono alcuni santi che si sono identificati con Cristo sacramento, come il sapiente Ignazio di Antiochia: «Sono frumento di Dio e devo essere macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo»4. Così la pazienza è il riflesso della passione del Figlio, sotto il paradigma del chicco di grano, che è umile perché sopporta l’umiliazione e si lascia cadere nella terra, dove scompare silenziosamente. E nel contempo «la sua vita» che «sembra ‘scomparire’ in questo ‘soccombere’ […] proprio così ‘permane’, nel suo straripante far “molto frutto”»5.

Il superamento degli altri modelli

L'autore, Erich Przywara, in vecchiaia
Erich Przywara

Questa concatenazione fra umiltà, pazienza e amore (che nel cristianesimo continuamente si co-significano) è straordinaria perché sovverte qualsiasi affaticato moralismo, cioè il modello di una virtù-legge, per il quale anche l’acquisizione della virtù non viene più considerata classicamente come realizzazione della stessa vitalità interiore dell’uomo, ma viene iscritta nella ristretta e soffocante circonferenza del dovere: tu devi essere così, perché è il tuo dovere. Essere virtuosi, quindi, per assolvere al proprio dovere. Al contrario, Przywara delinea un modello cristocentrico della virtù, la virtù-Avvenimento: la virtù non diviene altro che la traduzione operativa dei Misteri di Cristo, un partecipare dell’azione di Cristo nelle proprie azioni, un rendere le proprie opere, i propri gesti vangelo leggibile dal prossimo. Nell’ottica dell’autore polacco, la virtù cristiana trascende anche la virtù pagana in ogni suo aspetto. Le virtù, infatti, sono qualità che perfezionano l’agire, ma se i classici traevano il fondamento di questa perfezione solo nella natura dell’uomo, il cristiano scopre che, in forza della Grazia, il fondamento del suo agire è l’Agire di Cristo, il Suo Mistero, non come recondito modello, ma a modo di San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Questo fondamento non smarrisce la bontà della natura umana: Cristo non è solo uomo, né solo Dio, ma è Dio-uomo, sicché è secondo questa divino-umanità che si fonda il nostro agire, dove l’umanità viene scoperta nel suo nucleo più profondo come capax dei.

Ultime valutazioni

Ora, certamente la concatenazione appena veduta costringe l’occhio saggio a leggere l’umiltà nella pazienza, la pazienza nell’umiltà ed entrambe come forme dell’amore, perché «il loro segreto nascosto è l’amore cristiano»6. Ma questa schematica concatenazione si esprime con la massima elasticità, focalizzando l’attenzione del lettore sulla comparazione degli autori più remoti tra loro, operando un affilato affondo nei classici pre-cristiani e cristiani, con una predilezione per Platone e Aristotele, per Sant’Agostino e San Benedetto, per San Tommaso, per Sant’Ignazio di Loyola e infine per Santa Teresa di Lisieux.

Certo vi sono anche dei punti deboli: anzitutto ritengo che la sua comprensione di Tommaso, spesso raffinata, sia qui un po’ troppo critica. Ma soprattutto nell’assumere Platone e Aristotele come unici paradigmi di tutta la classicità, Przywara non menziona gli Stoici, se non di sfuggita e una volta sola7, né i maestri tragediografi. Così s’impedisce di riconoscere un autentico antecedente classico alla pazienza cristiana. Infatti, il saggio stoico atteso ogni millennio8, il quale tutto sopporta, serba in sé quanto meno un’esigenza messianica, anche se informe, della Carità che tutto sopporta (Cfr. 1Cor 13, 7), cioè della Carità di Cristo. La novità cristiana non è mai riducibile al mero inaudito, è sempre un inaudito compimento che, in quanto compimento, ama lasciarsi preludiare da antichissimi ed embrionali semi della sua bellezza.

Umiltà, pazienza e amore, Erich Przywara, G. Ruggieri, Queriniana, 2018, pp. 112, 8,50 €.


1 Erich Przywara, Umiltà, pazienza e amore, Queriniana, Brescia 2018, p. 34.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

4 Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4, in I padri apostolici, cur. Guglielmo Corti, Città Nuova, Roma 1996, p. 123.

5 Erich Przywara, Umiltà, pazienza e amore, Queriniana, Brescia 2018, p. 34.

6 Ivi, p. 82.

7 Ivi, p. 93.

8 Cfr. Seneca, De costantia sapientis, III, 2-3. V, 1-5. VII, 1-6.

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fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).