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Il fine di chi legge

Pochi anni fa mi trovai a volermi documentare su san Domenico di Caleruega, venerato fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, e la mia preferenza andò, naturalmente, subito ad un corposo trattato storico sulla sua vita1. Leggendo questo testo, mi trovai estremamente edotto circa le circostanze e le vicissitudini del santo castigliano, tuttavia sentivo che ancora qualcosa mi mancava: era come se avessi comprato uno splendido abito senza averlo ancora indossato. Poi, mio malgrado, fui costretto a studiare le antiche agiografie di Domenico, note come “leggende”, e immediatamente fui in grado di dare un nome a quel vuoto: avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse a tradurre quella vita in un modello valido per la mia esistenza2.

Questo breve cappello mi serve per rispondere ad una domanda che voi lettori potreste lecitamente farmi, una volta saputo il testo proposto: che senso ha leggere una leggenda medievale su di un santo quando tanti bravi storici hanno scritto meglio e con maggiore precisione sulla sua vita? La risposta si basa su di un semplice assunto: ogni oggetto ha un senso in relazione al suo fine. Se quindi la monografia storica ha lo scopo di fornire informazioni precise e circostanziate su di un santo, allora è raccomandabile per conoscere la realtà della sua esistenza; d’altro canto però se la leggenda persegue il fine di presentare la nudità dello spirito che guidò la sua vita, allora è a quella che bisogna volgersi per fare dell’uomo di Dio un maestro in Cristo.

Storia di una necessità

Ora che avete una ragione, spero valida, per riprendere in mano questi antichi scritti, veniamo al volume che vorrei suggerirvi. Riprendendo una felice intuizione dantesca3 io, frate Predicatore, vi propongo la lettura della Legenda Maior di san Francesco d’Assisi scritta da san Bonaventura da Bagnoregio4.

Il testo in sé ha un’interessante storia legata alla sua composizione: eletto Ministro Generale dei Frati Minori nel 1257, san Bonaventura ricevette, nel 1260, l’incarico di curare una vita di san Francesco che potesse diventare il testo ufficiale di riferimento dell’Ordine. Il problema era serio: le due anime che laceravano la neonata famiglia religiosa, gli Spirituali ed i Conventuali, facevano leva su differenti letture, più o meno forzate, della vita dell’Assisiate, per cui la stesura di una versione approvata dal Capitolo Generale si presentava come più che necessaria. San Bonaventura, fra il 1260 ed il 1263, raccolse tutte le testimonianze possibili, orali e scritte, sul venerato fondatore e, nel 1263, presentò la sua Legenda Maior al Capitolo Generale di Pisa, dove venne approvata. Appena tre anni dopo, il medesimo organo direttivo comandava la distruzione delle altre vite di san Francesco e la proposizione solo di quella del Dottore Serafico5.

L’approccio al testo

Come forse avrete intuito, lo scopo con il quale san Bonaventura redasse questo scritto era di chiarire a quale modello di vita san Francesco chiamasse i frati dell’Ordine dei Minori. Proprio per questa ragione, dopo una breve introduzione circa le origini del santo e la sua conversione, il Dottore Serafico inizia a riportare una serie di episodi, non legati da una precisa cronologia, raggruppati attorno a nuclei tematici quali la povertà, la preghiera o altri. Il risultato non è tanto una cronaca quanto un affresco che ci consente di cogliere lo spirito che animò san Francesco disincarnandolo, perlomeno parzialmente, dalla sua esatta vicenda storica.

Il lettore moderno non deve né cercare nello scritto una precisa narrazione dei fatti né prenderlo come una serie di racconti fantastici: si tratta di una narrazione esemplare che riesce a racchiudere, proprio negli elementi più legati alle libertà espositive prese dall’autore, una preziosa chiave ermeneutica per leggere una figura troppo spesso appiattita ad un singolo elemento.

Ovviamente chi si approccia a questo testo non deve neppure peccare d’ingenuità: gli insegnamenti di san Francesco sono filtrati dal suo successore Bonaventura, il quale ne possedeva una visione ben precisa fondata sulla sua personale esperienza di vita. Preso atto di questo, tuttavia, il lettore si trova ad avere l’occasione di abbandonare la moderna pretesa di neutralità nella trasmissione dell’informazione affidandosi alla sapienza di un maestro d’eccezione, un santo Dottore della Chiesa che si trovò nella necessità di comprendere con particolare profondità l’eccezionalità dell’insegnamento dell’Assisiate.

San Bonaventura da Bagnoregio, Vita di san Francesco d’Assisi (a cura di p. Pietro Ettore e p. Luciano Canonici), Edizioni Porziuncola, Assisi 2015, pp. 368, Euro 12,00.


1 Per chi fosse interessato, mi riferisco a Humbert Vicaire, Storia di S. Domenico (trad. fr. Valerio Ferrua OP), Edizioni Paoline, Roma 1983.

2 La più importante di queste è senza dubbio il Libellus de principiis Ordinis Fratrum Praedicatorum, scritto dal primo successore di san Domenico, il beato Giordano di Sassonia. Il testo, in traduzione italiana, è disponibile in Pietro Lippini, San Domenico visto dai suoi contemporanei, ESD, Bologna 1998.

3 Sto parlando del Canto XI del Paradiso, dove san Tommaso d’Aquino parla di san Francesco.

4 Le edizioni sono innumerevoli; io vi propongo, per completezza ed impianto critico, la seguente: San Bonaventura da Bagnoregio, Vita di san Francesco d’Assisi (a cura di p. Pietro Ettore e p. Luciano Canonici), Edizioni Porziuncola, Assisi 2015.

5 Per approfondire la vicenda storica soggiacente alla composizione dell’opera, cfr. San Bonaventura, Vita di san Francesco (ed. cit.), Introduzione (a cura di p. Luciano Canonici) e E. Gilson, La filosofia di san Bonaventura (a cura di Costante Marabelli), Jaca Book, Milano 2017, pp. 7-86.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, “Embrace of Saint Francis and Saint Dominic”, vetrata di Sylvia Nicolas dalla cappella san Domenico nel Providence College (RI), foto di P. Lawrence Lew, O.P..

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fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio. Per contattare l'autore: fr.giuseppe@osservatoredomenicano.it