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Uno squisito libello

Quando un caro amico mi ha chiesto di commentare un’opera di san Tommaso d’Aquino la mia prima reazione è stata di sorpresa: dall’alto della non piccola considerazione che ho di me, devo ammettere che in materia filosofica sono un neofita, del tutto inadatto a scrivere qualcosa di rilevante su di un simile gigante. Tuttavia, superata l’iniziale meraviglia, ho cominciato a chiedermi il motivo di questa bizzarra scelta editoriale, finché alla fine ho compreso che la ragione doveva trovarsi nello scritto stesso.

Padre Roberto Coggi op
Padre Roberto Coggi op,
il curatore del libro

L’opera di cui vi parlerò è il De principiis naturae ad fratrem Silvestrum, un opuscolo filosofico scritto dall’Aquinate durante i suoi primi anni d’insegnamento a Parigi[1] allo scopo d’introdurre un suo confratello, fra Silvestro appunto, allo studio della filosofia della natura di Aristotele[2]. Personalmente ho utilizzato la puntuale traduzione di un confratello versato in materia, cioè padre Roberto Coggi op che l’ha raccolta insieme ad alcuni altri passi di Tommaso sull’argomento nel prezioso libello Pagine di filosofia. Il De principiis costituisce un eccellente mezzo di studio per chi volesse iniziarsi alla filosofia, infatti, tale sintetico scritto fu pensato per essere uno strumento utile a permettere ai “non addetti ai lavori” di assaporare un campo del sapere, la filosofia appunto, che spesso ha nella cripticità di linguaggio e di concetti un efficace deterrente a qualsivoglia curiosità.

Ecco che quindi io mi trovo a scrivere non in quanto esperto della materia o dell’opera in questione, ma in qualità di moderno Silvestro che, con umile curiosità, ha cercato di farsi condurre da un genio del passato attraverso i meandri della verità. Non posso darvi altro, quindi, se non le mie impressioni sull’efficacia dello scritto nel compiere questa alta missione, così da potervi eventualmente invitare a condividere con me la sua fruizione.

La saggezza delle quattro cause

L’Aquinate si propone di analizzare ciò che esiste sotto due prospettive, indipendenti eppure indissolubilmente unite fra loro: una che potremmo definire sincronica ed una diacronica. Il primo punto di vista intende delineare un oggetto nel suo essere presente, e lo fa attraverso il rapporto fra materia e forma. Tommaso fornisce di questi due elementi la seguente definizione: “Come poi tutto ciò che è in potenza può essere detto materia, così tutto ciò da cui qualcosa ha l’essere, qualunque sia tale essere, sostanziale o accidentale, può dirsi forma[3]. La materia si può comprendere dal concetto di materiale. Il materiale di un qualche manufatto è ciò di cui quell’oggetto è composto, allo stesso modo la materia prima, come la chiamano i filosofi, è ciò di cui tutte le cose corporee sono fatte. Eppure, non c’è solo questo aspetto: una nuvola è un corpo, un asino alato anche, ma per quanto gli asini volino, nessuno scambierebbe un asino volante con una nuvola fluttuante. Vi deve essere un secondo aspetto, per il quale un asino non è una nuvola e una nuvola non è un asino, pur essendo entrambi corpi: questo è la forma, cioè è il principio di ordinamento della materia, il quale rende un oggetto questo oggetto e non quello. In altri termini dice l’identità di ciascuna cosa.

L’autore usa un esempio molto efficace che non mi sento di sostituire: se il bronzo è materia di una statua, allora l’aspetto della stessa è la sua forma. Questi due principi non possono esistere indipendentemente uno dall’altro, poiché la materia senza forma (una qualsiasi forma, anche quella prima del bronzo) non esiste in natura, mentre la forma inizia ad esistere solo nel momento in cui plasma la materia. Ecco perché Tommaso può dire che la materia è potenza, ossia racchiude in sé la potenzialità della forma, mentre la forma è atto, poiché porta a realizzazione la potenza della materia[4].

L’Aquinate passa a rispondere alla successiva e più ovvia domanda, date le premesse sopra esposte: quali sono le cause che portano l’atto a concretizzarsi? Detto in due parole, cosa scatena tutti quei cambiamenti dei quali il mondo è pieno, a partire dalla stessa generazione dei viventi? San Tommaso individua, attingendo a piene mani dal pensiero aristotelico, quattro cause, due estrinseche all’oggetto e due intrinseche ad esso. Queste ultime sono, come deducibile, materia e forma, altrimenti dette “causa materiale” e “causa formale” e, riprendendo l’esempio della statua, sono rappresentate rispettivamente dal bronzo della statua e dalla figura plasmata dal bronzo[5]. Le estrinseche invece sono chiamate “causa efficiente” e “causa finale”, e corrispondono rispettivamente allo scultore ed all’obiettivo che questi si prefigge: “Occorre dunque che vi sia oltre alla materia e alla forma qualche principio che agisca, e questo viene chiamato efficiente, o movente, o agente, o ciò da cui ha principio il movimento”. E poiché “tutto ciò che agisce non agisce se non tendendo a qualcosa, bisogna che vi sia un quarto principio, quello cioè che è inteso dall’operante: e questo viene chiamato fine”[6]. Pur essendo queste cause tutte necessarie per qualsivoglia cambiamento, esse non sono poste tutte allo stesso livello: la causa materiale e quella agente sono dette prioritarie rispetto alla generazione, cioè necessarie a far sì che il cambiamento abbia luogo, mentre la causa formale e quella finale sono dette prioritarie rispetto alla perfezione, cioè portatrici di un maggior grado di perfezione rispetto allo stadio d’imperfezione che le precede[7]. Riprendendo l’esempio, il bronzo e lo scultore vengono prima dal punto di vista temporale, poiché necessari a far sì che il processo di generazione della statua inizi; la forma della scultura e il suo fine (ad esempio il rendere omaggio ad un personaggio famoso) vengono prima quanto alla perfezione poiché portano in sé un superiore grado di ordinamento. La causa finale, in particolare, in un certo senso preesiste alle altre, poiché è lei che mette in moto l’intero processo (si fa la statua per rendere omaggio, non si rende omaggio per trovare un qualche utilizzo ad una statua inutile)[8].

Una provocazione filosofica

Penso sia meglio mi fermi qui prima di farmi male. Sarebbe sciocco da parte mia sia cercare di inserire tutti gli approfondimenti proposti da Tommaso in materia, sia pretendere di portare avanti per conto mio queste argomentazioni. Più utile mi sembra lasciarvi con un’intuizione che, almeno spero, possa aiutarvi a comprendere perché sia tanto saggio e consigliabile studiare ed approfondire queste tematiche anche oggi che, con i progressi della scienza, siamo tentati di guardare ad esse con benevola sufficienza.

Se Tommaso ha ragione ed il fine non è solo ciò cui si tende, ma anche ciò che ci muove, allora chiedersi il senso delle cose e dell’uomo non ha lo scopo di lambiccare menti oziose, incapaci di restare ancorate alla tetra realtà, bensì quello ben più nobile di comprendere l’origine dell’esistenza. Difatti se ciò cui l’uomo ed il mondo tendono (non in quanto inevitabile fato, ma come nobile obiettivo) è anche ciò che li muove dal principio, allora cercare di comprendere l’uno o l’altro senza questo “senso” è vano, è come dipingere al buio. La centralità del fine deve renderci consapevoli che conoscere il cosmo senza consapevolezza è futile poiché il nostro sguardo, per quanto acuto possa diventare, sarebbe sempre incapace di cogliere l’essenza di ciò che osserva; senza conoscere il fine, guarderemo sempre tutto come semplici animali.

Tommaso d´Aquino, Pagine di filosofia, trad. a cura di p. Roberto Coggi op, ESD, Bologna 1992, pp. 223,  12, 39 €.


[1] Circa 1256; cfr. ibidem, p. 8
[2] Il materiale riassunto da san Tommaso è esposto da Aristotele nei primi due libri della Fisica e nel quinto della Metafisica; cfr. ibidem, p. 14
[3] Cfr. Tommaso d’Aquino, De principiis naturae ad fratrem Silvestrum, n. 1.4, in Coggi Roberto, Pagine di filosofia, ESD, Bologna 1992.
[4] Per una trattazione approfondita dell’argomento cfr. ibidem, nn. 1.1-1.16.
[5] “La materia e la forma sono dette intrinseche alla cosa in quanto parti costituenti la cosa stessa”, in ibidem, n. 1.20.
[6] in ibidem, nn. 1.17-1.18.
[7] Cfr. ibidem, nn. 1.27-1.28.
[8] Cfr. Coggi Roberto, Pagine di filosofia, ESD, Bologna 1992, pp. 33-34, nota 14.

fr. Giuseppe Filippini
Quando il Signore mi venne a cercare, la mia mente vagava confusa nei caldi spazi dell’inedia, talmente carica di nulla da non poter portare altro con sé. Il mio corpo invece si preparava ad un indefinito inverno nella città di Ancona, gioiello del medio Adriatico (si fa per dire). Nella patria del pesce e del “mosciolo”, per un leggiadro scherzo della Provvidenza, sono nato quasi trentadue anni fa con una sentita inimicizia fra me e qualunque carne marina. La chiamata del Signore mi vide studente in storia ed appassionato consumatore di storie: racconti di tutti i tipi e narrati da aedi di tutte le arti. Ora che lo Spirito mi ha indirizzato nella famiglia di San Domenico ho posto questo mio nulla nelle mani della Vergine Maria e del caro Castigliano e chiedo loro quotidianamente di mostrarmi in ogni storia, vera o immaginaria, la traccia del Divino che lì soggiace. Ora che sto a Bologna studio come studiando rendere omaggio a Dio.