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La Quaresima è tempo di conversione e di penitenza. L’imposizione delle ceneri sul capo e il memento “polvere sei e polvere ritornerai” segna l’inizio di una parentesi che si chiuderà con il ritorno dell’alleluia pasquale; è anche tuttavia un periodo in cui ci viene proposto qualcosa che spesso facciamo molta fatica ad accettare. Non è che la nostra vita non conosca la prova o la rinuncia, perfino il sacrificio, ma la parola penitenza davvero non ci piace. Eppure, in particolare durante queste settimane di Quaresima, il tempo sarebbe particolarmente propizio per fermarsi a riflettere, magari per riprendere il dialogo con il Signore, entrare in chiesa, inginocchiarsi davanti al tabernacolo e trovare un silenzio da ascoltare. Il nostro modello in tal senso può essere il profeta Elia che, sfuggito dalle ire della regina Gezabele, intenzionata ad ucciderlo dopo che aveva smascherato i falsi profeti di Baal, si accorge della presenza di Dio, non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco, ma nella brezza leggera: questa può essere anche quella della parola e delle parole che, in queste settimane, la liturgia ci propone.

Un altro luogo dove la misericordia di Dio spira come brezza leggera è quello fisico del confessionale e, in senso spirituale, della penitenza. Tertulliano, uno dei più grandi autori della patristica latina, prima di cadere nell’eresia montanista ci ha lasciato dei formidabili trattati. Uno di questi è il De paenitentia, pubblicato nel 2011 dalle Edizioni Studio Domenicano nella collana Talenti e curato, come gli altri volumi dello stesso autore, da padre Attilio Carpin. Tertulliano, in quella che è la prima opera scritta in latino su questo sacramento, ci mostra il valore della penitenza come riconciliazione, a sua volta frutto della conversione, illuminata dalla certezza della misericordia divina. Attraverso la Chiesa, poiché il rapporto fra Dio e l’uomo è certamente personale ma non individuale o, peggio ancora, solitario, è possibile chiedere perdono per i peccati e trovare la riconciliazione, non solo con Dio e con i fratelli, ma anche con sé stessi. Quello che emerge dallo scritto di Tertulliano, per certi versi ancora attualissimo, è il bisogno di considerare con realismo il mondo in cui viviamo e le nostre azioni: molte volte ci sorprendiamo a dolerci per aver fatto del bene, magari per non aver ricevuto il riconoscimento che speravamo, mentre è del male commesso che dovremmo avere rimorso e vergogna.

Sempre a proposito di vergogna, Tertulliano mette bene in evidenza come sia sbagliata se provata nei confronti della penitenza (che all’epoca aveva una dimensione pubblica molto forte): infatti ci si può nascondere agli occhi degli uomini, ma non a quelli di Dio, poiché la condizione di peccato e di bisogno di salvezza in cui tutti ci troviamo, ci rende solidali. In questo senso è necessario avere, su di sé e sugli altri, uno sguardo di misericordia: riconoscendo le nostre debolezze ed i nostri peccati, possiamo scorgere anche la fragilità di chi ci sta attorno, ottenendo quindi la forza di vincere quella pericolosa tentazione dell’autosufficienza che, di fatto, ci spinge a negare che abbiamo bisogno di misericordia ed a negarla al prossimo. Tale desiderio di autonomia ci inibisce ad accostarci al confessionale magari con la giustificazione che, invece che con un uomo peccatore, ci possiamo confessare “direttamente” con Dio. Tertulliano tuttavia, che si mostra tanto netto nella dottrina quanto affettuoso nella carità, scrive: «le cose che procurando dolore guariscono, giustificano il male della cura con il giovamento arrecato e fanno accettare il danno presente in vista dell’utilità futura». Ecco perché, soprattutto in questi giorni di Quaresima, può essere molto utile accompagnarci con questo libro, perché la penitenza è conversione e apertura all’amore misericordioso di Dio, che, come disse un mio confratello in un’omelia: «Mentre ci chiede chi sia Lui per noi, ogni giorno, nell’Eucaristia ci dice chi siamo noi per Lui».

La penitenza, Tertulliano, a cura di p. Attilio Carpin op, Edizioni Studio Domenicano – Edizioni San Clemente, Bologna, 2011, pp. 216, 28 euro.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, ritaglio della foto di Romana Klee, Tertullian.

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fr. Giovanni Ruotolo
Domenicano, genoano, torinese di nascita, giornalista. Dopo studi (poco amati) di giurisprudenza e oltre vent’anni di giornalismo, sono entrato nell'Ordine dei frati predicatori. Adesso sono professo solenne e studente di teologia. Nel tempo libero cerco di leggere e ascoltare qualcosa di buono, coltivo piante grasse e peperoncini. Il mio luogo del cuore è Genova, ma anche sul Corno d'oro... Per contattare l'autore: fr.giovanni@osservatoredomenicano.it