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Questo è un anno particolare: si celebrano infatti i duecento anni de L’Infinito di Leopardi. Per questo ho pensato bene di scrivere un articolo che non parla de L’Infinito. Per lo meno, non direttamente.

«Chi […] conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?»1. Il pensiero del poeta marchigiano, quale che esso sia in realtà, è stato tirato per la giacchetta un po’ da tutti nel tentativo di ricostruirne definitivamente l’orientamento: nichilista! non nichilista! altro? Non ultimi i dibattiti aperti sull’aver ricevuto o meno i Sacramenti in punto di morte. Personalmente, sono disposto a scommettere che in questo momento il Recanatese se la stia davvero ridacchiando di noi da qualche parte (assieme a Kierkegaard, che già pregustava quel che di lui avrebbero scritto i critici). Quali che siano questi problemi, comunque, è bello sapere invece di poterceli lasciare tranquillamente alle spalle e trarre delle riflessioni da quanto il poeta ci ha variamente lasciato, magari considerando solo alcune parti… di parte! (della sua vita), perché stuzzicanti e meno conosciute. Anche qui, senza la pretesa di affermare che ciò ricalchi o esaurisca il suo pensiero, e anche a questo proposito, nel caso peggiore, la sapienza dantesca che il nostro poeta ammirava ci soccorre:

«Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume retro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte»2.

Allora perché non uno scorcio del giovane Leopardi, senza curarci di quel che sarà dopo? D’altronde, quando scrisse L’Infinito aveva appena vent’anni. O ventuno. E nello Zibaldone, raccolta di “pensieri di varia filosofia e di bella letteratura”, troviamo una varietà immensa ed interessante di riflessioni proprio a partire da quel periodo e per alcuni anni oltre. Qui fin da subito troviamo un Leopardi che s’interroga sul senso della vita, affrontando temi dal letterario al filologico, ma, anche, dal filosofico al teologico. Quale “eccelso cantore della miseria umana” ci ricorda che l’infinito desiderio di felicità dell’uomo, qui, non è mai appagato e che la terra tutta non lo può soddisfare più di «quanto un pizzico di farina nella bocca di un affamato lo possa saziare» come ebbe a dire in Francia un suo contemporaneo3. Una sorta di scherzo della natura, questo, dotare l’uomo d’un desiderio inappagabile e però condannarlo all’infelicità della sua impossibile soddisfazione. Il suo discorso resta come sospeso, e, forse, non va oltre questo punto4.

«L’uomo non vive d’altro che di religione o d’illusioni. Questa è proposizione esatta e incontrastabile: Tolta la religione e le illusioni radicalmente, ogni uomo, anzi ogni fanciullo alla prima facoltà di ragionare (giacchè i fanciulli massimamente non vivono d’altro che d’illusioni) si ucciderebbe infallibilmente di propria mano, e la razza nostra sarebbe rimasta spenta nel suo nascere per necessità ingenita, e sostanziale»5.

Così, fra passi molto critici e talvolta disperati, in relazione alla destinazione ultima dell’uomo, al senso della vita, alla religione, al Cristianesimo, che val naturalmente la pena di leggere, e che lascio alla ricerca individuale perché forse già più ampiamente noti, si hanno anche domande e osservazioni di altra fatta, di carattere quasi teologico, forse meno conosciute, di cui può essere bello avere, anche solo proprio per questo, un piccolo assaggio.

Come interpretare, finalmente, la natura?

«La natura è lo stesso che Dio. Quanto più attribuisco alla natura, tanto più a Dio: quanto più tolgo alla ragione, tanto più alla creatura. Quanto più esalto e predico la natura, tanto più Dio. Stimando perfetta l’opera della natura, stimo perfetta quella di Dio; condanno la presunzione dell’uomo di perfezionar egli l’opera del creatore; asserisco che qualunque alterazione fatta all’opera tal qual è uscita dalle mani di Dio non può esser altro che corruzione. Laddove coloro che si credono più amici della religione; attribuendo tutto o quasi tutto alla ragione, fanno dipendere la massima e principal parte dell’ordine umano ed universale, dalle facoltà della creatura»6.

Come spiegare la corruzione dell’uomo?

«Io ammetto anzi sostengo la corruzione dell’uomo, e il suo decadimento dallo stato primitivo, stato di felicità […]. S’io dico che l’uomo fu corrotto dall’abuso della ragione, dal sapere, e dalla
società, questi sono i mezzi, o le cagioni secondarie della corruzione, e non tolgono che la causa originale non sia stata il peccato»7.

Qual è il miglior stato dell’uomo corrotto?

«[…] segue ancora che la maggior felicità possibile dell’uomo in questa vita, ossia il maggior conforto possibile, e il più vero ed intero, all’infelicità naturale, è la religione. Perchè (riassumendo il discorso) la perfezione primitiva o umana assolutamente, e quindi la felicità naturale, e quindi la felicità temporale, è impossibile all’uomo dopo la corruzione. La ragione autrice di essa corruzione, avendo prevaluto per sempre, il miglior grado dell’uomo corrotto è la perfezione di essa ragione, che forma oggi la sua parte principale. La perfezion della ragione non può condurre se non alla felicità di un’altra vita. Quindi, e anche senza ciò, la perfezion della ragione e della cognizione, non può stare senza la rivelazione. Dunque il migliore stato dell’uomo corrotto, è la Religione, e siccome è il migliore, cioè quello che più gli conviene, perciò, sebben suppone l’infelicità di questa vita, contiene però il maggior conforto, e quindi la maggior felicità, e quindi la maggior perfezione possibile dell’uomo in questa vita. Ecco come la Religione si accorda mirabilmente col mio sistema, e quasi ne riceve una nuova prova»8.

Personalmente (non me ne voglia Leopardi stesso!), tornando ancora un po’ indietro, della produzione poetica di quel primo periodo ammiro molto il canto V della cantica l’Appressamento della morte (oltre agli spassosi Sonetti in persona di Ser pecora fiorentino beccaio), scritta quand’era diciottenne, soffermandomi in particolare sulle oranti invocazioni in terzine poste a conclusione. Un percorso quasi dantesco, dove un giovanissimo e moribondo Giacomo, battagliando in sé e con sé, rinuncia proprio «in su l’uscita di questa mortal piaggia» ad ogni istinto vanaglorioso, docilmente rimettendosi all’aiuto e all’amore di Dio:

«Dunque morir bisogna, e ancor non vidi
Venti volte gravar neve ’l mio tetto,
Venti rifar le rondinelle i nidi?

[…] Misero ’ngegno non mi die’ natura.
Anco fanciullo son: mie forze sento:
A volo andrò battendo ala sicura.

[…] Mentre ’nvan mi lusingo e ’nvan ragiono,
Tutto dispare, e mi vien morte innante,
E mi lascia mia speme in abbandono.

[…] Che non scesi bambin giù nel profondo?
E a che se tutto di qua suso ir deggio,
Fu lo materno sen di me fecondo?

Eterno Dio, per te son nato, il veggio,
Che non è per quaggiù lo spirto mio,
Per te son nato e per l’eterno seggio.

Deh tu rivolgi lo basso desio
Inver lo santo regno inver lo porto.
O dolci studi o care muse, addio.

[…] E tu pur, Gloria, addio, che già s’abbassa
Mio tenebroso giorno e cade omai,
E mia vita sul mondo ombra non lassa.

[…]T’amai nel mondo tristo, o sommo Amore,
Innanzi a tutto, e fu quando peccai,
Colpa di fral non di perverso core.

O Vergin Diva, se prosteso mai
Caddi in membrarti, a questo mondo basso,
Se mai ti dissi Madre e se t’amai,

Deh tu soccorri lo spirito lasso
Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,
Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.

O Padre o Redentor, se tuo perdono
Vestirà l’alma, sì ch’io mora e poi
Venga timido spirto anzi a tuo trono,

E se ’l mondo cangiar co’ premi tuoi
Deggio morendo e con tua santa schiera,
Giunga ’l sospir di morte, e poi che ’l vuoi,

Mi copra un sasso, e mia memoria pera»9.

Così, seguendo gli Inni cristiani, in abbozzo e mai compiuti, possiamo, in particolare nei momenti di prova, rubare le parole del poeta, e rivolgerci “a Maria”:

«È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo; siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali son brevi e nulli; ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili.
Tu, che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie»10.


1 1Cor 2,11.

2 Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXII, vv. 67-69. Ove Stazio narra a Virgilio la propria sorte e attribuisce ai versi del poeta mantovano (che pur, per ovvie ragioni anagrafiche, non ebbe modo di conoscere Cristo) il merito della propria conversione.

3 Giovanni-Maria Vianney, Importunate il buon Dio. Pensieri e discorsi del Curato d’Ars, a cura di Gérard Rossé, Città Nuova, Roma 2010, pag. 71.

4 Diversamente da quanto ebbe a concludere, per esempio, un Pascal da premesse molto simili: dalle conseguenze del peccato originale alla necessità della salvezza. Cfr. Blaise Pascal, Pensieri.

5 Giacomo Leopardi, Zibaldone, [216], a cura di Rolando Damiani, Tomo I, Mondadori, Milano 2011, pag. 239.

6 Ivi, [394], pag. 361.

7 Ibid.

8 Ivi, [406], pag. 369.

9 Giacomo Leopardi, Le poesie di Giacomo Leopardi, “Appressamento della Morte”, Canto V, a cura di Giovanni Mestica, G. Barbèra Editore, Firenze 1905, pagg. 436-441. I versi citati sono i seguenti: vv. 1-3, 40-42, 52-54, 70-78, 82-84, 103-118. Il suggerimento naturalmente è quello di leggerlo per intero!

10 Giacomo Leopardi, Puerili e abbozzi vari, “Inni Cristiani”, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1924, pag. 243.


Riconoscimenti per le immagini: per la copertina, rielaborazione dalla foto di Luigi Alesi, “Monti azzurri” e del ritratto di A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820 circa, olio su tela, Recanati, Casa Leopardi.

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fr. Marco Meneghin
Al secolo Marco, nell’Ordine fra’ Marco Maria Meneghin, nato nella ridente cittadina trevigiana di Conegliano nell’Anno Domini 1991. Ho conseguito la laurea magistrale in Informatica nel 2015, in particolare specializzandomi nel ramo del ragionamento automatico. Chiamato dappoi per vocazione, ho emesso nel 2017 la professione semplice, facendo il mio ingresso nell’Ordine dei Predicatori. Attualmente sono studente di filosofia presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna. Per contattare l'autore: fr.marco@osservatoredomenicano.it